La morte come immensa distrazione dal vivere o come momento in cui ogni verità si chiarisce. Si parte da qui per comprendere due libri in cui a Pordenonelegge si intrecciano parentele e legami: Malbianco, di Mario Desiati e L’immensa distrazione, di Marcello Fois, entrambi pubblicati per Einaudi.

Ad unirli, una memoria di famiglia, evocata e ricostruita, o forse più puntualmente le radici che ci fanno ciò che siamo. Del resto, chiosa Desiati in apertura, «le nostre radici sono alberi: abbiamo nel patrimonio i luoghi, gli oggetti, le relazioni, le ferite» che scavano dentro ma di cui possiamo custodire identità e prospettive future. Come fa il malbianco, un parassita che svuota dall’interno il corpo dell’albero, ma da cui si può guarire, solo a patto di curare la pianta foglia per foglia. Di dedicarle pazienza e dedizione.
Una metafora dell’umano come individuo ma anche della sua esigenza di stare in relazione, di cui la famiglia è il primo microcosmo, al primo grado, e insieme lo spazio di ogni conflitto, di ogni ferita, di ogni radice.
Perchè, come sintetizza acutamente Marcello Fois «La famiglia, da Omero in poi, serve a raccontare l’universo». Un sistema che non può che essere complesso, come lo sono le famiglie di cui solo si può occupare la letteratura, muovendosi «dentro il territorio in cui le narrazioni sono disponibili».
E che il protagonista del romanzo dell’autore sardo osserva e racconta da un punto liminale per definizione, lo spazio un attimo prima del morire.
Un istante – che la scienza quantifica tra i trenta secondi e il minuto – in cui non può avere il controllo su quel che pensa e non si può autoassolvere.
Da ciò, stimolati da Valentina Berengo, gli autori rinvengono, nella propria storia e in quella collettiva a un tempo terapia e immaginazione, che si annidano in ogni parola che ci definisce, partendo da quello «che sappiamo ma non conosciamo, il nome». Con la sua carica simbolica e il suo significato.
Ad accostare i due romanzi, tuttavia, c’è anche la ricerca di una verità, che tuttavia, sintetizza Fois, è «una delle parole meno interessanti per uno scrittore, come felicità e ispirazione». parole piene di retorica e vuote di forza del racconto «perché in letteratura è quello che il lettore percepisce come tale e quanto tu sei bravo a farlo credere».
E se la verità esiste in letteratura è quella che lo scrittore infonde nelle pagine consentendo a se stesso e al lettore di riconoscersi nelle sue parole e in ciò che le muove, offrendo al lettore le parole migliori per ciò che il lettore non saprebbe nominare.
Anche, ad esempio, alle memorie personali che compongono la grande storia, come nel caso di quasi un milione di italiani deportati per non aver voluto continuare la guerra coi nazisti, e diventati “IMI”: una storia dimenticata di schiavi utili a supplire una mancanza, nelle aziende belliche vuote di tedeschi in guerra dopo l’8 settembre e tornati a casa, due anni più tardi con la vergogna di non aver agito abbastanza, ma anche di aver iniziato la guerra dalla parte sbagliata.
Memorie della grande storia che innervano ancora le storie comuni e segnano consapevolezza sul futuro. Come i castagni piantati invece delle parole per raccontare la prigionia e che – se anche muoiono insieme a colui che li ha scelti come simboli, anche se fuori contesto, come i castagni perchè ricordassero la Germania anche nella terra arsa di Martina Franca. E non importa se muoiono insieme a colui alla cui memoria dovevano evocare. Perchè è a questa funzione che supplisce la letteratura: “leggiamo per piantare un altro castagno anche quando il primo muore”, spiega Desiati.
E a chi lavora con le parole resta il compito di trovare il modo di farlo, di lavorare per migliorare il linguaggio per dire gli altri, anche attraverso libri come questi che raccontano anche i libri, come strumento di tutti, senza elitarismi e distanze.
Punti di contatto di storie differenti, tra i Manfredini di Fois e i Petrovici di Desiati, che in romanzi lirici e profondi accostano voci di nonni per snidare l’illusione che il Novecento sia morto. Se lo è, lo è come il protagonista di Fois, è nel passaggio in cui le sue sinapsi ci sono e producono ancora conseguenze: altrimenti, non si capirebbe il mondo e le sue guerre, dalla Russia a Gaza. È morto un secolo. forse, ma questa morte è il momento in cui capirla.
Magari attraverso le voci delle donne, come l’Ada di Malbianco: «l’unica che insegna a nominare le cose, e più nomi conosciamo più possiamo guarire».
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.
