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Festivaletteratura #6. Visconti e Fellini allo specchio: l’epica del cinema

di Chiara Palumbo

I set di 8 e mezzo e del Gattopardo, le due opere simbolo di due mostri sacri del cinema come Federico Fellini e Luchino Visconti si aprono e si chiudono a una settimana di distanza, tra aprile e ottobre 1962. Condividono la stessa protagonista, Claudia Cardinale, li divide un’inimicizia tra i due registi che ha fatto storia. Ma li unisce, soprattutto, l’aver cambiato il cinema.

immagine per Visconti e Fellini allo specchio: l’epica del cinema

Al Festivaletteratura, lo sceneggiatore Francesco Piccolo ne ha parlato con un interlocutore d’eccezione, il regista Mario Martone. Ne emerge molto più che il viaggio in un’epoca, e in due menti geniali. Ne emerge, come dal libro in cui Piccolo ricostruisce quella pagina, La bella Confusione (Einaudi) «un atto d’amore alla fragilità di cui è fatto e su cui si regge il cinema».

Fragilità nel farsi e nel fruire di queste opere. Ad esempio, dopo le prime settimane di lavorazione, Fellini era sicuro di non portare a termine il film. Mentre sta scrivendo al produttore per informarlo dal suo ufficio di Cinecittà, si interrompe per il compleanno di un attrezzista, che lo invita a brindare al “film più incredibile che sarà mai fatto”. Quando, seguendolo, si trova catapultato nei suoi ricordi di bambino in forma di scenografia, ha deciso: il film si farà con Burt Lancaster come protagonista.
Di lui, il Conte rosso dirà: «Io il film con un cowboy non lo faccio». Diventerà, invece, una delle sue più grandi interpretazioni, «dimostrando nel contempo a Visconti quanto e perché quel film gli appartiene».

L’evocazione di quei mesi straordinari, però, è piena di strappi e sorprese.  Ad esempio, sfida il lettore Piccolo, in quanti si sono accorti che nelle due scene simbolo di 8 e mezzo, l’harem e il girotondo, non c’è, in maniera del tutto insensata, Claudia Cardinale. Naturalmente, stava girando il Gattopardo, persa nei 43 giorni in cui il conte gira l’iconico ballo ricostruito su un suo ricordo di infanzia.
Fellini, abituato a girare in modo disordinato, non trova più Claudia. Dovrà accontentarsi di due fotogrammi girati in una take di alcuni giorni prima, quando un temporale li aveva interrotti.

L’occhio lucido e consapevole di Martone arriva a concludere che «Piccolo ci vuole dire che questi due geni arrivano a creare i loro forse massimi capolavori nel momento in cui si spogliano delle impalcature politico, ideologiche, cinematografiche, e si trovano davanti allo specchio».
Emblematico, in questo senso, l’acume di Lancaster. Frustrato da un regista da cui non riceve nessuna indicazione, d’improvviso, osserva Visconti e ha un’intuizione: è lui il principe di Salina.

Mentre il mondo intellettuale comunista aspetta il suo grande regista, che ripulisca dall’aristocrazia di cui è imbevuto il romanzo di Tomasi, il Conte tira fuori dal cappello un film esistenzialista che disturba i marxisti, nel fare il film si trova nel suo mondo. E gli accade di cedere. E «ne fa il grande film in cui getta la maschera.

Nel momento in cui gli esseri umani riescono a guardarsi e dire di se stessi cosa sono» emergono i capolavori. Così Fellini, che non sa cosa fare dopo La dolce vita, fa una mise en abyme della sua condizione in una storia, toccando la propria esistenza. Allo stesso modo, secondo Martone, nel suo libro Piccolo, di sponda, parla di sé e di cosa significa per uno scrittore. In tutti e tre c’è, di sé, il bene e il male.

E c’è il punto di non ritorno: da lì in avanti, spiegano, non smetteranno mai più di raccontare se stessi. L’uno mediandosi attraverso la messa in scena dell’aristocrazia, l’altro immergendosi nella sua coscienza ed estraendone immagini.

Per Visconti, secondo Martone, i film precedenti hanno un’impronta politica di cui il Gattopardo lo libera, e forse si avvicina a se stesso.
Tra prima e dopo, invece, per Fellini cambia Flaiano. Intervengono le grandi liti che che li hanno allontanati, la figura ingombrante che li ha divisi. Come lo sono stati Suso Cecchi D’Amico e Flaiano stesso, divisi da Visconti e Fellini (lei sarà una componente irrinunciabile dei lavori del Conte, e dalla loro storia, che l’ha chiamato a decidere).

È stata la figlia, Caterina, a confessare a Piccolo che loro si amavano, mentre lo sceneggiatore cercava indizi in cui Flaiano scriveva lettere stizzite in cui si leggeva “Gli hai regalato delle conchiglie. Siamo già alle conchiglie”. L’epica di quel tempo, assicura Martone, si è assaporata dopo, ma esiste e può esistere ancora. Perché loro «ti sono fratelli nell’arrancare continuo che è il cinema in rapporto alla vita e alle circostanze».

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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