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Gli Oblivion e la rivista ai tempi di Tik Tok

di Chiara Palumbo

Quale misura del successo è più efficace di un’antologia? Il successo degli Oblivion è ormai certificato dai termometri del tempo: i social, dove inanellano fan e appassionati nell’ordine del centinaio abbondante di migliaia su tutti i canali, addirittura sopra il milione su Tik Tok.

Conosciutisi a Bologna, a pochi passi da un tavolo d’osteria – l’antologico Ti sfascio una canzone contiene anche chicche come questa – incontreranno niente meno che i mitologici Queen da poco orfani di Freddy Mercury.

immagine per Gli Oblivion, Foto Laila Pozzo
Gli Oblivion, Foto Laila Pozzo

Il quintetto, ad onta di molti boomers, è però soprattutto la dimostrazione plastica che successo di massa, “peggio” ancora, sui social, e qualità attoriali non sono in antitesi. Al contrario, dimostrano piuttosto che il palco digitale è oggi sempre più spesso una via preziosa per ottenere, sulle tavole di un palcoscenico, quel riconoscimento che talvolta gli addetti ai lavori sono meno disposti a notare.

Lo dimostrano le date evento ospitate sul palco del Teatro Fontana, abitualmente deputato alle sperimentazioni teatrali, e che all’inizio di dicembre si è fatto spazio sì a disposizione di un ulteriore mezzo – si legga, una ripresa televisiva, di cui mancano, al momento in cui scriviamo, date e destinazione – ma anche lo spazio più adeguato per interpreti che sul palco sono nel loro elemento primo, e a dimostrarlo basta -accanto al resto – l’acume e la creatività con cui improvvisano in una manciata di secondi un esilarante sketch partendo da una poche, scarne note biografiche di due spettatori presi a caso.

Quello che sanno fare, con apparente facilità, i grandi interpreti della scena. A certificare che Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda e Fabio Vignarelli (in rigoroso ordine alfabetico) lo siano, sta a dimostrarlo una carriera che supera i tre lustri, ma anche l’esistenza stessa di questo nuovo Ti sfascio una canzone, spettacolo che compendia e sintetizza i loro talenti e le loro intuizioni più amate.

Il riferimento alla sintesi non è casuale, per il gruppo arrivato alla grande notorietà coi Promessi sposi in dieci minuti, che in questo caso dal vivo fa ancora di più, riducendoli addirittura a tre. E giocando, poi, con i loro cavalli di battaglia, dalle canzoni che saltano come nei vecchi giradischi, agli gli esilaranti mashup che spaziano – e uniscono – maestri della canzone come De Andrè o Battiato, con emblemi di leggerezza come le canzoni di Natale.

Mentre si ride, con gusto e intelligenza – riescono a rivestirne anche le ironie più leggere e triviali – si riconosce una qualità di interpreti di grande livello, che attinge con assoluta competenza a tutto il repertorio degli interpreti del musical, da cui tutti e cinque provengono.

Non si darebbero altrimenti, con tanta efficacia, idee come le canzoni mimate, né senza essere cinque ottimi cantanti si potrebbe immaginare di tenere insieme, senza soluzione di continuità, tutte le canzoni di Sanremo nello stesso brano, segnando e inseguendo, in una manciata di minuti, il modo in cui è cambiata la musica che ha segnato i nostri gusti e le nostre abitudini molto oltre la settimana di febbraio cui il Fantasanremo ha di recente restituito una nuova freschezza.

Giocare con il tempo e con la società attraverso la musica che la rappresenta è un altro dei grandi meriti degli Oblivion.

Loro la usano come uno strumento ironico e un esercizio scenico, ma mentre declinano gli ultimissimi successi pop in tutte le forme e in tutte le possibili geografie (avete mai sentito l’ultimo tormentone estivo in chiave jodel?) raccolgono un’eredità tanto divertente quanto sapiente.

Si potrebbe chiamarli il Quartetto Cetra ai tempi di Tik Tok e gli si farebbe un meritato complimento, perché – sulla scena – in Italia esiste una storia d’arte con la musica che merita di essere recuperata e valorizzata.

Se la madre dei musical è l’Opera, la madre di esperienze di sicuro fascino e di dimostrazioni come questa, anche quando approdano sui social, potrebbe essere la rivista, forma d’arte oggi dimenticata dove mossero i primi passi nomi come Totò e Anna Magnani, e scusate se è poco.

Gli Oblivion, nel loro sagace divertimento senza schemi, raccolgono questa memoria e la tengono insieme con le vie di altri geniali sperimentatori, dal teatro canzone gaberiano fino ai Monty Phyton, e cantando – fanno scolorare l’ironia in una puntuta forma di satira, che ci mette allo specchio: cosa sono, in fondo, certe sintesi, se non il riflesso della nostra fame di consumare tutto sempre più in fretta, in una macedonia di idee dove si tiene insieme di tutto un po’, perché abbiamo altro a cui pensare e poca disposizione a capire?

Non c’è, tuttavia, mai giudizio nel raccontare il presente come fanno gli Oblivion, eppure c’è una consapevolezza di cui gli fa, finalmente, dato merito. Si potrebbe scomodare persino Calvino, per dire che la leggerezza è il compito più difficile, che per semplificare urge non solo aver compreso, ma avere gli strumenti per manipolare quello che si conosce. Fosse l’immagine del paese che siamo o le canzoni che la descrivono. Si potrebbe, ma forse basta andare a vedere gli Oblivion, a teatro, e scoprirlo divertendosi.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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