Non (solo) Fo, Gaber e Jannacci, ma Svampa, Della Mea e Paolo Ciarchi, o Fiorenzo Carpi. La Milano forse perduta e piena di storie ancora da raccontare, più che nei tre grandi milanesi – che, come per spessissimo accade lo sono per scelta e non per origine – la si scova in quest’altra triade, toccata da una minore (o quantomeno parziale) notorietà, quanto dal genio.
A loro, oltre che al solo Ivan Della Mea, dedica Gente e gatti di ringhiera, (recital più che concerto, come si sarebbe forse detto allora) il cantautore Alessio Lega, leccese acquisito a Milano e al culto delle sue voci autentiche.
Dopo un paio di appuntamenti andati sold out con mesi di anticipo a dicembre, Lega li riporta su un palco al tramonto del ponte del primo maggio, per un pomeriggio domenicale ancora tutto esaurito.

Il palco, in entrambe le occasioni, è tutt’altro che casuale. Il Teatro Gerolamo, un teatrino all’italiana incastonato a due passi dal Duomo, porta nei suoi muri le voci e le storie di quella Milano, di cui chi è giovane sperimenta la nostalgia del non vissuto.
Proprio qui sono passati Dario Fo e Franca Rame, qui è nato (e Lega non manca di ricordarlo) il cabaret milanese, nella forma che lo ha reso un genere icona, prima di piegarsi ai format televisivi.
Siamo, davvero, nel cuore di Milano, e non solo perché il teatro affaccia, pressochè, su piazza Fontana. La Milano autentica pulsa in quelle che con una certa leggerezza sono chiamate le Canzoni della Mala, con cui Giorgio Strehler ha battezzato alla scena una giovanissima Ornella Vanoni, figlia di buona famiglia che per darle voce deve imparare il milanese.
Sono, invece, le canzoni della Ligera, quella malavita poetica fumosa e di artisti del crimine che non uccidevano mai, che oggi sta conscendo una nuova fortuna. Si dice che il termine faccia eco al concetto di “leggero”, ma – svela Lega sciogliendo una lunga querelle – viene forse invece dalla voce dialettale per stracci. Sono, infatti, storie di disperati e sognatori, usciti dalla guerra e affacciati a un boom economico che li lascerà comunque indietro.
Canzoni che, se a Milano si è anche solo passati, si hanno nell’orecchio senza sapere. E diventa affascinante e sorprendente quando qualcuno, dopo essersi assunto il compito della passione e dello studio, svela che dietro canzoni come Ma mi c’è Fiorenzo Carpi, mentre il testo di Hanno ammazzato il Mario in bicicletta è firmato Dario Fo.
Canzoni diventate simbolo di una città forse quanto un’altra sola: Ho visto un re, e che sorpresa scoprire che dietro c’è non Jannacci, ma Paolo Ciarchi, icona milanese e colonna dei suoi teatri. In quella Milano degli anni Sessanta di nebbia (quella vera) osterie, pochi soldi e generosità, un uomo triste cammina lungo il Naviglio.
Dentro il cappotto si nasconde un maturo Elio Vittorini, celato come molte parti di questa storia. A lui, Ivan della Mea dedicherà A quel om, che racconta una città mondo e un tempo che si vuol provare a conservare, per la sua forza e non per nostalgia mentre risuona sul palco del Gerolamo con la voce di Alessio Lega e i tasti del piano di Rocco Marchi e della fisarmonica di Guido Baldoni già diventato a sua volta una istituzione, per il suo talento, oltre che figlio del giornalista Enzo.
Una Milano in cui ancora molto sembrava possibile e in cui tanti amici musicisti che – annota a margine l’attore Silvano Piccardi – non credevano alla SIAE – si passavano pezzi e immaginari, come quelli di un treno che non passa su un binario della vita di cui non si vede la destinazione.
È questo, l’Ivan della Mea che Lega e sodali hanno scelto di portare al Teatro Gerolamo, davanti a un pubblico entusiasta. Non tanto l’autore di O cara moglie che tutti gli riconoscono, ma il poeta sapiente, l’uomo attivo che dedica la sua vita a quella del quartiere di Corvetto, la periferia dove incontra i suoi despera’, l’artista che gioca con l’ironia e l’espressività del dialetto per immaginare una violenza declinata solo in caserecce di giustizia, come la celebre El me gat.
E ancora, l’autore lieve che disegna melodie originali su cui appoggia la dolcezza dell’amore per un figlio che, tuttavia, zampettando al parco giochi, si trova tra le mani “una siringa morta d’eroina”.
Della Mea tratteggia con grazia ma senza finzione le pieghe di un passato che ha falcidiato i suoi giovani ma continua, ostinatamente, a voler credere di poter agire, ancora, anche a partire da un quartiere, amando come giocando con la legge o il sogno.
Quelli che si svelano – anche a chi non c’era – sul palco del Gerolamo, sono frammenti di verità, non di sentimentalismo, sorti dalla stessa voglia di condivisione di allora che spinge Silvia Malagugini e a tornare da Parigi (a dicembre non aveva potuto) per affidare una voce ammaliante alle parole più poetiche, che suonano talora quasi mistiche, di Della Mea, con cui tante vote ha attivamente collaborato. Alessio Lega (che a Mea ha dedicato anche un libro) regala alla città un ritratto di chi “nella disperazione si riflette”, un frammento della sua anima.
E una domanda: si è persa con la morte dei suoi miti? O forse, per chi oggi li ascolta e si commuove può guardarsi intorno con la franca tenerezza con cui lo fa lo stesso Della Mea, verso esistenze, non poi così lontane, anzi:
“Vuote e stranite, come chi dispera Ed io mi chiedo: vittime di guerra O nuovi fiori d’altra primavera?”
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






