Si usano chiamare classici quei testi destinati a restare – anche due secoli e mezzo dopo essere stati scritti – e che arrivano a prestare citazioni alle massime e al linguaggio comune. La Bottega del caffè è indubbiamente un classico.
E non solo perchè da lì viene il celebre «vedi Napoli e poi muori». Ma soprattutto perchè è un testo che ha ancora molto da dire, e la messa in scena de La Confraternita del Chianti al TNT – Nuovo Teatro Treviglio per Tagadà Rassegna Teatrale lo dimostra.
Si parla infatti di ludopatie, gioco d’azzardo patologico. Una dipendenza che oggi affligge settecentomila persone, così come era endemica nella Venezia di Goldoni.
Perchè questa consonanza si senta immediatamente, è necessario fare qualche traduzione, ed è di questo aspetto che si sono occupati Chiara Boscaro e, per la scena, il regista Marco di Stefano.
La lingua non tradisce quella dell’autore veneziano, ma si asciuga nei termini e si arricchisce nei modi.
Scritta in origine per essere compresa da un Paese in divenire, e quindi interamente in toscano, qui la commedia ritrova le sfumature degli idiomi d’origine dei suoi interpreti: don Marzio, «gentiluomo napolitano» nella didascalia goldoniana, sfacciato e linguacciuto, ha la voce di Giovanni Gioia da Forcella, mentre il torinese Conte Leandro con la sua teoria matematica per vincere al gioco cambia patria diventando il più iconico dei bauscia meneghini, nei cui panni si cela un istrionico Marco Pezza che contende al suddetto don Marzio la palma del personaggio più divertente.
Interessante anche la scelta di attribuire alla Pellegrina alla ricerca del marito Flaminio, alias Leandro, i natali riminesi della sua interprete, Giulia Versari, capace di vestire anche quelli della ballerina, persino contemporaneamente. Dando luogo così a uno dei momenti più efficaci, e indubbiamente difficili, dell’intera pièce.
Le potenzialità di un cast così variegato sono sfruttate appieno non soltanto per ciò che concerne il linguaggio, ma anche gli spazi.
Se infatti l’originale è ambientato in un campiello, la tipica piazza della città lagunare, nella versione della Confraternita, a farsi piazza è l’intero teatro, e il palco si dilata, venendo a coincidere con tutto lo spazio disponibile, avvolgendo il pubblico e impedendogli di fatto l’immobilità spesso tipica dello spettatore.
E c’è di più, ed è un aspetto ancora più significativo. La Confraternita stravolge, con naturalezza, senza necessità di gesti eclatanti, il concetto insito nel teatro che si usa appunto definire classico. A mutare infatti, non solo sono gli spazi, ma anche tutti gli aspetti tecnici e le convenzioni della messa in scena.
In primo luogo cade completamente ogni possibile quarta parete – tanto che, se de da un lato gli attori sono spesso fra il pubblico, parte del pubblico è stabilmente sul palcoscenico e più volte coivolto – ma soprattutto i meccanismi scenici sono scoperti e persino dichiarati. La scena è tale anche per chi interpreta, gli a parte, per convenzione ignorati anche nel teatro di interpretazione contemporaneo, sono qui perfettamente uditi, tanto da diventare spunto della prosecuzione della vicenda.
Una elegante forma di metateatro che riesce a non togliere verità a quello che avviene.
La più eclatante delle innovazioni – che dice la modernità del testo di Goldoni – però, è ancora un’altra.
Eugenio, il protagonista, l’uomo talmente malato di gioco da aver perso ormai più di quanto non possedesse e da non riuscire ugualmente a staccarsene, in scena non c’è.
Per un motivo molto preciso. è una sala di slot modernissima, ad aver sostituito i tavoli verdi del biscazziere. Nascosto dietro un telo che ricorda un sipario, quasi che la scena vera sia quella che vi si svolgerebbe dietro, cioè l’oggi, si consuma la rovina – che Goldoni già teorizzava – di una classe che anziché evolversi e farsi guida di un rinnovamento consuma sé stessa, e che – suggerisce la Confraternita – in duecentocinquanta anni sembra non ha mai smesso di farlo.
L’originale però rimane come una eco in Vittoria, moglie di Eugenio, interpretata da Valeria Sara Costantin, pronta a tutto pur di tenersi accanto il consorte, e nel caffettiere Ridolfo, Diego Runko, la figura paradigma del pensiero goldoniano delle commedie nuove di cui questo è uno degli esiti più felici. È l’operoso borghese, l’uomo onesto che ha saputo tutelare la propria integrità avendo conosciuto il baratro del vizio e che si spende per proteggerne in ogni modo l’avventato Eugenio.
Le risate abbondano, senza soluzione di continuità fra passaggi spiccatamente ridanciani e un umorismo nero ed amaro – già dell’autore – messo in bocca a personaggi che sono macchiette ma insieme sono verissimi, a cui la connotazione estremizzata serve a renderli riconoscibili, eppure non estranei.
Si ride molto e con piacere, ed agli attori – tutti, con la compagnia, come raramente accade, in scena al completo – va il merito di saper generare la risata mantenendo un livello interpretativo molto alto e una qualità attoriale indiscutibile, compito non facile in un’ epoca di risate facili. Tuttavia, sarebbe molto riduttivo limitare tutto alla commedia.
La modernità del testo, e la ragione per cui è così volentieri ripreso e avvicinato alla comprensione del pubblico del Duemila, sta negli spunti di riflessione.
Senza pretesa di esaustività, a colpire ve ne sono almeno due: Il primo sgorga proprio insieme alla risata, ed è affidato al congedo di Ridolfo: «avete riso di questi personaggi, fate che non si abbia, da oggi, a ridere di voi».
Ma ancora di più, il disincanto della società che nasce in Goldoni e si amplifica nell’era del digitale e della vita costantemente sbirciata dalle telecamere.
Una sintesi spieteta la regala don Marzio – scacciato con ignominia per aver detto troppo e goduto nel mettere zizzania – mentre lascia una città di adulteri, malati di gioco, persone piccole, avare e affamate di mostrarsi, che ormai non hanno più nulla, eppure, chiosa ironico, «dove tutti sono felici».
Malgrado tutto, se è vero che Ridolfo sembra riuscire, alla fine, a strappare dalle slot il debole Eugenio, forse anche oggi, come per Goldoni, si può lasciare spazio a un alito di speranza.
Sospendendo, temporaneamente, di chiedersi se potrà mai essere per sempre
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.









