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Vera Politovskaja. La verità oltre la memoria.

di Chiara Palumbo

Mentre in Russia si tengono elezioni farsa che a Putin servono solo per misurare la temperatura del consenso dopo quattro anni di guerra, a Pordenonelegge arriva Vera Politovskaja, figlia della giornalista Anna Politovskaja, uccisa a Mosca nell’ottobre del 2006.

L’incontro cade a pochi giorni dal ventennale di quella morte, e porta con sé la presentazione di Una madre, edito da Rizzoli, libro in cui Vera prova a raccontare non la martire pubblica in cui sua madre è stata trasformata, ma la donna che ha conosciuto da vicino, con tutta la sua umanità.

immagine per Pina Picierno e Vera Politkovskaja a Pordenonelgge 2026
Pina Picierno e Vera Politkovskaja a Pordenonelgge 2026

In un tempo fragile e complesso, libertà e democrazia esistono e sopravvivono perché ci sono uomini e donne che rifiutano di arrendersi alla menzogna e alla paura.

Vera Politovskaja arriva a Pordenone per essere onorata e premiata come un’ambasciatrice della libertà, un segno che porta con sé un gesto significativo, in un contesto internazionale in cui le autocrazie — osserva chi modera l’incontro di cui Politovskaja sarà protagonista, la europarlamentare Picierno — collaborano tra loro, condividono risorse e strumenti di repressione con una disinvoltura che le democrazie faticano a eguagliare nella cooperazione.

Il dialogo con i giornalisti si apre su un paradosso amaro, quello della fama postuma che, nel suo paese, alla celebre giornalista non è mai davvero arrivata.

«Mia madre non era popolare anche da viva, in Russia», racconta Vera. «Il molto parlare che se ne è fatto dopo la sua morte era letto come solo l’ennesima notizia di una giornalista sconosciuta uccisa, famosa non lo è diventata neanche dopo la morte, anche se si è parlato dell’indagine».

Una dichiarazione che spiazza, perché fa contrasto con l’immagine, diffusa soprattutto in Occidente, di un’eroina, un simbolo di verità e coraggio.

In Russia, spiega Vera, le cose sono andate diversamente, e la domanda sorge spontanea: è così radicata l’obbedienza tacita, la paura del potere? «Sì», risponde senza esitazioni, «e quello che è accaduto negli ultimi anni non ha fatto che accrescerla».

Alla domanda su cosa farebbe oggi sua madre, se fosse ancora viva, Vera riflette a voce alta: probabilmente continuerebbe a fare quello che faceva prima, a scavare, a raccontare, a testimoniare. Forse, ipotizza, chiederebbe ai cittadini europei di tenere gli occhi aperti, di non distogliere lo sguardo da ciò che accade a est.

Il racconto si sposta poi sulla dimensione privata, quella di madre lei stessa, chiamata a trasmettere alla propria figlia il peso di un’eredità così significativa.

«Ho iniziato a parlarne a mia figlia, che si chiama Anna, quando ha iniziato a capire cosa significava per noi la data dell’anniversario, il 7 ottobre, cioè quando aveva 5 o 6 anni», racconta Vera, restituendo l’immagine di una consegna alla verità che si tramanda, quasi per forza di cose, di generazione in generazione.

Non manca, nel corso dell’incontro, un passaggio sull’impunità che continua a circondare la memoria di Anna Politovskaja anche nello spazio pubblico.

«La targa a lei dedicata a Mosca è stata distrutta molte volte, e nessuno è stato punito», denuncia Vera. «Il centro di Mosca è pieno di telecamere, scoprire chi l’ha distrutte per 31 volte, non sarebbe stato difficile».

Un dettaglio che dice più di molte analisi politiche: la volontà, di cancellare, di offendere ancora la sua memoria e schierarsi al fianco dei responsabili di gesti che assomigliano sempre più a un messaggio. Non una sorpresa, ma un segno eloquente.

Alla domanda su come si faccia ancora a sperare, la risposta di Vera è disarmante nella sua franchezza: «Onestamente, io non ho speranze. La situazione è questa oggi, lo era ieri e lo sarà domani».

Una dichiarazione che potrebbe sembrare di resa, ma che nel contesto dell’incontro suona piuttosto come lucidità, come rifiuto di illudersi e illudere chi ascolta.

Eppure, quando le si chiede se la Russia sia strutturalmente incompatibile con la democrazia, come sembrerebbe suggerire tutto ciò che sta accadendo, Vera non ci sta.

«No. Io penso che sia compatibile con la democrazia come qualsiasi paese, il punto è cosa serve per raggiungerla», spiega. «Un lavoro duro e lungo, che allo stato richiederebbe molti decenni, ma ogni paese è compatibile con la democrazia, tutto dipende da chi la governa e dalle sue politiche, anche sociali».

Una posizione che rifiuta ogni forma di essenzialismo culturale, e che restituisce la questione russa a una dimensione squisitamente politica, non identitaria.

Sul potere della scrittura, e sulla possibilità che il giornalismo possa davvero cambiare le cose, Vera è altrettanto diretta, forse anche più amara: «Scrivere è un modo, ma anche mia madre, facendolo, non è riuscita a incidere sulla realtà, per cui non credo che possa incidere».

E a chi, in un paese democratico, finisce per credere alla propaganda russa, il suo appello è semplice e senza troppi giri di parole: «Non credeteci». Del resto, aggiunge, «lo vediamo tutti i giorni cosa può fare. Contro i bambini, contro i civili. Non è abbastanza?».

La difficoltà, spiega ancora, è che in tempo di guerra non ci si può fidare di nessuno, perché «tutte le parole, in tempo di guerra, hanno solo l’obiettivo di avvicinare una parte alla vittoria».

Verso la fine dell’incontro, il discorso torna sull’eredità lasciata da sua madre, che Vera descrive come qualcosa di più grande di una semplice memoria da onorare.

«L’intero destino di mia madre e quello che ci lascia in eredità per la strada che ha percorso dovrebbe essere un punto di partenza. Lei ha scelto la strada della verità, dell’onestà, ed è questa la strada che augurerei a tutti», dice, restituendo un senso quasi programmatico al lavoro giornalistico di Anna Politovskaja, non un capitolo chiuso ma un metodo da proseguire.

Interrogata infine sulla propria sicurezza personale, Vera non nasconde la realtà con cui convive quotidianamente: «Se mi sento in pericolo? La risposta onesta è che qualsiasi persona con radici russe deve sentire un certo pericolo, perché l’intelligence può colpire ovunque. Avere paura non ha senso, ma il pericolo esiste anche in Europa».

Una chiusura che riporta l’intero incontro alla sua dimensione più concreta e attuale, ricordando al pubblico presente che la storia raccontata in Una madre non appartiene soltanto al passato, ma – qualora sia ancora necessario ricordarlo – continua a proiettare la propria ombra sul presente, ben oltre i confini russi.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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