E se anche l’aldilà fosse un grande palcoscenico, su cui sperimentare, come fa il teatro, il senso più profondo di una vita? Non l’altrove, ma quella che rimane, oltre noi e senza di noi, quando non possiamo più interferire, quando si smentisce quel che credevamo di sapere e si svela quel che sarebbe stato meglio non conoscessimo?
Da qui si muove Santo cielo (Prehistorica Edizioni) di Eric Chevillard, che arriva a Pordenonelegge 2025 sperimentando una forma che, osservandola, pare connaturata a questo testo: la lettura scenica, che Paolo di Paolo si assume con disinvoltura e passione.

Dando voce ad Albert Moindre protagonista del romanzo e alter ego di un autore unico abbastanza da aver meritato una collana dedicata, chevillardiana appunto: “Se lo definissi comico-fantastico darei una definizione impropria, incongrua o comunque insufficiente, se lo definissi surreale gli farei quasi un torto perché presupporrei una realtà da inventare, mentre il surreale è già nella realtà, e in ogni caso reale non è solo quel che si vede” chiosa Di Paolo.
Un autore che di sé dice che il suo biografo morirebbe di noia, e tuttavia si ascrive alla categoria di autori che l’esperienza e l’avventura la conquista scrivendo. In particolare, una prosa capace di tenere insieme la precisione del dettaglio e la profondità della filosofia, la leggerezza di un’ironia acuta e l’altezza di una prosa intrisa di poesia. Un autore di quelli abbastanza irriducibili a parenti e somiglianze da far valere più che per gli altri l’adagio salingeriano per cui vorresti poter chiamare al telefono un autore ogni volta che ti va.
Proprio questo è l’espediente scenico che Di Paolo sceglie per questa prima assoluta, convocando l’autore a puntellare le intenzioni di un testo che, declamato risuona, tanto in francese come in italiano – merito del traduttore Gianmaria Finardi di una lingua vitale, musicale e tumultuosa, tra elencazioni che tracciano un proprio ritmo e intuizioni felici.
A partire da quelle di un oltremondo – sarebbe impreciso chiamarlo paradiso – che dietro un’apparenza impiegatizia e burocratica, svela invece un bisogno di darsi un senso, di cercare, e forse non di trovare, ma al lettore scoprirlo, una verità possibile, accessibile solo fuori dalla vita. Che consenta, mentre si osserva il mondo da fuori come da un osservatorio, di vedersi delucidati di tutte le certezze – anche, soprattutto, le più minute, di cui l’esistenza terrena ci ha privato, forse incattivendoci, sicuramente tracciando – nel bene e nel male – il percorso di ogni vita.
“Quello che resta, in fondo, di una vita sono un sacco di cose da chiarire e un sacco di cose da capire” Cosa abbiamo capito di noi, quando ce ne andiamo? Vorremmo davvero, tutte le risposte?
Ma forse, suggerisce Chevillard, più della risposta conta la domanda, e tutte quelle che ci si pone con una ironia che, anziché un modo – come avrebbe detto Romain Gary, di affrontare ciò che gli capita, è “spingere fino all’estremo la logica, o spingere la ragione al di là della saggezza”.
Un esercizio plastico che, oltre a quello che Finardi in veste di traduttore considera un corpo a corpo con il testo, gli chiede anche di porgere un testo che non “crocifigga una lingua che si vuole mobile” proprio come chiederebbe il teatro di cui un testo così si riconosce, pur nell’eccentricità del suo autore, parente, da Beckett a Ionesco, pronto a far deflagrare le contraddizioni e le stranezze e, in esse, snudare i grandi vuoti. Come la voce di un dio – o di un qualsiasi principio regolatore – di fronte alle ingiustizie, che alla sagacia d’autore non resta che “ammobiliare”, perché alle lagnanze che pure questo oltremondo concede non si dà risposta, se non un’ultima chiamata alla responsabilità di seminare per altri, e in qualche modo fornire la cassetta degli attrezzi per concludere il lavoro.
Nelle pagine di Chevilllard risata e pensiero si interpolano senza vezzo di mestiere, con la lievità sapiente di chi, ha capito che il mondo non è tutto qui.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.
- Chiara Palumbo
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