“Fra l’ultima parola detta
e quella ancora da dire
è lì che abitiamo”.
È lì che abita, oggi, Pierluigi Cappello. Poeta, e friulano, per tanti, a Pordenonelegge, soprattutto amico. Per questo si è voluta dedicare a lui la serata d’apertura, densa d’emozione e commozione. Intrisa però soprattutto di consapevolezza che l’uomo che si stava omaggiando aveva il pieno diritto d’essere inserito nel novero ristretto dei grandi poeti italiani, pur colpevolemnte poco noto a molti.
Più nota, forse, la biografia che ne ha condizionato il mezzo per fare poesia, non certo il talento.
La sofferenza che ne ha minato l’esistenza, spezzando il sogno del volo nato da bambino e la scalata di quelle montagne tra le quali è nato e cresciuto. Le conseguenze drammatiche di un incidente in moto non ancora maggiorenne lo hanno spinto a custodire e ad alimentare una già formata vocazione poetica, e a fare piedi delle proprie parole, del proprio sguardo e della propria percezione.
Eppure, anche se ci si lascia andare alla memoria della sofferenza che ne ha accompagnato l’intero percorso, l’immagine che gli amici conservano più volentieri è la risata di Pierluigi, che Francesca Archibugi ha immortalato nel suo docufilm dedicato a Cappello, che punteggia l’intera serata e ne riporta – a un teatro Verdi gremito – la voce e le parole.
La stessa vitalità che lo ha accompagnato fino alle ultime poesie, rimaste inedite, che un nuovo volume BUR raccoglie, accostandole alle precedenti, in una traversata della sua produzione che conduca per mano il lettore nel mondo di Cappello: Un prato in pendio, ne sintetizza i temi cardine, in particolare quelli connessi alla natura – spiega il professor Alessandro Fo – e si situa a propria volta in uno spazio tra il detto e il da dirsi, nel volo tanto caro al poeta.
Tra queste pagine, spiega Gian Mario Vilalta, è possibile seguire la sua parabola, accompagnare la piena maturazione letteraria che è di consapevolezza, piuttosto che qualitativa. Già nelle prime poesie l’eleganza del verso di Cappello è evidente, ma il suo procedere lo avvicina sempre più a quelle parole povere – già titolo di una sua raccolta – che lo caratterizzano, ciò che Villalta descrive come «una sprezzatura, naturalezza nel porgere che nasconde gli ingranaggi del farsi poetico».
A guidare attraverso la produzione di Cappello sono tre dettagliate prefazioni, che distinguono gli itinerari di lavoro del poeta: il poeta Villalta introduce le poesie in friulano, Fo, antichista e ordinario all’Università di Siena, quelle in italiano ed Eraldo Affinati le prose, anch’esse di respiro poetico, che chiudono il volume tratteggiando, spiega la direttrice editoriale Federica Magro, i quadri di un romanzo in divenire, pubblicati senza apportare forzature in direzione di una scelta organica non ancora compiuta.
E sul palco di Pordenonelegge sono le parole di Pierluigi a prendere spazio, per quanto la forza del legame umano lasci per un attimo allo spettatore la sensazione di avere invaso un dolore privato. Una percezione che prende i crismi della certezza quando Susanna Tamaro porta sul palcoscenico il proprio personale ed intimo omaggio a Cappello, alcuni capitoli del suo E il tuo sguardo illumina il mondo tra i debutti della nuova editrice Solferino.
Il libro che doveva essere scritto insieme nell’anno seguito alla scomparsa di Pierluigi si è trasformato in un omaggio, in un dialogo intimo in cui l’immagine dell’inerlocutore le offre occasione di specchiare e svelare anche la propria fragilità.
Tamaro si lascia andare a racconti minuti di momenti ed elucubrazioni condivise: le parole che hanno nutrito un legame, perché «che cos’è infatti l’amicizia se non l’attenzione paziente e amorosa alla vita dell’altro».
Fo, Villalta e Magro, invece, scelgono una strada che vuol essere più meditata, raccontare, spiegano alla stampa, “la vicenda umana e poetica di Cappello partendo dall’esperienza, «senza che l’esperienza “sporchi” l’accostarsi alla poesia» chiarisce Villalta, tra i curatori di Pordeninelegge.
Non so bene cosa ci abbia portati qui
che cosa sia rimasto di noi,
sarà stato il diventare presto
un modo di essere soli e risonanti nel buio
mentre la notte ancora non viene
e dai verdi rassodati dalle molte piogge
si stacca un’altra volta l’estate,
una sospirata ingenuità si allontana.
E un posto tanto vuoto che pare ti appartenga
allunga un’ombra sull’ombra che sembrava la tua
È nel silenzio tanto caro a Pierluigi Cappello che la sua poesia prende spazio, e permette di percepire quanto abbia «ancorato al suo sé una verità che solo un caso limite può dare». Una veritità che la sua poesia può far risuonare con una eco sempre più vasta.
Che arriva fino agli Stati Uniti, dove un ambiente letterario generalmente poco curioso della prosa italiana e per nulla della poesia ha aperto le porte all’autore friulano, pubblicandone parte dell’opera per mano dell’italianista Todd Portnowitz.
In un panorama poetico ormai rinnovato, la voce di Cappello appare destinata a restare come quella di un fulgido unicum che sfugge alle celebrazioni come alle classificazioni, con la forza della sua intensità stessa.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






