inQuiete Festival di scrittrici #10. Donne che ridono. Serena Dandini e le valorose.

«È facile per una donna essere valorosa» apre così il suo Catalogo delle donne valorose, Serena Dandini, facendo proprio, secondo Chiara Valerio che la incalza, un termine tradizionalmente riferito ai maschi, «perchè le parole erano tutte degli uomini». Una donna invece «è valorosa quasi per obbligo», sostiene Dandini, che punta a ridare onore a tutte le donne che non entrano nei pantheon, nelle intitolazioni. A una riduzione al silenzio che ha privato le altre donne di una genealogia fondamentale anche in termini di riconoscimento, autoconvincendole che «il posto delle donne è in minore».

Un catalogo storico che rende evidente che le cose stanno cambiando, ma al contempo quanto la storia sia fatta di accelerazione e ritorni sui propri passi. Per questo, commenta, vanno rifatte proprie le parole e le memorie, note e non note, uscite dal sentiero prefissato.
Il catalogo di Dandini, che fa il verso al Da Ponte del Don Giovanni, sceglie strade alternative e talora sorprendenti, e così facendo riconosce che «c’è un canone di eroi che può essere riscritto ed è fatto dalle donne» e anche tra di esse esplora strade nuove.

Di Virginia Woolf ad esempio prende in considerazione la sorella, Vanessa Bell, di Antoine De Sant Exupery la moglie. Aprendosi così a un interrogativo poco posto e decisivo: «quanto vale essere cresciuto senza l’occhio del potere addosso?».
Lo spostamento del cono di luce mostra, ad esempio, che quella di Bell e Woolf è una storia di sorellanza e competizione, di una grande pittrice che ispira la sorella e ne illustra le opere, e che insieme a lei animava la vita culturale, di due giovani donne a cui il rimanere orfane da modo di creare un salotto per i giovani che volevano cambiare il mondo, in un momento storico nel quale un salotto intellettuale misto animato da donne era rivoluzionario.

Lo sguardo altro di Dandini però si allarga, passando anche per le cortigiane, che in un tempo privo di alternative facevano una scelta di libertà.

Un allargamento che arriva ad accogliere anche personaggi come Betty Boop, il cui messaggio, chiosa, «è prendersi quello che non ti danno». Nasce infatti quando le donne conquistano il diritto di voto e l’assenza degli uomini le porta al lacoro. Betty Boop, spiega Dandini, rappresenta le donne giovani che cercavano indipendenza: le ragazzacce delle poesie di Dorothy Parker. Betty Boop è sexy e non si vergogna di esserlo, e per questo viene censurata fino a indure il fumetto alla chiusura nel 1938. Resta tuttavia quel tipo di icona di emancipazione a cui le donne non vogliono rinunciare.

Sotto la serietà del tema la cifra della risata caratteristica di Serena Dandini è preponderante, e Chiara Valerio vi si conforma con una naturalezza quasi sorprendente, interrogandosi sulla misura di autobiografismo insita nell’aprire e chiudere il catalogo con due donne di televisione.
La prima, viene da pensare non soltanto per motivi di priorità alfabetica, è Ilaria Alpi, che Dandini descrive come una ragazza normale che può insegnare a tutte le giovani. «Lei era sul territorio e ha fatto bene il suo lavoro, una giornalista con la schiena dritta. Era una giovane preparata ed empatica, che non si è fermata» ed è a queste sue qualità che si deve, ricorda, l’impegno a non smettere di cercare la verità.

Per ultima, e questa volta si solo per colpa dell’alfabeto, Monica Vitti. È sul suo esempio che l’autrice romana incardina quell’elogio dell’ironia in cui di fatto la presentazione si trasforma: «per noi ragazze che abbiamo pensato di essere autiorizzate a far ridere pensando e raccontando di cosa ci sta a cuore, Monica è un baluardo. Credevamo che l’umorismo fosse un attributo un po’ maschile. Monica Vitti ha liberato tutte perchè era bella, intellettuale e buffa. E sapeva essere pari ai suoi partner».

Un perenne movimento tra passato e futuro, quello di Dandini, che a novembre si specchierà nel ritorno televisivo, tre decenni dopo, della Tv delle ragazze. Un ritorno attraverso cui, spiega «voglio capire chi eravamo e chi siamo». una chiamata alle armi di attrici giovani, che si accoostano alle storiche interpreti, da Lella Costa ad Angela Finocchiaro. La stessa varietà che si riscontra nel catalogo, nel quale trova spazio un grande equilibrio di provenineze geografiche, per uscire fuori dall’orizzonte occidentale.

È così che Serena Dandini ha scoperto che «la storia delle donne è uguale in tutto il mondo e c’è un filo rosso che le lega al mutare del contesto». A Mata Hari come a Grazia Deledda, ad esempio, era stato impedito di studiare.

Se per le donne non ci sono busti, di queste milletrè (per conservare la metafora dapontiana) che erano cento e si sono ridotte a trentaquattro, Dandini fa un roseto, perchè, spiega, «le donne sono rose, che fioriscono, non sono immobili, sono resistenti e rinascono».

Una riduzione forzata a poco più di tre decine di figure che Serena Dandini spera che dia voglia ad altri di aggiungere. Così come si augura che diano forza, coraggio. Fuori da ogni idolatria, perchè nell’ironia risiede anche il disinnescamento della “sindrome di Ginger Rogers”, la cui formulazione Valerio e Dandini attribuiscono a Michela Murgia: fare esattamente quello che fa Fred Astaire ma all’indietro e sui tacchi.

Secondo le due autrici, invece «la vera parità ci sarà il giorno in cui in un parlamneto ci saranno tante donne mediocri quanti uomini mediocri, e sapremo superare il migliorismo a cui siamo costrette».

Con la freschezza generata dalla confidenza Chiara Valerio annota, in chiusura, «l’entusiasmo bambino con cui Serena Dandini ha scritto, che passa intatto» anche attraverso storie molto note.

Una caratteristica che l’autrice apparenta appunto con la risata, e con lq propria esigenza di curiosità. Ironia e curiosità che sono i lasciti che si augura che questo libro offra, di cui, conclude Chiara Valerio, tutte le donne valorose – e quindi, le lettrici – devono riconoscersi parte.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

Commenta

clicca qui per inviare un commento