La bulimia del nuovo è – se ce n’è una sola – la malattia del contemporaneo. Soprattutto quando questa prende una forma scenica e finisce col tradursi nello spasmo di etichettare come nuovo e giovane anche ciò che, per rimanere dentro a un perimetro noto ai teatranti, esorbita ormai da tempo anche delle strette gabbie dei famigerati premi under 35.
Artisti e intelligenze con l’anagrafe dalla loro parte si scontrano con due possibilità autoescludenti: l’eterna sottovalutazione, e l’esigenza di consumare energie e intelligenze percepite come all’inizio del loro farsi.
Per questo, un ciclo di appuntamenti che si presenti – sul palco del Teatro Franco Parenti, come lo spazio simbolico “della nuova scena”, non può che generare insieme curiosità e diffidenza. Probabilmente lo sapevano, Giovanni Ortoleva e Riccardo Favaro, che giovani lo sono davvero anche sulla carta d’identità, ma nonostante la carta di identità non lo sono già più. Classe 1991 e 1994 il secondo, si portano il timbro di più di un passaggio alla Biennale Teatro a dimostrarne – qualora ce ne fosse l’esigenza – qualità ed esperienza.
Ma molto oltre e al di sopra di pretese patenti, è il lavoro sulla scena a parlare per loro. Parla la scelta di allontanarsi da quello che – forse – ci si poteva aspettare da loro, dalla famigerata scena contemporanea.
Di raccontare non l’oggi purchessia, piegando qualsiasi cosa al bisogno di dire del noi che stiamo abitando adesso, ma l’assenza di tempo, l’assolutamente umano che sfuma nelle nebbie della leggenda, nel buio antico delle radici; scegliendo quanto di più fondativo (se il termine non fosse inquinato da una patina ideologica, giacchè è vero che tutte le storie condivise ci fondano come esseri umani) riusciamo a rievocare nella storia letteraria: il ciclo arturiano, e con esso il mito di Lancillotto e Ginevra, decadente (perché così viene meno l’idillio di equità di cui la Tavola Rotonda è stata erta a simbolo) e appassionata evocazione d’amore, eroismo, passione e reciproca appartenenza.

Ortoleva e Favaro vanno a pescare lontano (ma lo è siamo davvero, in un presente che se desidera sogni e se crea mondi li cerca in forma di fantasy o di gesta d’eroi?) e non hanno la pretesa di far somigliare a qualcos’altro la storia che arriva direttamente da Chretien de Troyes e dalla varietà di fonti da cui ricomponiamo il mito arturiano.
Al contrario, ne fanno un’apoteosi di straordinariamente evocativo minimalismo. Le concessioni al contemporaneo – i microfoni, gli abiti scuri perfetti per diventare una cosa sola con il buio su cui si regge una costruzione scenica di grande efficacia – sono lì soltanto nella misura in cui sono funzionali alla parola che portano sul palcoscenico.
Quella che va in scena nello spazio caldo e intimo della Sala Tre di Via Pierlombardo è senz’altro una sapiente ricomposizione del mito per frammenti destrutturati e giustapposti con acume e originalità, con un impatto visivo notevole pur (proprio perché?) minimale, in cui le luci di Massimo Galardini strappano al buio e disegnano spazi e rapporti alla perfezione senza che null’altro sia essenziale, salvo le porzioni di un’armatura che sono simbolo e sineddoche della intera ambientazione, a loro volta composte per poi essere smembrate e ridistribuite in una propria peculiare (e ponderatissima) collocazione, per mettersi in rapporto coi corpi in scena, che si sfiorano e le sfiorano, e di più non hanno bisogno, per rendere anche la – dirompente, quando occorre – carnalità die corpi, della passione, della vita ma anche della morte, esaltati dall’affiatamento palpabile ancorchè misurato di Leda Kreider e Edoardo Sorgente

Ma questo Lancillotto e Ginevra è – soprattutto – un pezzo di riuscitissimo teatro di parola, da cui i giovani non sono affatto spaventati e di cui, anzi, si direbbe provino nostalgia. Se un punto in comune c’è, di questa “Nuova scena” è a ben guardare esattamente questo: il corpo a corpo con il linguaggio, e l’incarnarsi della parola.
Se in Caryl Churchill, da cui era partito il ciclo, la parola si destruttura e si svuota, per venire forse ripensata in un futuro, qui Favaro e Ortoleva se ne riappropriano nella sua interezza.
In un testo di grande raffinatezza, ne esplorano la possibilità muovendosi dalla prova alla lassa. Recuperano infatti financo l’unità costitutiva e simbolica della poesia epica medievale per esplorare la possibilità della parola in scena. Per evocare quello che non c’è bisogno di mostrare ma anche – all’interno di un mondo in cui aveva piena cittadinanza – per rendere di nuovo visibile il potere magico della parola.
Così la rima e la musicalità degli ottonari risuonano e fanno delle parole quelle che a un orecchio semplice possono suonare come filastrocche per accompagnare il sonno di tutte le regine in attesa del cavaliere con cui scegliere – in un atto di volontà che non ha nulla di succube – di condividere la sorte.
Ad ascoltarle meglio, tuttavia, sono parole che hanno la forza e la potenza creativa degli incantesimi. Che non proteggono dalla morte, dall’apoteosi del dolore, dallo strazio del senso di colpa di chi è costretto a dar morte al proprio fratello e a veder svanire l’ideale di una vita intera. Di chi sa che un amore fuor di regole, per essere felice, avrebbe dovuto rimanere non goduto.
Le parole sono incantesimi che non possono creare la realtà o modificarla. Ma possono consegnarla al futuro, anche quello lontano decine di secoli, giovane, con la stessa, inscalfibile, lucentezza sopra il buio.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






