inQuiete Festival di Scrittrici #2. Nawal al Sa’dawi e le altre. Inquiete teatro porta in scena le leonesse

La chiamavano la leonessa di piazza Tahrir, quando la sua chioma bianca di ottantenne svettava in mezzo agli studenti e ai giovani che davano corpo alla primavera araba in Egitto.

Un punto di arrivo, per Nawal al Sa’dawi, che parte da lontano. Dalla dissidenza, nella quale ha trovato la dimensione della sua vita, il “principio di pochi che conduce alla rivoluzione. E che a Nawal è costata, lungo la sua intensa esistenza, il carcere, la condanna a morte, l’esilio sotto tutti i poteri succedutisi in Egitto, nonstante i quali ha cercato in ogni situazione di impartire le sue «lezioni di creatività e dissidenza»

Sono le ragazze di InquieteTeatro, Sylvia De Fanti, Giorgina Pirozzi, Aglaia Mora,Manuela Cherubini e Luisa Merloni a raccontare sul palco di InQuiete festival la sua storia, che inizia nel 1931 in un villaggio rurale dell’Egitto, da cui a otto anni scrive la sua prima e unica lettera ad Allah, in cui si dichiara dispensata dal credere in Lui, date le evidenti disparità di trattamento tra lei e suo fratello.

Da qui prende il via il percorso attraverso cui Sa’dawi maturerà un femminismo che non è «competizione con gli uomini per la gestione di un potere prevaricatore» né fra le culture perché, secondo la scrittrice, sia uomini che donne, in medioriente come in occidente, sono ugualmente oppressi da modelli culturali dominanti.

Sostenuta dalla famiglia nel suo rifiuto, dopo innumerevoli tentativi di farla sposare, viene da questa indirizzata alla professione di medico, che sceglie di svolgere nei contesti più marginali del suo Paese, nei villaggi rurali dei confini, dove si accorge presto della stretta parentela tra malattia, povertà ed ignoranza, e di quanto la scienza medica si riveli inefficace e parziale, perché la salute è legata ai soldi, alla politica e al potere.

Ed è nel tentativo di combatterle tutte che si prodiga, venendo però presto promossa e mandata al Cairo, con l’accusa di non rispettare la tradizione locale. Così, comprende che la sua arma sono le parole, che «non dovrebbero sforzarsi di fare piacere, di nascondere le ferite, ma spingere a cambiare» . Riconosce, così, di essere prima di tutto una scrittrice.

Ma non solo. Sotto Nasser, che riconosce il voto alle donne e inserisce la parità nella Costituzione della prima Repubblica socialista araba, Sa’dawi fonda la Associazione di solidarietà delle donne arabe, la prima ed unica associazione femminista presente in Egitto e il giornale Healt, di cui è caporedattrice.

La pubblicazione del libro Donne e sesso, sotto Sadat, nel 1972, le vale però la rimozione da tutti gli incarichi e l’arresto. Da qui scaturisce un altro libro, Memorie dalla prigione delle donne.

Dopo l’accusa di crimini contro lo Stato, nel 1981, con il marito Sharif Hetata, medico e dissidente a sua volta, decide così di trasferirsi in North Carolina, dove insegna alla Duke University.

Il richiamo della sua terra però è troppo forte per essere tacitato, e – consapevole che «i libri sono il primo strumento d’emancipazione» , torna a casa, dove però la sorte dei suoi libri non muta.

Mubarak ne proibisce tutti i libri, e la moglie fa chiudere l’associazione delle donne, che nel 2012 ha visto il parziale successo del divieto per legge delle mutilazioni genirali femminili. A Beirut, intanto, un editore che voleva pubblicarne l’opera omnia si vede costretto dalle autorità bruciare l’intera collana in cui era contenuta e condannato quindi al fallimento.

L’ostilità di tutti gli apparati statali dà la misura della dirompenza di un’autrice coraggiosa al punto da scrivere un testo teatrale, Dio si dimette all’incontro al vertice, in cui trovano spazio insieme Mosè, Maometto, Gesù, Adamo e soprattutto – basti citarla per rendere l’idea della forza rivoluzionaria di questa pièce – la figlia di Allah, per smontare contemporaneamente l’impianto dottrinale dei tre testi sacri dei monoteismi.

Messo in scena una sola volta nel 1998 a Bruxelles, non è più stato ripreso. Ma è di questo testo che le attrici di InQuiete Teatro, all’Angelo Mai, vogliono fare a dicembre il proprio, compiuto, ritratto di signora, forti dell’aver saputo strappare dal disinteresse della critica e del pubblico italiano Caryl Churchill fino a farne uscire cinque libri e a farne produrre i testi da un teatro nazionale.

La collaborazione virtuosa tra realtà vitalissime e coraggiose come lo spazio teatrale romano e il festival del Pigneto si sorregge, sintetizzano, su poche ma salde consapevolezze: che «non esiste scrittura teatrale senza attrici e attori, e non esiste scrittura teatrale senza varietà e senza molteplicità di posizionamenti».

Così all’Angelo Mai dal 13 al 15 dicembre troverà quindi spazio il laboratorio su questo testo, ma anche Timberlake Wertenbaker, il cui lavoro servirà a comprendere, spiega Giorgina Pi, «quanto è duro essere privati della propria lingua naturale», ma anche Testimone Credibile, in cui Kate Tempest affronta la questione macedone.

A fare da madrina a questo attraversamento di donne e di storie Emma Dante, a testimoniare che la cultura teatrale è fatta innanzitutto di persone, di «corpo e di voce».

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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