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PordenoneLegge #2. La bottega del narratore.

di Chiara Palumbo

È per voce che nascono le storie. Nel tempo del disamore per i libri, lo dimostrano le sale piene per il più noto e amato narratore in audio d’Italia. Pordenonelegge non fa eccezione.
Le file che accolgono Pablo Trincia sono quelle delle grandi occasioni. E pensare che, confida, non avrebbe mai pensato di diventarlo. Per lui, come per Federico Taddia, chiamato a dialogare con lui, sono “Un piano B per due campioni di basket” mancati, con almeno due punti in comune: “ci annoiamo tantissimo a scrivere e ci piacciono le storie” semplice?

Non proprio. Come non lo è, dopo molti anni passati a raccogliere le storie d’altri, aprire i cassetti della memoria per raccontare la propria, e farla confluire in Come nascono le storie (Roi edizioni) in bilico tra prontuario e confessione di una vita che, da raccontare ha almeno quanto quelle che ha scelto per i suoi amatissimi podcast.

immagine per PordenoneLegge 2024, Federico Taddia e Pablo Trincia
PordenoneLegge 2024, Federico Taddia e Pablo Trincia

Conterrebbero, infatti, le caratteristiche essenziali per una buona serie, per come le enumera lo stesso Trincia: “la scintilla di una buona storia, e il gas di un respiro, della seriabilità, e – naturalmente – la fattibilità, la disponibilità di chi presti la voce. Senza vissuto, non si può raccontare. E – nonostante l’abitudine giornalistica – basta la storia, non serve la notizia. Una storia che può essere chiusa, ma è il modo in cui la fai rivivere che la crea. Perché, spiega “scrivere podcast è lottare contro gli elementi di distrazione, per trascinare in una città sotterranea da cui non devi voler emergere”.

Nella mattinata friulana, Trincia offre un bignami per narratori ma anche – ai molti ragazzi presenti – l’esempio di quanto la vita, a volte, ci suggerisca strade che non avremmo concesso a noi stessi.

Come si diventa Pablo Trincia?
Partendo dall’essere un pessimo studente che non pensava di avere talenti, iscritto a scienze politiche per rinviare il servizio militare. È questo il ragazzo che l’autore di oggi ha scoperto guardandosi indietro, mentre imparava che “Non conosciamo davvero il nostro passato, dovremmo studiarlo come la storia di qualcun altro. Perché riguardandoti dal futuro riconosci chi già eri”. Per scoprire cose di sé che non si aspettava, e che il lettore scopre come di uno dei suoi protagonisti.

Sei anni d’infanzia in Iran dove i suoi nonni erano in carcere, porzioni di vita, dice, “di cui avevo flash che prima non avrei saputo raccontare”. Nella sua biografia c’è, anche il segreto di una narrazione avvincente, quando il vissuto è reale: poter collegare gli eventi alla tua storia. “io sono figlio dei grandi eventi storici. Il motivo per cui sono finito in una Milano che non mi appartiene c’entra con la polizia segreta della Germania est; e sono nato lì perché mio padre era scappato dall’Iran”.

Anche i nomi, portano una storia: “Mi chiamo Pablo per Neruda, Enrico per Berlinguer, Pirous, il mio nome persiano, che l’anagrafe ha scritto sbagliato, perché significa vittorioso: un omaggio al Partito Comunista Iraniano”. Non stupisce, con queste premesse, che riconosca che “non raccontare la mia sarebbe stato una mancanza”.
E poi, trovata la storia? “Dentro una frase ci sono settimane di studio e un lavoro di sintesi”. E soprattutto la disponibilità a capire anche quello che non è interessante per ciò che racconterai, che viene da campi che non ti appartengono. La scrittura viene alla fine, la sostanza è precedente ed è il vero viaggio”.

Ogni narrazione, è infatti, un lavoro di relazione. la costruzione della fiducia. La voce di chi condivide un dolore, potrà suonare autentica solo se, quando registri, avranno voglia di affidare a te la loro vita. Per questo, al nucleo del dolore e del vissuto occorre arrivare per una traiettoria obliqua, partendo altrove, ingannando la paura.

Il narratore è solo chi sa “settarsi sulle frequenze” di chi parla, fargli dimenticare che sta registrando. “Devo sapere chi sei, e mostrare che sto ascoltando ogni parola, che la sua storia è importante perché davvero la trovo importante. Creare una bolla che lascia fuori il resto del mondo” e poi conoscere le regole, ma solo per dimenticarle. Liberare le parole da ogni schema che uccide la narrazione, a costo di dimenticare di chiedere qualche informazione perché si è troppo immersi nelle sue parole.

Perché, spiega “il copione è un testo scritto su una parete di vetro. Un appoggio che mi fa vedere quello che succede dietro. La storia deve essere vista mentre la racconti”. Se la narrazione nasce orale, quella per voce è alla voce, che deve somigliare. I podcast sono una lingua parlata non letta. Surfata, modulata. È dare il peso giusto alle parole giuste.

L’arte del racconto orale è l’arte dell’utilizzo nei silenzi. È, del resto, che già facciamo quando parliamo perché qualcosa resti. Non la performance, ma l’intimità di una confidenza: la sintesi è un monito: Perché lo leggi? Parlalo!

Ascoltando Trincia, come nota Taddia, il vero titolo dovrebbe essere “come finiscono le storie”, La risposta: nel diventare altro. Il suo narrare muove da un orizzonte di speranza, immaginando un finale che consenta di respirare. Come sopravvivere altrimenti a 20 anni di racconto di ingiustizie, in cui  ti scava dentro scoprire quanto sappiamo essere brutti, sbagliati.

“Deve impegnarti per vedere la bellezza. Ci sono gli eroi ma sono sempre pochi”. E so – confida, facendo correre un filo di timore negli astanti, “non posso fare questo lavoro ancora per molto: “so che se lo faccio troppo a lungo rischio di bruciarmi. Scrivere mi ha aiutato a liberarmi” ma non è abbastanza.

Come fa, allora, Trincia, a parte il coraggio di aver, finalmente, chiesto aiuto? “Non ho mai un tempo di latenza, quello che resta dentro è durante, mentre lo attraversi. Nessuna storia mi spaventa, però non cerco mai la demonizzazione. La bellezza di cercare le storie vere è cercarsi il grigio, perché questo è il mondo”.

La complessità, tuttavia “va spiegata. Va semplificata, non banalizzata. In questo mestiere ti devi mettere in gioco, rischiare, cercare, quello che i giornalisti non fanno più. E mettere, sempre, davanti le persone. Non per fare scempio delle loro emozioni, ma per restituire loro dignità. Esistenza in vita, come solo la voce può. Lasciando che siano le loro parole, l’ultimo ricordo.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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