C’è un’altra storia, una storia italiana, contenuta nella storia di Ustica, del DC9 Itavia che ancora qualcuno si ostina a pretendere caduto per altri motivi da quelli accertati dalla legge.
Come per anni si è mentito parlando di cedimento strutturale, oggi c’è chi lo fa parlando di una bomba. Per poter cancellare la storia delle stragi nere che porta fino alla strage di Bologna, cancellare la matrice fascista e preferirne una più comoda che ne prenda due al prezzo di uno, magari chissà, verso il terrorismo palestinese.
Eppure, anche se sarebbe di comodo, non è questa la verità. Che si trova invece nelle vite delle vittime di Ustica, ed è insieme la storia di un paese, della sua civiltà giuridica e poetica. Lo sintetizza con accorata sincerità Massimo Cirri: “Su quel volo c’era un pezzo di società civile, c’eravamo noi, è un carotaggio che dice cos’è quel pezzo di mondo in un dato momento”. È una storia che risponde alle parole del giuduce Rosario Priore, che mentre accertava la verità si chiedeva perché quelle 81 persone viaggiavano.

Tolti i 4 membri di equipaggio, uno su sette viaggiava per curarsi. Si chiamano migrazioni sanitarie, e “sono una parte di identità lacerata, dell’unità mai fatta”. Su quel volo c’era tutta Italia. Un paese a cui, poi – ed è inevitabile che il dialogo non prenda questo verso, sono stati consegnati quattro decenni di depistaggi. Che sono iniziati quando al giudice non è stato detto che l’orario dichiarato del disastro era quello del meridiano di Greenwich, due ore di differenza dal nostro.
E continua con le storie gravissime di 1000 dipendenti dell’Itavia mandati a casa per una concessione revocata per via di un aereo caduto per “cedimento strutturale”.
Sono delle famiglie delle vittime ma anche di un intero paese, o avrebbero dovuto esserlo, i tarli lasciati nei pensieri di tutta da Andrea Purgatori, allora ventisettenne, che da subito, sul Corriere, scrisse che era stato un missile, senza mai più tacere. Ma se il giornalista romano parla subito, il relitto nell’86 comincia a farlo, quando, – chiosa amara Daria Bonfietti, presidente dell’associazione Familiari, – bontà loro – qualcosa inizia a incrinare il sapere militare che anche i magistrati faticano a decifrare.
È merito di questa ostinazione, delle famiglie, se la verità oggi la sappiamo, e possiamo parlare di un aereo “abbattuto in uno stato di guerra di fatto e non dichiarata contro il nostro paese, di cui si violano confini e diritti, in un cielo in cui volavano americani, inglesi, francesi, belgi e forse libici, con il transponder spento”.
Eppure, il silenzio, come sulle migrazioni sanitarie, lascia ancora molti vuoti da riempire. Si sono recuperati solo 39 corpi, “moltissimi di noi non hanno avuto un posto dove andare”. Per questo, è nato il museo della memoria di Ustica, il suo strazio prezioso e straordinario, perché di fronte al muro del silenzio, commenta Daria Bonfietti “abbiamo voluto parlare con il linguaggio dell’arte”.
E forse poteva farlo solo Christian Boltanski, che da subito risponde all’appello. E oggi, a Bologna, quel che resta del DC9, Gli specchi neri e le lampadine, le casse degli effetti personali e le voci di chi ha perso la vita lasciandosi dietro il diritto negato alla verità, sono lì a dar forma a un quello che Laura Curino, intervenuta accanto a Cirri e Daria Bonfietti a Pordenonelegge, giustamente chiama “un luogo di raccoglimento, meraviglia, riflessione. Un luogo di bellezza, quando ne comprendi il significato. In cui si fa omaggio a un artista ma soprattutto a persone, tra cui domani potresti essere tu”.
Le voci di chi non c’è più e quelle di chi resta, che risuonano urgenti anche in mezzo alla festa, sono lì a fare memoria non soltanto di quanto è avvenuto, ma anche dell’urgenza di “far sapere cosa è potuto avvenire per non dire la verità. Per non avere una dignità nazionale da difendere”.
In questo senso, l’arte, non è però soltanto un bell’escamotage, buono per ricordare a vario titolo e per ogni sensibilità. Si regge sul sapere. Quella che continua, ogni estate, a Bologna, è “arte elaborata sulle emozioni nate perché alcune persone sono state lì dentro”. La battaglia è lunga, ma si può ancora fare insieme, in molti modi. Anche attraverso chi, tra gli artisti, i giornalisti e gli operatori, ha scelto e sceglie di prendere parola.
E allora in questa storia, come in quelle narrate in Lontano il nucleo epico è l’opacità del potere.
Che prende una figura concreta quando un robottino di una società francese controllata dai servizi segreti scende negli abissi per scovare il relitto dell’aereo e ci trova una galera romana, un caccia tedesco, e le tracce di un altro robot.
E allora vale la pena dirla, finalmente, la verità che parla di una riunione all’ambasciata usa che decide il silenzio, perchè “quello che doveva avvenire era indicibile”. Fino a che Cossiga, allora presidente del consiglio, “si sveglia” nel 2008 e riferisce che il capo del SISMI gli disse che forse erano stati i francesi, che c’è stata una telefonata a Gheddafi, e il pilota dell’aereo transalpino, tornato sulla portarerei, si suiciderà. Se l’obiettivo era Gheddafi, come rivendicarlo, al tempo dei blocchi di influenza? Forse per questo un aviere di leva, tornato a casa, confiderà a sua moglie: “Abbiamo schivato la Terza guerra mondiale”.
Questo, però, al tempo dell’omertà, rientra nel regno di quel che si sa e non si dice. Come si sa e non si dice, ma lo scrive la sentenza, di “una parte delle nostre istituzioni che giocavano dall’altra parte”. A cosa servono, allora, le voci delle famiglie, e di chi cammina loro accanto? “Facciamo memoria ma anche storia, siamo riuniti per aiutare le istituzioni a far emergere la verità. Ma la storia, se non ci riesce la magistratura o la politica, aiuterà a dare risposte. Se non c’è l’intervento politico, resta solo la voce di chi, con l’arte o col coraggio di continuare a dare parole, può sperare nei pezzi che continuiamo a cercare, come l’ultimo frammento di velivolo che ancora manca.
Tenere insieme questa storia alle altre, allora, diventa un’occasione Per tenere desto il discorso di Ustica e tenere vive altre storie, che ne sono eco. E quella di un paese in cui la migrazione ed emigrazione per guarire viene raccontata come “mobilità”.
La fatica di chi non ha più armadi dove tenere gli abiti. Un posto dove fermarsi a dormire. Mentre si chiede come fa, a dormire, chi sa e ancora tace.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






