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Festivaletteratura Mantova #4. Nella Russia dei licantropi con Aleksej Ivanov

di Chiara Palumbo

La Russia è lontana. Lo è stata per decenni, da tutto quello che era il (preteso) pensiero occidentale. Ma lo è anche oggi. Lontana dal nostro orizzonte, e in qualche modo da se stessa. In certi immaginari pare abitata (anche al di là della contingenza storica) da essere ibridi e mostruosi, persi e angoscianti come I cinocefali di Aleksej Ivanov, che nel romanzo omonimo edito da Voland abitano l’abisso tra il «centro e la periferia del mondo, ma anche della stessa Russia, che non potrebbero essere più distanti.

E allora, all’occhio dello sguardo che la grande letteratura russa classica ci ha insegnato a (credere di) conoscere, lo sguardo va sempre alla capitale, la grande Mosca. Ma è ancora, si chiede il russista Gian Piero Piretto, «la capitale mitologica faro delle province», a cui tutte guardano per trovare la propria rotta?

Invece, la fisionomia della città somiglia  piuttosto ai mostri di Ivanov, solo che anziché licantropa è una città vampiro, che «succhia le energie del paese intero comportandosi di fatto da colonizzatore interno» e attirandosi l’odio che lo sfruttatore inevitabilmente induce ai colonizzati-province, che vivono governate da leggi diverse coltivando con orgoglio una propria, specifica, radicata e precisa «identità regionale». A cui arrivano con la violenza dell’imposizione i modi e le strategie di vita che Mosca trasmette al Paese, forzando su quelle individuali una «identità propria che non corrisponde alle altre».

È un monolite che riconosce e conosce soltanto se stesso, e l’inevitabile esito è che, in tempo di crisi, propina alle realtà altre da sé strategie di reazione adatte soltanto a se stessa, a un sistema economico radicalmente diverso, segnato da un consumismo sfrenato e senza regole che appartiene a pochi.

Avviene così che se, come nel romanzo di Ivanov, tre persone si trovano ad arrivare alla provincia da Mosca, scoprono un mondo alieno da sé, che propone loro una realtà che avvertono priva di senso. Si squarcia così il velo della realtà ineludibile.

Oggi, in Russia, sintetizza Ivanov, «persone dello stesso Paese appartengono a tempi diversi. Gli uni al Ventunesimo, gli altri al Diciannovesimo secolo» e la lontananza incantata di Checov, conferma Piretto, si è trasformata in degrado.

Uno spazio in cui anche la cultura è un anacronismo, e non per colpa dei luoghi. Si è provato, spiegano, a fare della cultura un ascensore sociale. Ma, così come la luce moscovita, è stata fin dai suoi inizi, «imposta da una intellighenzia rappresentata dai grandi scrittori» che cercavano di fare dell’educazione uno strumento per formare rapporti umani, anche con la campagna. Un tentativo cancellato dal potere sovietico spostando semplicemente le persone in nuovi agglomerati urbani che smettevano di essere villaggi senza per questo diventare città, restando, di fatto «agglomerati di persone estinte».

Così «la cultura ha perso la propria missione, la gente ha perso la sopravvivenza». E la cultura si è trasformata in un passaporto, ma in un paese dai confini chiusi e abitata da persone troppo povere per viaggiare: carta in una comunità in cui la cultura non serve.

Raccontare questo tipo di Russia, spiega Anna Zafesova che lo ha tradotto, significa operare anche una traduzione culturale, in un paese in cui le persone si riconoscono più facilmente dal gergo criminale assorbito dai film, benchè conoscano meglio Tarantino che Tarkovskij.

In questo spazio grottesco e angoscioso si muove la potente metafora di una protagonista che – sola – ha un vero anelito di liberazione, ma è muta, e il suo mutismo è specchio delle violenze subite: «la brutalità del mondo disprezzo e disinnesca le qualità di una donna intelligente». Una presenza, il femminile, che per l’autore ha una natura evangelica.  «Se qualcuno è capace di empatia per questo personaggio, è in grado di credere nella morale e nell’etica».

Si può allora sperare in una rinascita? Ivanov è lapidario, almeno per quanto riguarda la cultura: «sperare che da parte degli intellettuali borghesi ci sia un’esigenza di andare verso le persone, il popolo, è inutile. Non è la loro funzione.

Ci sono altre personalità che vogliono fare quel che loro non fanno, ma è una azione individuale, non corporativa» eppure, il fatto che il suo protagonista maschile «futuro intellettuale borghese, scopra l’interiorità della giovane, significa che questa missione è capace di vederla». Perché invece le province nel loro complesso possano sviluppare direttamente una propria cultura, occorrono libertà, spiega lo scrittore, che la Russia non possiede. Eppure esistono luoghi, anche fuori dal ciclone moscovita, che stanno sviluppando una propria cultura e strategie di esistenza.

I cinocefali riesce a raccontare tutto questo, senza smettere per questo di essere un horror sui licantropi dalla trama dinamica ricca di affreschi stregati e santi dalla testa di cane. Ma nella suspance, chi si trasforma in mostro? «Non chi immagina il lettore» chiosa Ivanov.

Questo è un romanzo che non cerca di essere soltanto un messaggio. È avventura, evasione, insieme a risposte ad altri interrogativi. Ma anche, conclude Anna Zafesova, una parabola di storia russa e soprattutto una decostruzione dei suoi miti come noi li abbiamo creati. Angosciante e per questo necessaria.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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