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PLPL #12. Le parole della Bibbia nel vizio di lettore di Erri De Luca

di Chiara Palumbo

Pare quasi di doversi giustificare, a occuparsi di Sacra Scrittura, o di scrittura ebraica, senza essere né ebreo né credente. Eppure, spiega Erri De Luca in una apprezzatissima lectio a Più libri più liberi, «gli incontri avvengono senza premeditazioni e appuntamenti». Soprattutto per un napoletano, crocevia di talmente tante storie e sangue da non poter escludere nessun popolo dal suo sistema sanguigno.

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Collezionista di stirpi. Che dice, con Borges, «chi mi dirà se non stai nel labirinto dei miei sangui, Israele». Leggere la Bibbia «per vizio di lettore», significa scoprirne aperture impreviste, che parlano al di là della fede. A ben guardare, secondo lo scrittore napoletano, è un testo che non ha niente a che vedere con le letterature, con il tentativo di far identificare il lettore. È piuttosto uno strano verbale di comunicazione tra l’uomo e la divinità che avrebbe «licenziato tutto il politeismo mediterraneo».

Il verbo dire è quello in effetti più usato in relazione al divino, in una sovrabbondanza di comunicazione orale inedita. È una divinità che non vuol essere rappresentata, se non attraverso le parole a voce di un tempo che in larga parte non sapeva neanche leggere. Ma è, soprattutto, una lingua. La cui scoperta, per De Luca, avviene in Tanzania, mentre si occupa di piantare eoliane per tirare acqua dai pozzi. Ha portato alcuni libri e una grammatica di ebraico antico, ma ha dovuto lasciare i libri, mangiati dalle termiti, in una «selezione naturale» delle sue letture.

Del resto, racconta, l’apprendistato di un liceo classico fatto senza vocazione, ma che attraverso il greco e il latino gli ha mostrato «che potevo scassinare ogni altra lingua senza aiuto di maestri e professori, potevo impadronirmi di grammatiche e alfabeti senza chiedere permesso». Viene da qui lo stupore, condiviso con tutti i biblisti, di ogni confessione, di scoprire che le traduzioni non si curano della lingua originale, naturalmente polisemica, fin da quando il Concilio di Trento codifica come lingua divina il latino di San Girolamo, una sorta di «petrolio raffinato di un’altra traduzione, dove si perdono molte cose», attraverso monoteismi che si moltiplicano e diramano.

In ebraico, invece, tutto stava ancora insieme, «come una sorgente che contiene tutte le possibilità del corso successivo», siano naturali od elettive, come Giuseppe che iscrive Gesù, per scelta alla genealogia di Davide, poeta e cantautore ante litteram Da lui infatti viene quel vento citato da Gesù in croce. Il vento – potente manifestazione fisica, che separa le acque dalle acque nell’Antico Testamento. In traduzione, spiega l’autore di In nome della madre diventa spirito, ma fa invece riferimento a quello che avviene alla nascita, all’esposizione all’aria, al vento che spalanca polmoni appena, forza il respiro e fa piangere: il pianto che aiuta l’avviamento del respiro. Sulla croce è quel primo vento che sta per essere reso, e la mano che l’ha buttato dentro al corpo ora lo sta raccogliendo.

Fuori di ogni fede, la narrazione perde un’immagine formidabile per raccontare la morte, il vento non suo che arriva da fuori per dare avvio al respiro e poi viene restituito.
Talora, invece, si sono operate vere e proprie manipolazioni.

Ad esempio, chiarisce: non c’è volontà di accanirsi col dolore sul corpo della donna, nella Genesi. C’è invece, una parola di quella lingua creatrice, che vale lo sforzo e la fatica che deriva dallo “scippo della conoscenza” che spalanca gli occhi, aumenta la percezione. Lo sforzo, spiega, viene «dal nuovo statuto imprevisto indipendente da tutto il resto delle specie animali».

Allo stesso modo, l’uomo si sforzerà con maggiore profitto di usare la terra, e la terra sarà maledetta dallo sfruttamento. Quando si acquisisce conoscenza, ogni recinto è stretto. Lo scrittore napoletano ci tiene a chiarirlo: non si tratta di sue deduzioni, ma la traduzione stessa che altrove sceglie diversamente. Su quel passo, tuttavia, si costruisce una condanna del corpo femminile con la voce della divinità.

Sull’abuso di questa condanna presunta, è la sintesi di Erri De Luca e forse di molti altri lettori, si basano più di due millenni di colpevolizzazione del corpo femminile.

In Portatori d’acqua, edito da Giuntina, lo scrittore partenopeo racconta tutto questo, senza discutere una traduzione storica, ma censurando apertamente una lettura dove «i traduttori, per concordia maschile, hanno falsato la traduzione».

Lo fa a partire dall’acqua, composto di due gas che se si incontrano ed esplodono, e invece producono la vita. «Come formula è un trattato di pace, e poi noi siamo acqua che cammina». Sull’acqua, che in quel territorio scarseggia, Abramo si costruisce la figura. Perché sapeva trovare l’acqua, scavava pozzi in terre altrui, e così prosperava lui e le genti intorno, finchè non viene allontanato. Abramo il capostipite è lo scopritore dell’acqua, porta questa conoscenza misteriosa e la insegna a suo figlio.

Quante lezioni al presente può dare, una lettura della Bibbia fuori di metafora religiosa? L’Egitto, ad esempio: la terra rifugio, che accoglieva chi si spostava. Per interesse, certo, perché usava la manodopera per ingrandire. Ne deriva, dice De Luca, che «ostacolare i flussi migratori è autolesionista, dal punto di vista meccanico».

La lingua ebraica, inoltre, ha un’altra peculiarità che costruisce linguaggi possibili: il valore numerico delle parole: quando il valore numerico di una parola è uguale a un’altra c’è una rima segreta, che va spiegata.

Una delle identità numeriche è tra acqua e manna, che viene dal cielo e non si interrompe mai, nemmeno nel tempo della massima discordia tra dio e l’uomo, «perché l’indispensabile va fornito e basta». La manna, laicamente intesa, è un’altra preziosa chiave di lettura, nelle leggi che ne regolavano il dono: non cadeva dentro all’accampamento. Bisognava fare lo sforzo di raccoglierla in parti uguali: «l’uguaglianza dell’indispensabile». Doveva essere nutrimento, non merce. Così la manna in eccesso marciva, e l’indispensabile non era più merce. E ancora: nel racconto biblico ne piove molta di più di quanto servisse, perché non si competesse, e se ne raccogliesse con dignità. E infine «L’uguaglianza non mortifica ma esalta le diversità»: per i maestri del Talmud la manna cambia sapore secondo il desiderio.

Ai laici, come ai credenti, poi, la Bibbia consegna il segreto dell’amore: sai amare te stesso solo se hai provato cura verso altri. La porzione di amore data, che è «circolazione extracorporea, espansione», sarà la quota del tuo amore. «Tutto l’amore che non hai dato marcisce, come la manna, non lo puoi tenere in tasca». E qui tornano i numeri: La parola amore coincide con l’attributo della divinità. Il suo valore è uno, il significato immediato: è un’energia fornita dalla divinità. Tenendo conto, per chi lo desideri, che il compito della divinità è indicare il traguardo, mentre l’uomo si assesta dove può.

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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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