Teatro sull’Acqua #1. Il teatro per raccontare i luoghi: Arona tra mito e narrazione con La centaura

Ci si interroga spesso – e non senza motivo – sulla funzione del teatro e delle manifestazioni d’arte e di cultura. Evasione? Stimolo al pensiero?
Sovente, anche per chi ne conserva la convinzione di una funzione nobile, essa resta confinata nel dominio del tempo libero, separato – se non intellettualmente – dalla vita quotidiana, dalle abitudini e dagli spazi abitati giornalmente da chi usufruisce della cultura. Una abitudine che stanno cercando di rompere i sempre più numerosi spettacoli site specific, nati e pensati per il luogo nel quale prendono vita.

Ne fa parte anche La centaura, che caratterizza e si caratterizza, ripetuta più volte, (ne)i giorni del Festival Il teatro sull’acqua, e che sperimenta una delle possibilità caratteristiche di questa forma teatrale: la memoria storica attiva.

Al centro della breve mise en espace è infatti il paese che ospita il festival, l’elegante Arona, distesa sulla sponda piemontese del lago maggiore che per qualche minuto dimentica i fasti turistici attuali per richiamare alla memoria un ricco passato. Che passa in primo luogo dalle antiche mura, di cui lo scheletro di fondamenta dissepolte, evoca l’eco protettiva di un’antica rocca, che da Roma al Medioevo ha dovuto soccombere soltanto a Napoleone.

A fare da guida e a farsi seguire dal pubbllico e dalla storia è una coppia curiosa; la centaura del titolo, mezza donna e metà cavallo, e la piccola Alice che trova in Arona il suo nuovo Paese delle meraviglie. E così quello attraverso Arona diviene un viaggio sul filo tra la verità e la finzione, dove la prima – chiosa la bambina – è incarnata dalla letteratura, dal raconto.

È la centaura, coi suoi zoccoli di cartone, ad essere finta, la rimprovera Alice con la saccenza dei bambini, tanto più quando portano sulle spalle due secoli di lettori.

L’altro mondo attraverso lo specchio è però quello del passato, e verità e finzione coincidono, quando la fantasia di Alice, insolita pifferaia, porta al suo orecchio l’eco angoscioso degli zoccoli degli invasori Franchi, che salgono dal lago per impossessarsi della città, per poi trasformarsi in quelli – veri – del cavallo bianco di Garibaldi, che col suo corredo di folta barba e camicia rossa entra in città, come alla testa dei suoi il 1 maggio 1848, accolto da una popolazione che improvvisamente torna ad essere quella di allora, sventolando festante bandiere tricolori e inneggiando all’eroe, e poco importa se ad aprirgli la strada non sono armigeri ma una banda in pantaloni rossi e camicia a strisce che sembra arrivata ad Arona direttamente da New Orleans.

Una simpatica messa in scena, ben resa dalle giovani interpreti, Camilla Dell’Agnola e Valentina Turrini che suggerisce bene quello che sembra essere l’intento dell’intero festival: un legame stretto tra la cultura e la città, che intesse buona parte del programma, soprattutto teatrale.

Autrice, maestra di cerimonie – inevitabilmente – Dacia Maraini, che permea in modo persino pervasivo l’intero festival, che certo si deve al suo impegno, e porta vistosamente il suo marchio, a partire dall’abbondante “sicilianità” (in particolare sul fronte femminile) presente nel programma, da Emma Dante alla bella prosa de Il morso, pubblicato con Neri Pozza dall magistrato catanese Simona Lo Iacovo, che evoca la nascita dei moti del Quarantotto, in Sicilia, attraverso la storia dimenticata della giovane Lucia.

Su tutto e tutti è però Maraini a tenere banco, in ogni veste, autrice, modeatrice, e persino attrice nello spettacolo sull’acqua: matronale, accentratrice ma indubbiamente vitale: compito del festival quanto suo, nel futuro, la disponibilità e la forza della creatura lacustre ad imparare a camminare sulle proprie gambe.

Le potenzialità ci sono, perché questa forte interdipendenza tra spazio e contenuto può e deve essere sapientemente cavalcata, accostandosi alla ridda di nomi noti, da Bignardi a De Giovanni, che trovano posto per le pittoresche stradine e piazze di Arona.

Proprio come il paesino che lo ospita, Il teatro sull’acqua dimostra come il Belpaese sappia e possa ancora essere fucina di piccoli gioielli – che sia in forma di memoria o d’intrattenimento – tutti da coltivare.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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