L’amore di Dario Fo per le donne è notorio. Fuor di sottotesti voyeuristici, ci si sta riferendo agli amori cartacei, alle fascinazioni che lo hanno spinto a descriverle, raccontarle, restituire loro vita. Sono state molte, da Lucrezia Borgia a Maria Callas, forse l’esempio che più ha fatto scalpore.
Una storia al femminile è anche quella lasciata in eredità ai suoi ammiratori, che diventa, a Tempo di Libri, occasione di un appassionato ricordo.
È un’altra figura insolita, composita, vitale, come non poteva essere altrimenti per aver affascinato il giullare milanese. Quasi per caso una donna; che di casuale non ha nulla.
Cristina di Svezia è stata regina per sei mesi, salvo poi abdicare ai propri doveri di governo, per riprendere possesso della propria libertà. Amare donne e uomini indistintamente, vestire da uomo non per nascondersi agli sguardi o dare parvenza di autorità, ma per un puro anelito di libertà.
Una donna che Fo riscopre indagando tanto i documenti quanto le rappresentazioni. Se ci si chiede per quale motivo ne sia stato colpito, suggerisce l’amica e coautrice Giuseppina Manin, basta osservare la sua vita. Tutte le infinite donne che Fo ha amato artisticamente riflettono come in un prisma parte di una sola, la stessa, Franca Rame.
Sono le parole stesse che Fo usa proprio in questo testo, a riconoscere di dovere a lei la sua capacità di raccontare le donne. «A me – dice – è sempre risultato facile. Il cervello per il travestimento lo avevo a domicilio, Franca».
Una coppia «aperta, quasi spalancata» eppure inscindibile, che insieme ha saputo segnare, seguire, anticipare e vivere la storia dell’Italia, soprattutto quella delle donne, «molto meglio di qualsiasi testo di sociologia», chiosa la critica teatrale del Corriere della Sera Magda Poli.
Una prolifica ditta teatrale che si è fatta interprete delle battaglie, soprattutto femminili, con originalità e soprattutto coraggio, in Franca arrivato persino all’estremo di trasporre in potentissimo monologo teatrale la tragica esperienza di uno stupro subito nel 1973, per sfregio politico, da parte di cinque neofascisti.
Un teatro, il loro, che ha sempre percorso la traccia che passa per la liberazione della donna, da pregiudizi, convenzioni, leggi e consuetudini, puntando verso l’apertura di una possibilità, in direzione di una continua progressione.
Il loro mezzo, da giullari quali erano e figli – nel caso di Franca in senso letterale – della Commedia dell’Arte – è sempre stata la commedia, la risata, la farsa. Una scelta che Magda Poli spiega con Molière: se la tragedia permette di essere subito elaborata, la commedia si apre alla risata, ma «pianta nel cervello i chiodi della ragione»
Le loro donne sono sempre state controcorrente, e Cristina di Svezia non è che la summa di innumerevoli testi pensati con gli occhi delle donne, sempre dalla loro parte, empaticamente coinvolto al punto che Franca stessa – ricorda la Manin – amava scherzare sulla sua nascosta natura femminile.
La sua fantasia, avvicinatasi al sacro negli ultimi anni, lo spingeva ad immaginare uno Spirito Santo femminile, che avrebbe cambiato la storia delle donne, imponendo una parità che ad oggi è ancora una chimera. Nell’attesa che il mondo e la storia raggiunga i loro passi, Dario Fo e Franca Rame ci erano già arrivati, lottando, facendo ridere, pensare, e regalando al mondo la straordinaria vitalità personale, che specchia quello che il teatro può ancora, e potrà sempre, essere.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.
- Chiara Palumbo
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