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Virtual reality e la verità del sogno

di Chiara Palumbo

Come si danno parole alle mani? Dove si situa precisamente il confine tra reale e virtuale quando ciò che esiste va immaginato eppure si vede con precisione? Sono grandi domande, a loro modo di senso, quelle che suscita Virtual Reality, l’ultimo apprezzatissimo lavoro del quartetto di mimi ucraini Dekru, andato in scena al Teatro Oscar di Milano e accolto dal suo direttore artistico, Giacomo Poretti, con la promessa di tornare, meglio se a cadenza regolare.

immagine per Virtual Reality Dekru, Teatro Oscar
Virtual Reality – Dekru, Teatro Oscar: Mykyta Cherepakhin, Viktor Chuksin, Inna Turik, Bohdan Svarnyk

Una “promessa”, raccolta tendendo l’orecchio lasciando la sala di via Lattanzio, che non può che incontrare il favore di chi, in un’ora intensa e rapidissima, si è immerso in un’atmosfera di sogno che sa di antico e modernissimo.

Cosa lo è del resto di più della realtà virtuale dei devices che – sempre di più – se ci astraggono dal tangibile ci permettono, anche, di forzare i confini del tempo e dello spazio, vedendo davanti ai nostri occhi tempi e luoghi non vissuti come se vi ci trovassimo immersi.

Lo stanno ampiamente dimostrando le nuove frontiere della fruizione delle arti visive e dei percorsi di diversi musei anche se, quello che di fatto vediamo avvenire – e che è, molto più spesso, l’arida realtà – sono dita che corrono si, ma sugli schermi più o meno grandi di device che si moltiplicano, che allontanano gli sguardi per portarli verso mondi altri.

Ma se, a crearli, fossero quelle stesse mani?

Il riferimento al mondo digitale diventa allora soltanto un pretesto per rievocare un sapere dal sapore antico: quello dei corpi degli attori, a cui basta soltanto quello – sovente, appunto, addirittura solamente le mani – per creare una realtà abitata da creature marine e manichini che – come in certi sogni, prendono vita soltanto davanti occhi che li sanno guardare.

immagine per Virtual Reality Dekru, Teatro Oscar
Virtual Reality – Dekru, Teatro Oscar

A consentire la magia, la precisione di un mestiere pieno di sapienza, che esige il più perfetto controllo dei corpi d’attore anche – forse soprattutto – quando questi si mostrano nelle loro ampie possibilità, apparentemente disarticolati o al contrario rigidi come sculture, create e poi mosse per diventare, a loro volta, strumento di relazione.

Non solo e non tanto quella via social – su cui lo spettacolo si apre nella sua parte più ironica e forse prevedibile, dando vita ai “trend” dei social, ai video che ormai colonizzano – al di là dei giudizi di valore – le giornate di tutti. Ma, soprattuto, quella relazione tangibile di cui il teatro stesso si nutre, anche quella tra performer e pubblico, che non a caso viene chiamato spesso in causa per diventare strumento attivo della pantomima e della rappresentazione.

Molto oltre il superficiale strumento di coinvolgimento, come spesso si fa, qui la chiamata all collaborazione del pubblico, che di certo aiuta l’efficacia della resa dello spettacolo, diventa proprio il mezzo per offrire un saggio dello straordinario talento dei quattro performer Mykyta Cherepakhin, Viktor Chuksin, Inna Turik, Bohdan Svarnyk, che – abiti di velluto nero e volti bianchi di prammatica in omaggio alla tradizione, fanno dei corpi propri ed altrui un veicolo di poesia senza bisogno di imposizione.

immagine per Virtual Reality - Dekru, Teatro Oscar
Virtual Reality – Dekru, Teatro Oscar

Quello che si crea è un dialogo in cui ogni gesto, nella sua eleganza ed esattezza, è la particella di una lingua che si comprende con esattezza e non ha bisogno di traduzione. Anche perché quelli che si vanno a comporre sono quadri di vita quotidiana condivisa, di un’immaginazione che ci ha abitati tutti e che forse ci riporta a quando, da bambini, ci sembrava possibile tutto quel che eravamo in grado di immaginare.

E se gli artisti sono capaci, con la raffinatezza con cui lo sono i Dekru – guidati dalla regia di Liubov Cherepakhina, cui si deve anche la giustapposizione delle scene – di riportarci lì, non c’è bisogno di nessuna sospensione dell’incredulità per seguire con gli occhi il cadere di una palla che pure non vediamo ma – senza dubbio – c’è.

Nella realtà virtuale, che gioca con quella tangibile dove siamo trasformati in manichini da crash test permettendo invece che i manichini si ribellino a chi li manovra.

Ecco come il teatro, il linguaggio meno virtuale di tutti, sa ancora creare una realtà, che diverte, affascina e consente di lasciarsi semplicemente trasportare altrove. Come se fosse poco.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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