Lo si chiama, con una nota forse poetica ma anche banalizzante, grande nord. E in realtà un mondo fatto di infinite sfumature, assurto alla notorietà in parte per le intemerate di Trump, quello su cui Pordenonelegge apre la sua ventisettesima edizione. Un mondo che va dalle isole Svalbard, alle Lofoten, fino appunto alla Groenlandia.
Lo hanno raccontato, in due diari illuminanti e frutto di frequentazioni lunghe decenni, due donne, due autrici, che da quella prospettiva consentono di capire meglio l’oggi e – come il meteo, se è vero che quello di oggi in quei luoghi corrisponderà al nostro domani, dato che il riscaldamento dell’oceano intorno alle Svalbard è otto volte il resto – il futuro che ci attende.

Tra Lofoten, Svalbard e Finmark, ci accompagna – in Anime artiche, una trilogia, edito da Marsilio – Valentina Tamborra, fotoreporter che indaga i margini, le pieghe del mondo. Stanca di divisioni, racconta, ormai quasi un decennio fa si è imbattuta nell’utopia delle Svalbard, dove si può vivere senza un visto. Oggi vi abitano persone provenienti da cinquantadue nazioni, e le raccoglie un confine che unisce, perché davanti a loro «c’è qualcosa di più forte, l’Artico».
Daniela Tommasini, invece, accademica esperta di Alpi, in Groenlandia era arrivata negli anni novanta, per una settimana che si è prolungata per 30 anni. Sono due mondi che si parlano anche nel modo in cui possono essere intesi. Dentro In Groenlandia. La terra del nulla e del tutto, un diario d’amore (Ponte alle Grazie), anche la Groenlandia, infatti, viene letta come margine, non confine, ma spazio di sviluppo locale di comunità periferiche, dove i rapporti umani diventano fondamentali.
Moderate da Cristiano Riva, entrambe illuminano luoghi che si parlano intimamente, si somigliano e si specchiano, e fanno luce su un buio di ignoranza, il nostro, che ha ancora un tutt’altro che vago sapore di postcolonialismo, che non a caso oggi si sta riaffacciando.
Per capire questi luoghi affacciati sul Polo, tuttavia, occorre innanzitutto cambiare paradigma. Spiega Tamborra: «per far pace con l’Artico bisogna far pace con l’attesa. Con quello che la natura ti consente di fare, quando il white out – quando nevica tanto fitto da non vederti neppure le mani – ti cancella i piani, e ti insegna che non tutto è determinabile».
Territori in cui è necessario prima di tutto lasciar da parte la retorica, a cominciare da quella esotista ed etnocentrica che si trasforma nella grottesca immagine del buon selvaggio.
I groenlandesi, spiega Tommasini, sono cacciatori di sussistenza. Se arrivano le prede si lascia tutto. Non sono inaffidabili, come sono stati dipinti, piuttosto scelgono le proprie priorità. Sono riservati con chi resta, non con i turisti che presto se ne andranno. Sono radicalmente sinceri, ma non desiderano avere contatti, perché temono di essere giudicati, come i danesi hanno sempre fatto con loro.
Ascoltarle raccontare significa quindi anche acquisire codici di comportamento. Stare al loro ritmo. Al tempo, quello che occorre, in cui non perdi tempo, impari a farti conoscere. E dunque: non fai foto, non guardi negli occhi, ti adegui ai loro codici di comportamento.
E a restituire a ciascuno la propria identità, dice la fotografa, ad esempio chiamando gli abitanti indigeni di quelle terre col loro nome: Sami, non lapponi, che significa pezzo, toppa.
E poi rendendosi conto di quanto, anche la nostra pretesa etica incide su porzioni del mondo che la nostra mente cancella dalle mappe. La colonizzazione, spesso, cambia solo nome. Così, al tempo del turismo verso nord, le renne che sono il cardine della vita comunitaria vanno nutrite, non trovano più cibo autonomamente, trasformando quindi popolazioni nomadi come queste in seminomadi, forse presto stanziali, adattati a qualcosa di più simile ai nostri allevamenti.
Così tuttavia cambiano anche i loro ritmi di vita. Se le renne non sono più autonome, non c’è tempo per i riti delle popolazioni indigene. E il cambiamento climatico fa la sua parte, quando il piccolo pescatore non riesce più da solo a raggiungere gli stoccafissi, che si stanno spostando verso ambienti più freddi.
A dimostrare quanto il nostro etnocentrismo modifichi equilibri che pensiamo di non vedere, c’è poi il ruolo di segmenti come la cosiddetta green economy, che a sua volta incide sui nativi. «Il cuore delle Svalbard è nero di carbone» spiega Tamborra. Quando l’anno scorso l’ultima miniera è stata chiusa, molti hanno dovuto andarsene. E domani, cosa diventeranno le Svalbard?
