Qual è il suono della disperazione? Quello dei tormentoni estivi del 1991, quello del re con cui una giovane ragazza prova a sfuggire dalla sua gabbia di provincia, quello di Gino Paoli attraverso cui un ragazzino di 9 anni decide di trasformarsi, almeno apparentemente, in un vecchio.
Ma forse si tratta solo di un altro modo per costituire un altrove. È una fotografia spietatamente a ritmo quella che offre Flavia Ripa, sfruttando con intelligenza la sua formazione e la sua storia da musicista, dando vita a una sorta di playlist per palcoscenico, con la complicità di Paola Tintinelli, in Attilio, in scena al Teatro Linguaggicreativi.
La figura del bambino che chiede per regalo un bastone da e un gilet di lana nel pieno del caldo pugliese è il pretesto e – in assenza – il perno, su cui si muove l’istantanea che raccoglie tutti gli stereotipi, e le maschere tipiche della provincia del sud, e soprattutto, la loro schietta verità.

Con un evocativo ma non parodistico accento regionale, la protagonista le incarna tutte: la nonna e le sue ossessioni religiose, con la sua fedelta cieca al parroco del paese e il suo terrore per ogni straniero in arrivo, la figlia che detesta il suo nome, e la madre che anestetizza la propria insoddisfazione in un perenne ottundimento telefonico, dove niente di quello che le accade intorno giunge al suo orecchio colonizzato dalle chiacchere con la vicina e dalla perenne – e grottesca – gara ai mirabolanti e incredibili successi dei figli in cui ogni madre di ogni latitudine e spesso portata e costretta a incastrarsi.
In questa madre, Barbara, Ripa dimostra una sicura vena apertamente comica e sagace, che strizza l’occhio a Franca Valeri trasportando la sincerità affettuosamente greve delle sue sore Cecioni sulle coste del tacco d’Italia.
Una eco elegantemente esilarante cui (pur liberandola dal peso del paragone) e difficile non riandare con la mente quando su un palco, a una donna sola, viene messo in mano un vecchio telefono a rotella, ma su cui (forse fin da allora) aleggia una domanda più sottile di di quanto ci piace intenderla: si può ridere della disperazione di ogni giorno, forse per esorcizzarla, e allontanarla da noi, o invece per riconoscercene parte?
I personaggi cui Flavia Ripa offre corpo scenico, con il solo ausilio di un pedale per gli effetti sonori e di un microfono asta, sono infatti tutti, ciascuno a suo modo, prigionieri delle gabbie che riconosciamo bene.
Quelli delle vite stanche dei margini del mondo, chiamate ogni giorno allo spazio di conflitto ineludibile della tavola da pranzo della domenica, con un padre rabbioso, una madre sopraffatta e una nonna che continua a riempirsi il bicchiere. Una sorta di alfabeto del margine quotidiano – come quello su cui Ripa apre lo spettacolo – che tiene dentro fragilità e ipocrisie dell’inizio della caduta.
I protagonisti di Attilio si muovono in un mondo in cui cade – ammesso che sia mai arrivata – l’illusione godereccia degli anni Ottanta e – nell’ottundimento delle tv private si profila quello che presto sara il nemico piu facile.
Sono infatti i mesi – i giorni – in cui la nave Vlora porta sulle coste pugliesi ventimila albanesi, e un sindaco lascia al concittadini e ai posteri una luminosa presa di posizione etica che ci parla ancora: “Non possiamo abbandonarli. Sono esseri umani. E noi siamo la loro ultima speranza”; eppure, mentre fuori ci si riveste dell’abito del buon samaritano, chi si occupa della solitudine, dei veleni e del silenzio che cova dentro le case?
Il paradosso di Attilio, affannato a ricercare un surreale passato, potrebbe essere forse allora l’unica via per costruirsi – come l’Ulisse che si finge pazzo prima di partire per la guerra – una via d’uscita dalla prigione della vita di ogni giorno.
Rompere le regole, far parlare, far vergognare, rompendo il ricatto dell’angoscia del mormorio del paese nel modo piu spettacolare possibile, per poter guardare quella realtà, ammesso che ci si voglia girare indietro, da molto lontano.
Però, l’omaggio ironico quanto affettuoso di Flavia Ripa, restituito con una padroananza scenica impeccabile, e soprattutto a chi resta. A chi offre alla sua ironia amara la cornice tagliente e salace del rap, scrivendo e interpretando – facendone la colonna vertebrale di tutto lo spettacolo, una canzone a cui sugli applausi si aggiunge il relativo videoclip, esattamente come nelle tv musicali degli anni Novanta.
Proprio come qualche anno dopo i fatti narrati in questo lavoro aveva fatto il conterraneo Caparezza. Non per colpevolizzare o mettere alla berlina un pezzo di mondo, ma per fare da specchio, stanco quando amorevole, di un sud a cui si e lasciata come ultima speranza di aggrapparsi a una narrazione da cartolina sotto cui le dinamiche si ripetono stanche e identiche come la processione del Santo o della Madonna surreale di turno.
Flavia Ripa maneggia con perizia i codici e offre un saggio di versatilità interpretativa, nel corpo e nei registri: riuscendo senza retorica a dimostrare quanto – anche attraverso normalità fatta di dinosauri e Festivalbar, attraverso la leggerezza, si puó seminare senso, che spesso non abbiamo voluto guardare perchè troppo vicino.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.








