Di cosa parlano, gli uomini, quando parlano d’amore, si è chiesta Cecilia Lavatore. La risposta ha preso la forma di sette storie di maschile a lei più prossimo, in altrettante forme d’amore su cui si incardinano altrettanti racconti, riuniti in una raccolta che fa deliberatamente il verso – o piuttosto omaggio – a Uomini e no di Elio Vittorini, come la scelta di rielaborare il vissuto di rappresentanti del maschile legati da un vincolo personale con l’autrice, era stato, ironizza, “Un omaggio alla mia coabitazione”.

Amori e no, edito da Red Star Press, offre alla seconda giornata di Più libri più liberi un apparente spazio di leggerezza che, in realtà, consente di indagare le forme del pensiero maschile, e ad un tempo trovare, nella sfera emotiva che gli uomini sono culturalmente educati a limitare di fronte, una poetica. In cui Kento, musicista e scrittore, e la scrittrice Vanessa Roghi, intervenuti in qualità di accorti e accorati moderatori, rintracciano una grazia lieve e sapiente nell’aprire uno sguardo su vissuti a propria volta sovente vittime di una stereotipizzazione che è a sua volta una eredità patriarcale.
L’amore, in effetti, diventa qui soltanto una lente per aprire una finestra, un mezzo su altri scorci del reale. Sulla periferia romana e la scuola nelle sue complessità di tempo e spazio in costruzione, che nelle pagine prendono la forma di una storia d’amore tra due studenti. E poi i viaggi e il mondo degli espatriati che, oltre a corrispondere a un frammento biografico dell’autrice, diventano anche una lente di osservazione del suo lavoro. E infine la poesia performativa, all’intersezione tra versificazione e happening teatrale, di cui Lavatore offre un saggio sagace e salace anche ai lettori della fiera romana, inglobandoli in quel mondo da guardare “Con premura ma saggio e critico distacco” e da investire del ruolo della seconda pesona singolare a cui si chiede: ”Fammi da ultimo strato di pelle quando mi abbracci”.
Una messa alla prova scenica quasi da happening teatrale, alla dimostrazione, per inciso, della poliedricità che Kento le riconosce come uno dei suoi pregi artistici, accostandolo a un’ulteriore carrellata da fare arrossire felicemente chi lo riceve, ma che indubbiamente funge anche da efficace volano di curiosità in chi la scopra per la prima volta in questa veste.
Dà infatti merito al suo scrivere di essere accessibile e di comunicare sapendo sollecitare tanti livelli di lettura, attraverso personaggi compiuti e rotondi di cui ha saputo indagare anche il lato ombroso, oltre che di avere, come il poetry slam mette in evidenza, una propensione alla scrittura orale intesa come efficacia di mimesi col parlato gestito con mestiere autorale, come necessario a far coesistere la piacevolezza di lettura di ogni singolo racconto con la capacità di strutturarvi un filo conduttore. In sostanza, di saper “fare letteratura”.
In un libro che, si è detto, ospita anche la prosa poetica, e si dimostra abbastanza ricco e vivido di spunti di poter cambiare moltissimo a seconda del momento in cui lo leggiamo, ma in cui l’amore è solo uno dei temi.
L’altro, tanto più significativo perché incarnato da una donna è una lettura possibile del maschile che vuol essere poco retorica, poco ideologica e sinceramente in ascolto. Per questo, laddove Roghi aveva citato la scuola, Kento si fa invece carico di offrirlo come spunto alle persone con cui ormai da diversi anni lavora in carcere, perché “finché l’educazione sentimentale sarà un miraggio lontano questo può aiutare a stringere un solco”.
Un aspetto che, anche quando non lo affronta direttamente, fa di questo un un libro politico, come del resto nelle intenzioni della stessa autrice nella misura in cui vuole restituire uomini di cu ha riconosciuto una postura di ascolto che “poco si racconta e viene raccontata”, e che, racconta attingendo alla propria esperienza “riconosce solo quando viene raccontata da qualcun altro” quando cioè si affronta l’autocoscienza, pratica ben nota storicamente ai femminismi che tuttavia gli uomini non hanno attraversato.
Una riflessione che ne fa, ancora una volta, un libro politico. Che si pone l’obiettivo d raccontare un “maschile altro da quello marginalizzato, inserito in un identikit in cui non si ritrovano” e di affrancarsi da un dualismo di approccio.
Per farlo, però, occorre saper fare coesistere il dato con la creazione, spiega, offrendo una lettura di metodo che sollecita molti dei punti su cui gli autori, tutti oggi riflettono: “Il reale è ricco di risorse a cui attingere, ma il gesto artistico deve aggiungere qualcosa, il dato poetico”, potendosi avvantaggiare, da autrice, di poter offrire al protagonista di ognuna di quest una bella storia, a patto di ottenerne la libertà di raccontarla. Ovvero, citando, con Kento, Herzog “modifico La realtà quanto basta a renderla aderente alla verità”.
Una verità che Cecilia Lavatore vuol far irrompere anche nello spazio dei teatri, insieme alla realtà della scuola pubblica serale, spesso gli ultimi, tra gli ultimi ad essere visti. A consentirglielo una drammaturga di eccezione e non nuova a questo tipo di progetti, Lucia Calamaro.
Non resta quindi che osservare con attenzione e curiosità, anche questa nuova declinazione.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






