Della suggestione di Macbettu c’era bisogno.

«Una cosa che non vedo l’ora di non vedere», aveva tuonato a tutta pagina su un importante quotidiano nazionale circa due anni fa un blasonato esperto, emblema di quella critica nostrana che ancora si arroga patenti di legittimazione a scatola chiusa e che si accomoda a suon del «bel tempo che c’era ai miei tempi» su tutto quel che occupa i palcoscenici di questo ventunesimo secolo orami più che inoltrato.

È probabile, va detto, che siano state proprio queste parole e il grande clamore che hanno suscitato tra gli addetti ai lavori e gli appassionati ad avere una porzione di responsabilità nella grande attenzione che ha ricevuto da allora il Macbettu con la regia di Alessandro Serra. Se però il critico si era concesso una «recensione preventiva» (c’è da chiedersi cosa inducesse la penna a scrivere quanto il giornale a chiedere uno scritto la cui etimo vale “esaminare, considera\re attentamente”) domandandosi retoricamente se «il dialetto è così necessario? », una volta visto, la certezza granitica è che su questo lo si può smentire categoricamente.

Partendo dalla consapevolezza, non incidentale e tutt’altro che campanilista, che il logudorese in cui Giovanni Carroni ha tradotto il testo non è un dialetto ma una lingua, non solo formalmente. L’idioma in cui suona lo spettacolo ha avuto lo sviluppo e ha l’indipendenza della lingua, ed è per questo che è stato scelto ed ha l’efficacia che ne fa il sangue del Macbettu di Serra, tanto quanto il movimento ne sono le ossa e i suoni i nervi. Un corpo vivo che ha di recente ha abitato anche le tavole del Teatro dell’Arte di Milano.

Se la scelta fatta per una nuova riscrittura di uno dei classici che ciclicamente si sospetta aver già detto tutto è quella della fedeltà assoluta al dettato shakespeariano e al suo costume, che voleva fosse interpretato interamente al maschile, la grande autonomia che le lingue sarde hanno conservato rispetto a quelle poi confluite nell’italiano conferisce una musicalità ancestrale e fortemente poetica alle parole.

È un suono, quello che muove quel che avviene in scena, è il dialogo di un mondo “altro”, che fra le altre cose ha permesso alla pièce di essere rappresentata in undici paesi. Non far scivolare l’occhio sui sovratitoli trasporta immediatamente lo spettatore in un altrove atavico e sospeso, in cui le parole suonano angolose e rudi come la terra incontaminata della Barbagia che nell’intenzione di Serra e della compagnia Teatropersona ha preso il posto delle campagne di Scozia.

È questa lingua a dare a tutta l’opera un fascino che profuma di terra e polvere, insieme al suono dei corpi che si fanno strumenti della natura. Così, in uno spazio scenografico nero che non ha bisogno di pressochè nessun appiglio realistico per essere immersivo risuonano il vento, i fiumi e le frasche, le pulsazioni ritmiche del rito antico del potere, delle radici misteriose della morte. Anche nel modo di rapportarsi gli uni con gli altri, la folta compagnia fa risaltare una virilità esplosiva e una delicatezza poetica, tratteggiando vivida l’immagine di una comunità con il semplice riempire sincronico dello spazio, guidati dalle coreografie di Chiara Michelini.

E dove non sono i corpi, a creare questa sinfonia antica e magica, ci pensano le pietre sonore dell’artista Pinuccio Sciola (San Sperate, Sud Sardegna, 1942 – Cagliari, 2016): un segno che dice già tutto in sé.

Il  buio squarciato da passaggi di luce fumosa è abitato a volte  di presenze dure e sentimenti forti, anche nelle affinità, o da maschere grottesche e divertenti come le tre streghe, già diventate iconiche. C’è spazio per l’astratto e il simbolico quanto per il reale e il carnale: un dualismo che contribuisce a fare di questa messa in scena un insieme che risulta frammentato, che vive più d’istantanee evocative che dello svolgersi della tragedia così come la conosciamo.

Un esercizio di stile e di tecnica, da parte di tutti, del regista e degli interpreti Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino, ma chi l’ha detto che un esercizio di stile debba essere fine a se stesso?

Ne consegue non solo l’adagio ormai trito per cui il Macbettu dimostra che il Machbeth ha ancora qualcosa da dire, ma quello forse meno scontato che il mezzo offre ancora tanti modi per farsi, tante intuizioni che cercano il nocciolo delle cose più che la dimostrazione d’estro, anche se questo significa, guardarsi indietro, fuor di pretese nostalgie ma capaci di riconoscere quanto uno strumento (una lingua, una ricollocazione) è in grado di aggiungere in termini di suggestione, senza ricadere mai nella parodia o nella rappresentazione folklorica pur sfruttando tutti gli elementi utili alla resa.

Perchè Macbettu sta lì a dimostrare non si tratta di gusto della provocazione o del localismo, tantomeno del piacere di un preteso passato: semmai piuttosto della coscienza che solo a certi luoghi e a certi tempi senza margini competono le parole per dire gli archetipi.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

Commenta

clicca qui per inviare un commento