Sentire parlare chi davvero vive quei posti, significa confrontarsi, anche duramente, con quanto spesso ci rifiutiamo di riconoscere che «i posti non sono deserti. Ci sono equilibri e storie, vite». I cui abitanti stanno lanciando anche a noi un grido di esistenza: «noi adesso ce ne andiamo e nessuno saprà mai che siamo esistiti».
Conoscere queste storie significa anche il coraggio di guardarsi indietro. Ad esempio alla metà del XX secolo, alla Groenlandia in cui Hans Egede, missionario luterano norvegese, venuto a cercare popolazioni estinte secoli prima, disse: «i Vichinghi non ci sono, e allora cristianizziamo questi selvaggi». Così si sono adattate tradizioni e religioni: l’Agnello a un luogo senza agnelli, per elaborare il disorientamento di questi popoli di fronte all’inferno come luogo caldo. Insomma, tutto il catalogo delle contraddizioni della colonizzazione.
Del resto, per assimilare un popolo se ne adatta religione, lingua, usi. Tra i Sami, ad esempio, si riscrive la genesi, immaginando le divinità sciamaniche come figli nascosti di Adamo ed Eva, di cui Dio disse: «Ciò che è nascosto resterà nascosto. Nascosto alla vista, ma comunque figlio di Dio».
E però, accanto alle tradizioni, alle narrazioni a loro modo curiose, si muove la violenza. La scuola in cui si fa parlare forzatamente un’altra lingua, in cui i nativi che faticano ad assimilarla sono considerati razza inferiore. Le amministrazioni in cui si fa cambiare cognome, e diventa un’infamia essere Sami.
Una ferita per cui, oggi ancora, alcuni anziani fanno fatica a riconoscersi. Come sempre si è fatto lungo la storia delle colonizzazioni, la religione si fa arma, e si cancella il canto tradizionale che racconta la storia di una persona: lo yoik, vietato come canto del demonio, così come i loro cappelli a punta, raccontati come lo zoccolo del demonio.
Storie, queste, che sono tutt’altro che lontane: da mesi, non anni, si è concluso un formale processo di «verità e riconciliazione», ma la discriminazione esiste ancora, nota Tamborra, se è vero che accanto alle scuse formali delle istituzioni i danesi giudicano ancora con una violenza travestita da ironia, i Sami che avrebbero «cento parole per dire neve e cento per dire tutto il resto».
Una colonizzazione che, ad esempio, in Groenlandia, chiarisce dolorosamente Tommasini, ha cancellato una società paritaria, per impiantarne una patriarcale, devastato una generazione di groenlandesi che si voleva far crescere come danesi, deportati e lasciati senza contatti con le famiglie, per restituire loro, anche a progetto fallito, vite disgregate senza appartenenza. Una generazione di bambini maltrattati in entrambi i luoghi per non avere una patria da chiamare propria, di donne rese sterili a loro insaputa.
Una pagina, questa, che ha riguardato quasi cinquemila donne, che hanno denunciato solo due anni fa. Un orrore motivato, come tutti i progetti di controllo (e sterminio) sistematico delle popolazioni minoritarie: erano migliorate le condizioni e queste poche decine di migliaia di persone non dovevano diventare troppe.
Un quadro fosco, dove l’autonomia serviva alle spartizioni di terreni dopo la seconda guerra mondiale, i patti di reciproca protezione per vantare diritti sulle miniere che costruiscono l’alluminio degli aerei da guerra, in un tempo in cui ogni lembo di terra doveva avere il suo peso nella guerra fredda.
Una storia che serve anche a capire il futuro, l’interesse rapace dei nuovi autocrati su terreni ricchi di tutto, materie prime, minerali, petrolio. Una ricchezza il cui impatto, tuttavia, segna il loro possibile destino. Infatti, ad esempio, l’impatto del petrolio allontana la possibilità di vivere di pesca, e i giovani delle Isole Lofoten sono costretti a trasformarla in pescaturismo, in cui è necessario piegare la realtà ai desideri dei selfie di chi viene in visita, abituando la fauna selvatica a dipendere dall’uomo.
Pagine sincere come quelle che hanno trovato spazio a Pordenonelegge si rivelano allora preziose per riconoscere, e possibilmente contenere, se non fermare, perdite identitarie, parchi che imitano una natura che non è più.
Cos’è autentico, allora, in un equilibrio tanto fragile? Forse riconoscere che «non è detto che, siccome possiamo arrivarci, ci dobbiamo andare per forza». Del resto – lo insegnano queste terre – amarle ha forse a che fare proprio col riconoscere il nostro limite.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.









