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Siamo tutti in mutande. E lo capiamo ridendone

di Chiara Palumbo

Se il teatro può raccontare il presente, una delle sfide più interessanti è provare, attraverso l’arte, a raccontare quanto di più antitetico vi si potrebbe associare, che per molti ha ancora i connotati di una sorta di formula magica rivolta a chi abita talenti lontani da quelli artistici, e d’altro canto l’architrave su cui il presente si  regge: l’economia, o ancora meglio la finanza che prospera nella Milano di oggi, la Milano post la Milano che corre ad acquistare inutilità di marca a rate su Klarna.

immagine per In mutande di Gabriele Brunelli
In mutande di Gabriele Brunelli

Lo fa, in un luogo che sembra a sua volta antitetico come Cascinet, all’interno del FringeMi Festival, In mutande di Gabriele Brunelli che affida a Simone Tudda una regia che fa i conti con estrema asciuttezza i mezzi, l’assenza totale di scenografia e di luci data non soltanto dal contesto ma anche dalla volontà di portare fuori dagli spazi strettamente teatrali un lavoro che trasforma le crisi finanziarie in un gioco sardonico e citazionista, provocatorio e divertente che decodifica il mondo, da Vanna Marchi a Donald Trump mostrandone, dietro la caricatura grottesca, la coazione a ripetere di un sistema che Brunelli fa risalire alla fame di comprare bulbi di tulipano nella Amsterdam del Seicento.

Di creare cioè, alimentare, un desiderio nutrito di un nulla su cui costruire fortune intangibili,  promesse di miraggi che da allora a oggi non sono mai cambiati. Ed è fin da quella fame di vendere sogni, – da parte di un mercante che occhieggiando a Shakespeare non può che essere di Venezia – di accumulare beni di cui non ha bisogno lui come un qualunque Elon Musk contemporaneo, che Brunelli porta in scena una lezione sul funzionamento della finanza, sui suoi cicli e i suoi tradimenti senza voler essere né retorico né ideologico, affrontando apertamente tutte le contraddizioni del capitalismo ma anche i nostri limiti nell’immaginare una alternativa possibile.

Il mercante che attraversa qui in tutto il Novecento dalla crisi del ‘29  fino alla Stretto di Hormuz, mutaforma insieme ai tempi, dal teleimbonitore degli anni Duemila a cui bastava che un’azienda si chiamasse .com per vedere il suo valore gonfiarsi la dismisura, sino al broker in burnout, costretto a vendere sempre più menzogne per salvarsi.

Ma quanto più si fa apertamente surreale tanto più resta evidente che non perde il suo carisma perché, come dentro una grande asta – che ci sia in palio una birra o un’esperienza – siamo noi a continuare ad attribuirgliene e ad essere lo strumento del mercato.

Portato sulla scena, mostra i suoi connotati mostruosi e assolutamente divertenti fino a trasformare anche il fallimento e le vite perdute dietro il sogno della ricchezza in surreale Gioca Jouer senza scampo con l’unicolito possibile di lasciarci tutti in mutande, perché anche nelle fluttuazioni del mercato  «la gravità non accetta tangenti».

Gabriele Brunelli, a cui si deve l’idea è il testo – oltre a muoversi con agilità e sicurezza in questa cifra smaccatamente comica per questo radicalmente tragica – costruisce un testo che vale come una lectio magistralis di economia ma che ha il ritmo e la comicità di uno spettacolo teatrale più che compiuto benchè sia alle sue prime cinque repliche.

A Simone Tudda il merito di aver riconosciuto la necessità di raccontare questa storia mettendo a valore le potenzialità di tutte le componenti che fanno uno spettacolo, incluso un pubblico che modifica ciò che avviene in scena proprio come le sue paure, e le sue illusioni modificano l’andamento delle borse di minuto in minuto.

In mutande è anche una fotografia spietata dell’ignoranza inconsapevole di molti e del tabù che ancora avvolge la possibilità di parlare di soldi, figurarsi  maneggiarli.

Una generazione, quella dei tardi millennials oggi troppo adulta per  poter fare a meno di occuparsene ma troppo spaventata per essere capace di farlo, di fronte a un tempo in cui tutte le illusioni – dalla proprietà come diritto al destino del miglioramento sulla generazione dei genitori – si sono ormai sgretolate di fronte a uomini con troppi soldi per poterli contare e tutto il potere del mondo, tutti pronti a scommettere su ciò che loro stessi sanno pur di guadagnare ancora, a prezzo delle vite di tutto il resto del mondo.

Uno spettacolo intelligente, ironico e terrificante che si prende il gusto anche di spiegare  la strettissima attualità, dai Bitcoin all’Iran o all’Insider Trading della Casa Bianca, senza fornire risposte ma mettendo sul piatto tutte le domande. Incluso come potrebbe sussistere davvero – ammesso che esista – una alternativa al sistema fascista, ma forse inevitabile, del quale siamo ingranaggi.

Forse anche, più tra le righe, se questo stesso sistema sia connaturato alla fame dell’uomo o non piuttosto un’ennesima costruzione culturale a cui abbiamo attribuito noi anche una patente di innatismo.

Il futuro che Brunelli tratteggia, imprigionato nel gioco sempre più veloce del turbo capitalismo è sempre più fosco, ma forse ormai, come dopo un’ora di spettacolo, ci siamo abituati alla prospettiva quanto a vedere l’artista (e nostro alter ego) inevitabilmente in mutande.

E mentre ci siamo divertiti di lui e lui ci ha fatto divertire, emerge ancor meglio in fondo alla risata il disagio, non soltanto di essere già come lui ma di essere stati noi a farlo accadere.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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