La parola al Teatro #13. I giovani Teatring innaffiano ancora il giardino della memoria

Alberi forti, frondosi, scossi dal vento che porta lontano le loro “voci”, eppure ben radicati nella terra, nutriti dal mondo che hanno contribuito a proteggere. Sono dedicati  agli «uomini e alle donne che hanno aiutato le vittime delle persecuzioni, difeso i diritti umani ovunque fossero calpestati, salvaguardato la dignità dell’umo contro ogni forma di annientamento della sua identità libera e consapevole, testimoniato a favore della verità», e da qualche anno crescono anche sul Monte Stella, a Milano; così, anche l’Italia, dopo Yerevan e Gerusalemme, ha il suo Giardino dei Giusti, piantato a nutrire una memoria vitale destinata a crescere nel tempo.

immagine per Teatring

E il frusciare delle loro fronde si è propagato dalla terra al palcoscenico del Teatro Elfo Puccini, dove i corpi vivi degli alberi si sono fatti quelli della compagnia Teatring, e le voci delle piante quelle umane, limpidamente avvertibili, di dieci Giusti. Quelli, che, biblicamente, basterebbero a salvare le città degli uomini dalla dannazione.

Purchè sia loro concesso ancora una presa di parola, ma soprattutto la disponibilità di un orecchio che ascolta, perché se nessuno ascolta, nessuna memoria può essere conservata, nessun testimone passato, nessun futuro immaginato.Le radici dei giusti su cui l’autrice Marianna Esposito ha scelto di far crescere il suo lavoro evocano non possono che muovere dalla Shoah, anzi, dai suoi prodromi.

A prendere parola c’è Lutz Long, il più grande saltatore tedesco, che alle olimpiadi del 1936 osò farsi battere dal ‘negro’ Jesse Owens offrendogli il consiglio che si deve a un leale avversario, umiliando con un semplice asciugamano posata nel punto del salto Hitler e tutto il Reich. C’è Miep Gies, mandata dai genitori da Vienna ad Amsterdam in cerca di un futuro migliore: sarà lei, a custodire il diario di Anna Frank e a restituirlo a suo padre, in memoria della famiglia che per due anni aveva contribuito a nascondere e nutrire.

C’è Gino Bartali, staffetta di documenti falsi per gli ebrei in fuga, troppo noto per essere scoperto non solo durante la guerra ma lungo tutta la sua vita, perché di questo suo ruolo sceglierà di non parlare mai perché «il bene si fa, ma non si dice».

Ma ci sono anche nomi meno noti, come Irena Sendler, che fece uscire 2500 bambini ebrei dal ghetto di Varsavia, e morirà decenni dopo soffocata dal rimorso che non fossero abbastanza e Milena Jesenka, scrittrice, che protesse gli ebrei al rischio della vita; e ancora Hetty Hillesum, che del passo biblico aveva fatto regola di vita. «Se rimanesse anche un solo tedesco decente, grazie a lui non si avrebbe diritto di riversare il proprio odio su un popolo», e che potendosi salvare come membro del Consiglio Ebraico sceglierà deliberatamente di condividere la sorte col suo popolo.

Il nazismo, però, non è una pagina chiusa della storia. Il filo dei Giusti non si interrompe, e c’è ancora chi risponde alla chiamata della propria coscienza. Lo ha fatto Dang Thuy Tram che lasciò l’università e un brillante futuro da medico per andare a soccorrere i suoi compatrioti falcidiati dagli americani in Vietnam, lo ha fatto l’archeologo Khaled Al-Assad, decapitato dall’Isis per proteggere l’oro più inestimabile dell’antica città di Palmira, la sua storia, lo fa Pietro Bartolo, che ogni giorno sale sulle navi che approdano a Lampedusa e prova a raccontare l’inferno che tocca e vede sui corpi dei migranti.

Storie che si nutrono della stessa linfa e compongono della stessa materia, componendosi e scivolando l’una dentro l’altra come la scenografia modulare di Stefano Zullo che ne svolge, passo a passo, il ricordo. La compagnia milanese sceglie la via più chiara e insieme quella più evocativa per dare corpo alla memoria, offrire voce direttamente a chi l’ha incarnata, attraverso le loro parole più celebri.

Non servono grandi artifici retorici né scenici per dire la forza della memoria, per chiamare lo spettatore alla consapevolezza che  ogni esseri umano, esercitando anche il più piccolo spazio di libertà, ha la possibilità di diventare un argine contro le ingiustizie. E del resto, gli eroi, i giusti che finalmente prendono parola, non sono che persone qualsiasi, con le loro fragilità, a tratti persino un po’ grottesche.

Così, nel racconto di Teatring, l’uno è un padre di famiglia titubante, l’altra a vecchia signora fisicamente fragile, l’altra ancora una giovane più dedita alle feste che al bene del prossimo.

Eppure sono loro i Giusti. Sono loro ad aver cambiato, per un attimo il corso della storia. Perché tutti, colti nel momento della scelta, hanno deciso da che parte stare. E allora l’eroismo, come la santità, non sono compito di uomini eletti.  Sono semplicemente quel che può accadere quando si viene colpiti da qualcosa che ci sovrasta e non possiamo controllare, come un fulmine, e l’istinto, la coscienza, «la parte più profonda di me che per comodità chiamo Dio» ci slanciano dalla parte di chi agisce nonostante la paura.

La giovane compagnia milanese composta da Lilana Benini, Alessandro Cassutti, Marianna Esposito, Annalisa Falchè e Karun Grasso dà avvio, col sostegno di Gariwo, a un progetto che fa propria la nobiltà dell’essere didattico, e chiama in causa il pubblico in una Spoon River della memoria dove ogni aggiunta sarebbe orpello.

Col rodaggio inevitabile la precisione tecnica verrà senz’altro a sostenere la forte emotività che sorregge l’intero lavoro, ma nel frattempo c’è già quanto basta per ricordare una volta di più e mai abbastanza, che non esiste altro modo che questo per proteggersi dal nazismo, in tutte le sue forme, che sono destinate a tornare se il corpo civile rinuncia a proteggersi con la medicina del ricordo.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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