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PordenoneLegge #1. Il dono dell’indeterminatezza

di Chiara Palumbo

C’è un pensiero inevitabile, se si dice Casarsa della Delizia: Pier Paolo Pasolini. Sopratutto se si è capitati nella provincia friulana in occasione di Pordenonelegge, che ogni anno espande sempre più i propri confini oltre la città.
È un modo pieno di senso per festeggiare il suo primo quarto di secolo, portare proprio in questa provincia orgogliosa un romanzo e una penna che della provincia ha voluto illuminare un altro racconto possibile.
In Chi dice e chi tace, infatti, Chiara Valerio rivendica la provincia non solo come architrave narrativo, ma come spazio dove i legami di prossimità e abitudine si fanno tutt’uno con quelli di sangue.

E Casarsa lo è nella stessa misura in cui lo è Scauri, in cui il romanzo è ambientato e di cui è forse la prima protagonista.

Due luoghi che numericamente, si distaccano di un paio di migliaia di abitanti, che indiscutibilmente fanno avvertire una ristrettezza di orizzonti e possibilità, in termini di prospettive future, ma anche la vicinanza di un’accoglienza fatta di silenzi che possono anche essere garbati, protettivi, tanto quanto la parola sa essere invadente.

 

Soprattutto se, a venire accolte nel silenzio, senza chiedere di essere raccontate, sono due donne, che arrivano in paese negli anni Settanta portando la stranezza di quel che non si fa e di quel che non si è. E smettere di chiedersi cosa, davvero, siano Vittoria e Mara è la dimostrazione di accoglienza più autentica che la città sappia fare loro, è la declinazione sottilmente più esatta del concetto di comunità.

Un silenzio che però, quando Vittoria muore nel più banalmente insolito dei modi, all’avvocato Lea Russo non basta più.

Lei dalla provincia non si è mai voluta allontanare nel corpo ma se n’è emancipata studiando, misurando una fatica che alimenta anche la rabbia e il senso di rivalsa per chi, dall’alto di un privilegio economico e di nascita non ha fatto lo stesso sforzo, e insieme la lettura di una borghesia – intesa prima come postura che come possesso di beni – come occasione di conoscenza.

È anche un romanzo di classe, questo edito da Sellerio, come acutamente nota Gian Mario Villalta, che compensa con una lettura accorta e sagace la poca disponibilità a porsi al servizio dell’intervistata, evidenziando una indiscutibile miglior propensione alla carriera di romanziere e poeta che di moderatore.

Malgrado ciò, nella sua lettura di Lea, che nelle parole di Valerio ha bisogno di darsi senso, una spinta a chiarirsi, come tutti, una opacità a se stessa, di rendersi ragione di una fascinazione che chiunque, una volta nella vita, ha provato, ogni volta che ha desiderato ardentemente di piacere a qualcuno che ammirava.

Ma che forse, la nota a margine di Chiara Valerio è divertita ma più sottile di quanto appaia, pertiene in modo particolare alle donne che si scoprono innamorate di altre donne, che – lungo i decenni – di questa forma di seduzione soprattutto hanno dovuto nutrire i loro sentimenti.

Non soltanto perché di seduzione intellettuale  (al di là degli orientamenti di qualsiasi individuo) si nutre ogni amore, ma forse perché di maggior elaborazione intellettuale si nutre chi si è educato al silenzio.

Si tratta allora, di nuovo, di fare una operazione militante non nel senso di una etichettatura ma, piuttosto, di risemantizzare i significati. E riprendersi (come fa Vittoria, e Chiara Valerio attraverso di lei, con la “sventatezza” di vedere e raccontare anche “la catastrofe come possibilità”) il diritto al silenzio come le generazioni precedenti hanno fatto bandiera degli insulti.

Come chi “non dice se gli astanti sono intelligenti, perché capirebbero, e non dice se sono troppo stupidi, perché non servirebbe”. E tuttavia, all’interno di un luogo dedicato a un uomo che proprio da qui è stato costretto a fuggire, nottetempo, esiliato perché marchiato dal suo desiderio inaccettabile – non si tratta di una soluzione di comodo, figlia di una generazione che preferisce scantonare – per i più legittimi motivi – a una dichiarazione identitaria. Al contrario. Si tratta di essere pronti a fare, semmai il passo successivo.

Cancellare la vergogna (che porta forse, in molti contesti, a raccontare solo altri aspetti di questo romanzo) ma anche l’ossessione identificatoria che fa – soprattutto oggi – da rovescio della medaglia a decenni di silenzio. “a chi vogliamo non essere chiari, nella complessità del nostro desiderio, se per togliere a un linguaggio il potere di ferire gli togliamo anche quello di consolare?”

Si tratta di lasciare al desiderio, e alla nostra stessa identità, il diritto alla sua natura mutevole, labile, alla sua strutturale indeterminatezza.

Perché, ed è illuminante intenderla in questo modo, significa anche dare potere a quello che si è acquisto, non soltanto a quello che la nascita, la fortuna, il privilegio economico o geografico ha già deciso: “se ciascuno è soltanto ciò che è, non può essere ciò che ha imparato”. Ed è anche questa l’eredità di Vittoria e dei suoi saperi misteriosi come le preparazioni galeniche, portati e poi resi abituali in un luogo per cui prima, come le toelette per cani di Mara, sarebbero apparse superflue.

Nel silenzio lasciato, come nelle pagine iniziali di Domani nella battaglia pensa a me da quella che De André chiamerebbe “un’assenza apparecchiata per cena”, Vittoria finisce per definire per sottrazione non solo gli altri personaggi ma finanche i lettori, a dimostrare quanto, talvolta “la vita che riusciamo a conoscere di qualcuno conta più per quello che lascia che per quanto si è condiviso”.

Ciascuno, nella “vertiginosa” precisione topografica di Valerio, che attinge alla propria biografia per consentire – dice Villalta citando Del Giudice – la reimmaginazione, può ritrovare forse parti di sé.

E allora i misteri di Vittoria serve più saperli raccontare con la sapienza di Chiara Valerio che scioglierli, perché in fondo “la verità è inessenziale alla consistenza dei rapporti”. Mettendo in scena una commedia macabra o una tragedia piena di levità, l’autrice confessa una intenzione di rifiuto delle certezze che è uno guardò sul mondo.

Alla fine delle sue densissime pagine, ammette: “non so chi ha ragione, e questa irresolutezza mi rilassa, perché non mi costringe a dichiarare niente di me né di loro”. Di nuovo: non una fuga, ma un superamento dei confini, anche narrativi, di un libro che è anche un giallo, o forse due, un gioco e un profondissimo viaggio psicologico filosofico. Dentro di sé e dentro gli altri.

Perché in Vittoria e le altre – valga qui, più che altrove, il femminile sovraesteso – ogni lettore può trovare anche quello che ha cercato la loro autrice scrivendole: “una storia mai vissuta per riprendersi l’adolescenza”.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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