Se quello che ci distingue come esseri umani è il linguaggio, aver dato un linguaggio agli animali significa che quanto rimane a definire tale un essere umano è la paura e il senso di fine.
Una consapevolezza raggiunta attraverso il punto in cui la parola stessa si fa tecnica e arte insieme, la scrittura.
Da qui parte Linda Dalisi per portare sulla scena il romanzo I miei stupidi intenti dell’allora venticinquenne Bernardo Zannoni, che alla sua uscita aveva fatto incetta di apprezzamenti e premi.
VicoQuartoMazzini prosegue sulla traccia di portare a teatro opere letterarie che tante fortune aveva dato con il lavoro di Nicola Lagioia, cercando un delicato equilibrio tra fedeltà al dettato delle pagine e interpretazione alle esigenze sceniche. E del resto, fare una scelta di regia significa sempre tracciare una via.

Michele Altamura e Gabriele Paolocà lo fanno in modo netto, scegliendo apertamente, da un romanzo denso e polifonico come quello vincitore del Premio Campiello 2022, la chiave attraverso cui sciogliere la metafora che lo sostiene.
Così gli animali dei boschi che nel romanzo parlano come saggi pensatori non sono più Archy, Solomon o Gioele ma personaggi, funzioni apertamente simboliche attraverso la figura che l’autore aveva scelto per loro: Faina, Volpe e Cane, non più antropomorfizzati ma umani che – dentro i costumi di Aurora Damanti che cercano l’animalità attraverso un lavoro artigianale che ha qualcosa dell’antico teatro popolare – esplorano nel loro raccontarsi come animali il confine tra le specie, tra razionalità e istinto.
Così, al Teatro Gustavo Modena di Genova, dentro la grande tana – la mastodontica e sorprendente scenografia di Daniele Spanò nel suo essere più filologica di quella originale, dotata di porte e di finestre – si aprono, sia simbolicamente sia sul piano concreto, due pertugi, uno dei quali viene spesso richiuso o scientemente ignorato, lasciando fuori prima un pezzo stesso della propria vita, nel momento in cui il giovane Faina finisce prima schiavo e poi allievo del vecchio usuraio Volpe, da cui apprende la via verso la scrittura e verso Dio, nella sua declinazione violenta e regolativa del Dio degli eserciti.

Poi, a restare fuori è una animalità rifiutata come ignoranza, nel momento in cui proprio la scrittura eleva a un superiore grado di coscienza e di sapere, dimostrandosi capace di tramandare memorie e strumenti oltre sé. Come del resto sta facendo Faina per tutto lo spettacolo, che lo coglie a fatti già compiuti e mentre cerca di consegnarli ai posteri, facendo coesistere, per larghi tratti due tempi e due momenti dello stesso personaggio, che si rimandano a vicenda e consentono di leggerne il mutamento.
Un’altra scelta registicamente suggestiva che non ne altera la chiarezza. Infine, però, a restare fuori è proprio quella tensione all’umano quando si rivela come l’affacciarsi su un abisso – la morte, la fine, l’inutilità – dalla cui coscienza gli animali sono sempre stati protetti.
Alla fine, gli animali non hanno davvero tratto qualcosa di utile, e gli umani che attraverso di essi si rappresentano hanno ritrovato amplificate angosce a cui la metafora stessa non sa fornire nessuna risposta, come lo inchioda ad ammettere la figlia incarnata da una intensa Arianna Scommegna che assume su di sé tutto il femminile nelle sue diverse manifestazioni spietate, lucide, a tratti persino tenere e vezzose, che ognuna a suo modo orientano l’agire di faina.
Personaggi che, tuttavia, servono qui soprattutto allo sviluppo della storia, lasciando in ombra – come le luci di Giulia Pastore che a loro volta sovente guidano lo sguardo – un’altra delle possibili linee narrative della storia, laddove si dà spazio alla violenza maschile sul femminile (figlie, compagne, sorelle – con una brutalità a tratti disturbante).
Restano fuori dal racconto anche molte delle suggestioni filosofiche – a partire dal concetto stesso degli stupidi intenti, che qui diventa invece qualificativo di un tentativo mancato dei protagonisti di emanciparsi da se stessi – dentro cui il romanzo si era voluto arditamente addentrare, così come – nella compresenza temporale di Faina in diverse stagioni della sua vita – una parte del percorso di formazione che il giovane attraversa e che aveva dato l’appiglio alla categoria editoriale più facile in cui inserirlo nello scaffale delle librerie.
E tuttavia, questo spettacolo è la dimostrazione che non si deve necessariamente leggere l’enumerazione di quello che manca come una diminutio per il lavoro stesso, quanto piuttosto come un efficace esempio di una interazione possibile tra linguaggi.

È certo utile aver letto il romanzo, per apprezzare meglio gli snodi narrativi della vicenda, ma è utile aver visto lo spettacolo per restituire, soprattutto, due cose: la limpidezza dell’intento, che la sfida che l’autore si era imposto aveva forse un po’ affastellato, facendone insieme una favola, un apologo, un romanzo sui massimi sistemi e un gioco letterario.
E – soprattutto – a risaltare qui è la vividezza dei personaggi, dei loro interrogativi e delle fragilità, della fame di darsi senso anche quando questo comporta farsi crudeli ed esercitare potere o far disperdere un vecchio amico nel nulla di una ricerca impossibile del suo passato, o avere la necessità di strappare qualcuno alle proprie radici solo per fame o disinteresse, o per modellarlo alla propria necessità senza per questo non saper dimostrare amore.
C’è un concentrato di umanità nelle sue contraddizioni e complessità, che sa interrogare ed emozionare, grazie alla scelta operata a monte che ne evita la dispersione, ma forse soprattutto all’interpretazione ispirata dei protagonisti.
Oltre ai registi e alla già citata quota femminile Leonardo Capuano, Jonathan Lazzini, e Giuseppe Cederna, con quest’ultimo a distinguersi per efficacia. Uno spettacolo da vedere. Perché la riflessione, e la scelta, continuino.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo
- Chiara Palumbo









