Una fiera dell’editoria come Bookpride non può non essere lo spazio opportuno per aprire lo sguardo sulla costruzione di quella che – opportunamente – si chiama editoria di progetto, un nome per certi versi più puntuale di “indipendente”.
Se c’è un esempio efficace di questo genere di case editrici è L’orma editore, oggi consegnata alla fama nazionale dalla fortuna, e dal Nobel, di Annie Ernaux, ma in realtà che ha molto chiaro, da sempre, le sue intenzioni.
Le illustrano, nella seconda giornata della fiera milanese, gli editori Lorenzo Flabbi e Marco Federici Solari, partendo da una collana che certo tutti abbiamo in mente dopo essere stati in una libreria, e che si rende riconoscibile da tredici anni in Italia e cinque in Francia. Vale a dire la collana dei pacchetti, che ha consentito all’Orma di entrare nelle librerie.

Come nasce una collana che rompesse la prima barriera di disinteresse e l’eccesso di stimolo prodotto da libri pubblicati al giorno? L’intuizione, il progetto di Flabbi e Solari è chiaro, e felice nel suo gusto un po’ retrò, se è vero come lo è che tutti li abbiamo ben in mente: libri pronti per essere spediti, con una sovracoperta che diventa busta, in formato cartolina.
Coerentemente, ciascuno doveva da subito contenere romanzi epistolari, e così cominciare, partendo da Le donazioni pericolose con un traduttore per ogni personaggio.
L’intenzione è stata quella di creare un format editoriale novecentesco, che si agganci a una tradizione che nel tempo ha saputo essere innovativa. La postura degli editori di progetto si riconosce nella stessa dei titoli, pensando a un catalogo che accostasse nomi notissimi alla letteratura inglese e francese contemporanea che definisce la casa editrice. Con un piano capace, però di adeguarsi alle necessità.
Presto accantonata la complessità della forma romanzo, si è scelto di optare invece per una selezione di epistolari, partendo dai grandi miti dei loro curatori: Leopardi, Gramsci, Baudelaire e Nietzsche, questi primi quattro. Il successivo doveva essere Joyce, rivela Flabbi, di cui esisteva un epistolario erotico e intimo con la moglie Nora.
Le scelte, tuttavia, si riconoscono anche nei no che si è disposti a dire. Una volta lette, le lettere scambiate tra i coniugi sembrano implicare un eccesso di intimità da non invadere.
Bisogna allora che si arrivi a cinquanta titoli di questa collana, di cui un doppio ogni dieci, per fare esistere il Pacchetto Scartate le lettere a Nora. “Il progetto – l’insistenza sul termine è voluta – avrebbe potuto spingere, spiegano, a ripercorrere la strada della selezione per tagli tematici, già più volte percorsa per dare luce nuova ad autori noti e, dice Flabbi con un intento iconoclasta, per distruggere l’iconografia”.
Inevitabile pensare al rapporto con la scrittura, spiega Federici addentrandosi in una puntuale analisi dell’autore irlandese trapiantato a Trieste, perfetto per uno che “della parola aveva fatto qualcosa che non esisteva prima”.
Del resto, puntellano in una appassionata lectio magistralis, la lingua dell’autore vale più d’ogni altra un inciso. Se i Dubliners avevano ancora una lingua chiara, la lingua dell’Ulisse deve rendere tutte le parole del mondo, e per questo la corrompe. Ma è nel Finnegans Wake che si raggiunge un’apoteosi germinativa: vi si trovano diciotto lingue, quattro nella stessa parola che germinano significati.
Esisteva, tuttavia, un’altra angolatura preziosa dello sguardo, su cui è ricaduta infine la scelta degli editori: il rapporto con gli altri scrittori. Gli scambi, cioè, con chi lo ha ispirato, con i pari e con chi lo ha riconosciuto ispiratore.
Per farlo, tuttavia, occorre partire per un viaggio. Simile a quello che porta lo scrittore a Parigi, invitato da Ezra Pound per un soggiorno che doveva durare venti giorni e dura invece altrettanti anni.
Diventerà così uno degli autori raccolti intorno alla mitica libreria Shakespeare &co, “così vogliosi di futuro e stretti nel loro presente”, sotto una stessa aspirazione, il modernismo, e una voce che li rivendica: sarò ancora più moderno di quanto tu non sarai mai”.
Sono tutti spinti da un’accelerazione a cui Joyce serve da faro, tanto che per gli altri modernisti diventa, eloquentemente, dio. E tuttavia, questo libro, uscito da pochi giorni con il titolo, “Strappare alla vita il suo segreto”, dà conto delle difficoltà editoriali, e della solidarietà tra autori che quel tempo ancora concepiva.
Se il più presente è Ezra Pound, che mentre non disfa mai le valige del gran tour in giro per l’Europa sa cogliere che proprio Joyce sarà il “campione” che serve al modernismo. Sarà lui a creare il dibattito intorno al nuovo autore che, forse è strano a pensarci oggi, attirerà ai suoi testi censure non per la difficoltà letteraria ma per la densità di riferimenti alla politica e la centralità del corpo.
Eppure, la complessità letteraria esiste, ed è un’intenzione, spiega Federici Solari: risponde a un’idea di letteratura che somiglia all’Uomo senza qualità, che Musil desiderava fosse letto a due pagine a settimana. In Joyce, la lingua che si adatta alla consapevolezza, cresce come il protagonista de Il ritratto di un artista da giovane.
Per certi versi proprio seguendone la maturazione questo agile e affascinante libro si apre con l’ammirato Ibsen, a cui l’autore riconosce di aver portato via nel mondo una “barca senza vento”.
Una delle note più eloquenti e affascinanti dello scrivere di questo epistolario è che ad ognuno, l’autore scrive nella propria lingua. Infatti, ad Ibsen scrive in norvegese, che poi per questo userà anche nel Finnegans Wake. Da lui sosterrà di aver imparato “l’invisibilità dell’autore, l’eroismo interiore delle battaglie vinte nella scatola cranica” è: la scommessa di tutto il modernismo.
Seguono, poi, i rapporti di tutti i giorni e le lingue di ognuno: le lettere a Italo Svevo, che insieme ai suoi familiari sarà l’ispirazione per Harold Bloom, scritte in un italiano divertente e persino in triestino.
E poi T.S. Eliot chiamato il papa. Dove l’altro è “dio”, è facile vedere due autorità, che si emanano a vivenda. E il traduttore Carlo Linati. Quest’ultimo è una figura negletta e piena di fascino che, spiegano, “come gli editori riesce a minare le sacre verità”.
Lo farà anche con Bobi Bazlen, futuro fondatore di Adelphi.
Contattato per chiedere la traduzione di un testo teatrale, diventerà amico e confidente, permettendoci di leggere anche una peculiare lingua, quella epistolare appunto. Dalle lettere, infatti, emerge un’intimità, qualcosa che non diresti altrove, un idioletto personale che affina il rapporto con l’interlocutore. Nel caso di Linati è un’intimità dell’intelligenza altrui, non del personale ma di elezione.
A lui l’autore svela lo schema sotteso all’Ulisse. L’ambiziosissima intenzione di raccontare il mondo e il corpo come insieme di membra, una scommessa nutrita con l’entusiasmo per la forza del pensiero.
Anche da un libro compatto e originale come questo, si riconosce, chiosano gli editori, che nel tempo dell’assenza di certezze condivise Joyce è l’autore per capire l’Europa, che molti possono rivendicare come proprio nella sua pluralità di lingue, e di conseguenza nella lingua della traduzione.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






