“Fillus de anima. È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra”, iniziava così, Accabadora, il romanzo che ha consegnato Michela Murgia alla fama nazionale e agli onori degli albi d’oro dei premi letterari.
È rileggendolo con la voce di Maria Listru, “frutto tardivo dell’anima di Bonaria Urrai”, l’accabadora di Soreni, che torna in scena, davanti alla platea gremita del Teatro Menotti di Milano.

Carlotta Corradi riavvolge dalla fine il nastro che lega la piccola Maria, “l’errore dopo tre cose giuste”, la bambina non vista, alla donna ha deciso di darle “le scarpe giuste”, che sul Piave non aveva l’amato e perduto Raffaele, partito soldato suo malgrado, sul Piave non aveva. Da poco prima dell’ultima cesura.
La drammaturgia rimescola e ricompone i frammenti, intervenendo con grazia per raccordarli, ma tenendosi accuratamente fedele alla levatura lirica e all’esattezza delle parole di Murgia, che nell’interpretazione di Anna Della Rosa ritrovano tutta la forza di chi le ha scritte, non senza il suo guizzo d’ironia sapiente, sempre in punta di parola.
C’era già tutta Michela Murgia, nelle pagine di Accabadora: la scrittrice di razza, innanzitutto, per cui le parole si fanno insieme pennello e coltello.
Quanta sottile intelligenza ci vuole per raccontare di un uomo che fa rispondere alla serva di casa alla domanda “da che parte lo portate” e della sarta (questo fa tzia Bonaria, per Maria, alla luce del sole) che rifiuta sdegnata di confezionare i pantaloni richiesti perché “di certe cose, Mariedda mia, la misura è meglio non conoscerla”.
Senza dire nulla, è già tutto qui. Anche la protezione di ogni donna, anche a Soreni.
E poi la Sardegna, nella sua atavica magia spogliata però di ogni retorica: un dialogo con la tradizione evidente prima nella scenografia di linee nere che prendono via via la tridimensionalità ombre antiche, e poi nell’uso – era ora – sapiente dei video, in cui la ragazza si sdoppia e sfiora un altro possibile sé.
Le donne di allora la osservano, severe e accoglienti insieme, e sono sguardi di madri. D’altro canto, il legame che nell’ultima parte della sua vita Murgia ha chiamato famiglia queer era già tutto qui, nel vissuto – anche suo: il libro era dedicato “a mia madre: tutt’e due” – di due donne che si incontrano come l’Italia e la Sardegna, separate dal sangue, unite dalla scelta.
La parola madre, per Maria, ha il segno della gonna nera e lunga di Bonaria, i suoi piedi che – come il primo giorno – spariscono sotto l’orlo coi suoi passi, la sua voce che dice “lei è Maria”, mentre per Anna Teresa Listru, ruvida come chi è costretta a “fare la zuppa anche con l’ombra del campanile” lei è soltanto l’ultima.
C’è la vita e – certo – la morte, la forza di rivendicare per sé il diritto alla scelta, fino all’ultimo momento, anche con tutto il dolore possibile.
C’è, persino, il dissidio con l’anima cattolica che prende la forma della rabbia della figlia incapace di perdonare la madre di aver voluto aiutare, pietosamente, la fine ad arrivare.
E, insieme, il rifiuto di ogni dogmatismo, di ogni petizione di principio, “Maria, non dire mai, di quest’acqua io non ne bevo”.
Rivisto oggi, rileggendo tutto assieme a posteriori, è difficile trattenere la commozione. Mentre sulla scena Maria lascia la leggerezza del vestitino carta da zucchero e con la solennità del nero diventa Bonaria, lascia l’infanzia e si prepara a trovarsi adulta e sola, e affronta la paura di non poter essere più figlia, si sente nitida l’eco della nostalgia che – dal 10 agosto 2023 – sta facendo sentire così tante persone orfane di una madre d’anima.
Eppure, la lenisce e la porta in scena il lavoro raffinatissimo a sottrarre di Veronica Cruciani, ricco di intuizioni evocative. Michela Murgia è nella sedia vuota in scena, è la silohuette che si proietta al negativo davanti allo spettatore, con il corpo di una intensa Anna Della Rosa, cui si può imputare solo l’errore di cercare un eccesso di mimetismo con il dialetto sardo, che a tratti le esce troppo calcato, al limite della caricatura.
Sulla scena Accabadora mostra già, evidente, la sua statura di classico, capace di superare il tempo e proiettarsi verso il futuro di lettori che di certo sapranno amarlo, nel suo essere fuori dal tempo, per molto tempo ancora.
Ma le parole di Bonaria Urrai, l’accabadora di Soreni, “colei che finisce”, non hanno solo consegnato all’assenza di fine la loro autrice.
Oggi, suonano con il peso – affettuoso e responsabilizzante – di una eredità. Ad ogni Maria Listru basterà riaprire le pagine, o il sipario. Gli strumenti, adesso, li abbiamo a disposizione: “perché tu dalle guerre devi tornare, figlia mia”.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






