Detto di cosa può fare il teatro, il Ginesio Fest è lo spazio adatto anche per chiedersi che cosa significa fare teatro. Anche perché, a popolare la affiatata comunità del festival marchigiano sono soprattutto i giovani che attori lo sono da poco o stanno per diventarlo.
Da diversi anni, infatti, la componente “nascosta” al pubblico – fino alla restituzione del penultimo giorno – del calendario del festival è una masterclass destinata a diplomandi e diplomati delle scuole del Piccolo Teatro di Milano e del Teatro Stabile di Torino, quest’anno affidata ad Alessio Maria Romano, Leone d’Argento alla Biennale di Venezia. E alla loro attenzione sono orientati, soprattutto, gli appuntamenti pomeridiani che vanno sotto il titolo di Tenersi compagnia, condotti da un attento Christian La Rosa.
Ne emergono, forse proprio per questo, momenti di rara generosità, in cui trova spazio un dialogo autentico, non formale e profondo, in cui nella libertà di spaziare seguendo il filo dei propri pensieri, i protagonisti svelano l’autenticità intima di sentire e posture che ben decodificano il rapporto tra interprete ed essere umano.
Se questo è stato vero nella franchezza delle proprie emozioni di Valentina Piciello e Tindaro Granata, lo diventa se possibile ancora di più quando nelle Marche dove è nata torna Lucia Mascino, – “quello che rende belle queste colline è che sono lavorate. Allo stesso modo, noi andiamo coltivati. E il teatro ti coltiva. Ti rende altro da quello che ti eri immaginato di essere e da quello che altri avevano immaginato per te”.
Per questa nuova edizione, l’attrice smette temporaneamente i panni della giurata che – per il terzo anno – assegna (insieme, tra gli altri, a Gianpiero Solari e Rodolfo di Giammarco) il premio “All’arte dell’attore” messo in palio nel borgo dedicato a Lucio Ginesio, musico, mimo e santo protettore degli attori.(Quest’anno il premio è consegnato a Vanessa Scalera e Giuseppe Battiston, dopo aver premiato, tra gli altri, Petra Valentini, Federica Fracassi, Massimo Popolizio e Paolo Pierobon, e poi Michele di Mauro e Lino Musella).
Quest’anno, l’attrice anconetana torna al Ginesio Fest da interprete, riportando nelle Marche il suo fortunato Smarrimento, che aveva debuttato nella sua città d’origine, al Teatro Sperimentale – e chi scrive, c’era, mentre su queste pagine lo avevamo raccontato nelle sue repliche romane, qui. Proprio da quel debutto muove Mascino per addentrarsi nella pratica d’attore, coi suoi accidenti e inciampi, soprattutto quando alla regia c’è Lucia Calamaro, mostro sacro della drammaturgia, sempre in bilico genio e sfida.
Specialmente con gli interpreti. Come quando, agli albori di questo lavoro, scritto, come usa fare, per e con la sua protagonista, e nel caso di specie, su sue impulso, accetta ponendo a condizione un lapidario “non possiamo fare uno spettacolo tragicomico, perché tu sei una persona triste!”.
Convinzione evidentemente mutata la mattina stessa del debutto, quando decide di riscrivere le ultime dieci pagine del testo, e infine a poche ore dal debutto, quando chiosa “preferisco ucciderti dopo che vederti morire sul palco: fai quello che vuoi, ma falli ridere!”.
A ormai diversi anni da quel giorno, con una tournèe che ormai fa contare sulle dita di una mano gli spettatori che non hanno ancora visto questo lavoro e moltiplica quelli che tornano, affascinati e commossi, una intensa Mascino commuove e diverte, e – in quest’occasione, davanti a un pubblico incline alla risata più che alla tragedia si concede di giocare dentro il testo, di illuminare di qualche improvvisazione un testo pieno d’acume e di dubbi, in cui una scrittrice in crisi sulla scena si cerca, come con una sincera e non banale analisi usa fare la sua interprete, per cui “il teatro ha a che fare con l’inconscio, il corpo, con quello che io stessa mi proibivo. È qualcosa che mi sconquassa i confini”.
“Qual è il tuo buon motivo?” Si chiede in scena la protagonista di uno dei molti romanzi in itinere, ed è questa domanda che Mascino sembra rispondere, con una franchezza che risuona a molti: “ho scelto il teatro per farmi spazio, per darmi uno spazio che non mi permettevo. Anche accanto agli altri, in teatro sei obbligato a farti spazio, a uscire dall’angolo. a darti un’occasione di esistere”.
Parole in cui non c’è retorica né una ricerca spicciola d’effetto, ma l’esito di un percorso comune a tutti quegli artisti che salgono su un palcoscenico mossi non dalla voglia di “sparare fuori tutta la mia verità”, ma piuttosto di scendere al fondo di se stessi, per diventare la migliore versione possibile, che in scena sappia sfuggire alle angosce che Calamaro mette in bocca alla sua protagonista che, lamenta “vive da convalescente, con la perenne sensazione di essere scampata a qualcosa. Campo riprendendomi, e non so da che”.
Anche perché, prosegue Mascino, l’arte non è una dote di grazia, ma l’esito di una ricerca; parla di sé, per dire di tutti, dice sono e con naturalezza scivola a un plurale naturale che abbraccia i colleghi e non soltanto: “non sono sempre al livello a cui lo spettacolo mi porta. Ci devo arrivare. Ho la possibilità di andare a fondo. Ma non la possediamo, la attraversiamo. Siamo in prestito all’arte”.
Forse solo con questo grado di consapevolezza si può aspirare a un percorso dove – magari dopo vent’anni – si ottenga una riconoscibilità di massa (che, chiosa, vale nella misura in cui moltiplica il numero delle occasioni) e magari passare dal teatro al cinema (di cui dice “non sopporto che sia convinto di aver scoperto attori che, sulla scena, hanno spesso carriere straordinarie e decennali”: valgano due nomi per tutti, gli stessi che spende la stessa Mascino: Lino Musella e Rosario Lisma, protagonista della penultima giornata del Ginesio Fest).
Senza nessuna intenzione di farlo, Lucia Mascino fa sintesi del senso di un festival e del mestiere, consegnando una lezione sul mestiere dell’attore che vale allo stesso modo per colleghi e appassionati, che hanno forse scelto il teatro – per dirla ancora con Calamaro “per mettere il loro dolore da qualche parte”, e smettere di sentirsi, come donna messa in scena “un decimo di quello che sono”. E che, attraverso la scena, gridano con lei: non sopporto questa misura striminzita, queste passioni rimpicciolite! e hanno trovato la loro forma – inevitabile chiamare a soccorso Calvino – scrivere un’altra voce possibile.
E farla durare. E darle (e darsi) spazio
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.







