Le parole servono a descrivere la realtà. Una funzione che le richiederebbe precise, esatte. I trafficanti di uomini lo sanno bene. Loro la usano, la parola schiavo, la parola deportazione.
Noi no. In Italia di parole si fa «cosmesi». La schiavitù che di là dal mare è un fatto, su queste sponde si trasforma persino in invasione.
Qualcosa che atterrisce a tal punto da spingere un governo a firmare accordi con un paese dove autorità non esistono, perché le vite umane siano abbandonate alla sorte, consegnate a quelli che in Italia chiamano centri di accoglienza libici e a Tripoli carceri.
O almeno, stanzoni dove migliaia di esseri umani sono rinchiusi coi lucchetti senza nulla sapere di cosa ne sarà di loro erano chiamate carceri, prima che sette ONG firmassero un bando di cooperazione che ha poi spinto i libici ad aggiungere qualche bocchetta dell’aria condizionata per nascondere la puzza dei corpi ammassati fino a che gli stranieri non torneranno a voltarsi dall’altra parte.
E a non vedere quello che vede chi invece la Libia la racconta davvero ha imparato a conoscere bene.
La trentina di “centri” autorizzati che aprono e richiudono giornalmente per non essere controllabili, le migliaia illegali ricavate da cantine e garage dove decine di migliaia di esseri umani attendono di essere imbarcate persino su navi di legno mentre i trafficanti taglieggiano le famiglie sparse per tutta l’Africa: è così che in Libia circola il denaro. E ne circola a fiumi, racconta Francesca Mannocchi, che lo ha visto.
Non lo hanno visto le autorità italiane, nonostante i molti viaggi in Libia, i molti incontri.
Non lo ha visto il ministro Minniti, che solo poche ore prima, negli stessi spazi di Più libri più liberi dove si tratteggiano i contorni fumosi di questo inferno ha potuto dire che «il traffico esiste se arriva in Italia».
«Una bugia per la quale non è possibile nessuna cosmesi» chiosa Annalisa Camilli, di Internazionale mentre spiega l’apparente ovvietà che anche il traffico che non vediamo resta tale, e anzi è «più violento».
Ma al nostro paese sembra bastare non vedere arrivare più ottocento esseri umani disperati sulle nostre coste con navi che restano a galla sostenute dal miracolo. Basta ignorare che il punto di partenza è semplicemente cambiato.
Che le navi delle ONG che fanno soccorso in mare sono costrette a rientrare in porto dalle autorità italiane, mentre osservano la guardia costiera libica usare violenza contro i migranti. E anche quando ne riescono a raccogliere qualcuno, per manifesta incapacità dei libici, sono poi costretti rientrare subito.
I gommoni alla deriva carichi di morti li troverà qualcun altro, domani. Sembra un brutto film, e invece è la realtà che si è trovato sotto gli occhi Diego Bianchi, salito con la Camilli sulla nave Acquarius, lo scorso luglio, proprio mentre gli accordi Italia tra Italia e Libia venivano sottoscritti.
Il giornalista si è così trovato costretto a commentare lunghe sessioni di pilates ed esercitazioni di salvataggio, le uniche attività con cui poteva tenersi allenato un equipaggio costretto alla stasi dalle istituzioni e dal mare grosso, di fronte al quale neppure i trafficanti si arrischiano.
Ma quando la missione parte, il meccanismo perfettamente rodato si attiva, la palestra diventa il luogo dove esseri umani salvati dal mare vengono nutriti e rivestiti. Lo spazio dove ciascuno fa quel che può e sa.
Dove Charlie, un pescatore svedese, si impegna a essere davvero pescatore di uomini, perché: «se un giorno mi chiederanno: tu con queste competenze, cosa hai fatto? Non posso rispondere che sono stato a pescare aringhe».
E qualcosa, ancora, si può fare. Ma è poco.
C’è dolore e frustrazione nelle parole di Marco Bertotto, di Medici Senza Frontiere, quando racconta la rabbia di essere costretti a stare a guardare. «Se non posso intervenire, cosa ci sto a fare?». È lo strazio di chi vorrebbe salvare delle vite e invece si è trovato ad essere etichettato come caso perché per statuto rifiuta armi a bordo.
Di chi si è visto accusare anche da Report di complicità per aver rivolto un preteso gesto di saluto a un trafficante.
«Davvero non rispondereste a un cenno dopo giorni in mare, dopo che alle sette di sera tutte le porte sono chiuse e diciassette proiettili hanno crivellato una nave ricordando quanto pericolo si corre in quelle acque?», chiosa Bianchi.
È questo a rendere complici? O complice è la politica che sa è tace, finge, giustifica? Le Nazioni Unite che aprono bandi che legittimano, perché un governo si può contestare, ma chi non crederebbe all’UNHCR?
Questo sta accadendo nel Mediterraneo. Chi lo ha visto lo sa. A chi è sulla terraferma è ancora concesso voltare la testa?
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






