
Una donna. Un interno. Caffettiere.
E il lento, ripetitivo processo del caffè che da solido si fa liquido. Poi, qualcuno bussa.
Così inizia Non voltarti indietro, andato in scena nell’ambito di Ci.T.T.A Dolci a Rodengo Saiano (BS), la convincente prova di una compagnia di giovani attori, la “Confraternita del Chianti” che prende in presto il nome da John Fante per farlo diventare sinonimo di un modo di fare teatro denso di contenuti. Firmano infatti, tra gli altri, Uccidiamo il chiaro di luna sulla TAV, e Propaganda, sulla P2.
Questa volta, invece, scendono all’inferno.
Dicono di rifarsi al mito orfico, ma è così per opposizione. Quello di questo testo, e di oggi, è inferno insolito: bianco. Vuoto. E Cerbero sono sette centimetri di blindatura.
È qui che si rinchiude Lei: un’ anti-Euridice cui le cose non accadono, ma che al contrario compie delle scelte. E sceglie la solitudine, sceglie di tenere tutto il mondo fuori da quattro mura private di ogni caratteristica, meno un caffè che sa di bruciato. Come lei.
Da quella porta sono chiusi fuori tutti, a cominciare da Lui, l’Orfeo cui è stato detto di cercarsi un “nuovo passatempo”, che tutto è finito. Ma Lui non lo può accettare.
L’uso dello spazio scenico –necessariamente scarno– è sapiente ed evocativo: all’inizio Lui è un’essenza senza corpo, soltanto una voce oltre la porta. Lei, invece, un corpo ce l’ha eccome, un corpo che si muove a gesti spezzati, lenti. A fare da contraltare la forza dell’ostinazione con cui scaccia la voce che dietro la porta insiste, giorno dopo giorno.
Per un lungo tratto dello spettacolo Lui dialoga solo per modo di dire, perchè le sue parole si fermano, l’ansia di scoprire che cosa abbia portato la donna con cui progettava una vita felice a rinchiudersi con tanta durezza e convinzione, si infrange inesorabilmente contro un muro di astio. E dolore e paura, evidente -e in questo l’interpretazione di Valeria Costantin è magistrale– in ogni respiro prima, e in ogni gesto poi.
Sarà il coraggio paziente di quelle parole comunque dette, ad aprire una breccia. A cominciare dal fare ritornare in quel corpo di donna e alla sua interiorità, il senso dell’attesa. E infine, lentamente, a riaprire la porta.
Un’apertura che è soltanto l’inizio di una nuova salita: è innanzitutto il momento in cui Lui si scontra. Con ciò che, prima di tutto fisicamente, non c’è più, perchè Lei ha scelto di eliminare tutto il “superfluo” cioè ogni cosa; poi con chi non riconosce, più. E infine con la tragica ragione.
È uno scontro che avviene senza violenza, però, né da un lato né dall’altro. Senza scoppi e colpi ad effetto, perchè non ce n’è bisogno. Con l’ineluttabilità pacata e per questo lacerante del già avvenuto, dell’ormai non più evitabile. Ed è qui che inizia l’ultima risalita, la più difficile, fatta di gesti e non più di parole perchè – suggerisce tra le righe l’autrice Chiara Boscaro – parole per affrontare davvero il dolore non ce ne sono, più che mai oggi. A questo punto Lei dovrà scegliere se seguire il suo Orfeo, e a Lui spetterà il difficile compito di dimostrare se a sua volta nell’oggi contrasterà il mito e saprà salvarla, evitando ad entrambi di voltarsi indiero.
Un testo di rara potenza espressiva, che descrive oltre che una generazione un tempo, il nostro, assuefatto a rifuggire ogni forma di dolore, al quale il personaggio di Orfeo -del quale veste con merito i panni Diego Runko– offre un’indicazione di vita. Senza presunzione beninteso, scegliendo soltanto di raccontare, affrontando anche il dramma, su cui sarebbe stato facile calcare la mano, con delicatezza e anche con una forma di accuratamente sfruttata leggerezza, sottolineate dall’intelligente regia di Marco Di Stefano.
Uno spettacolo da non perdere, perchè è capace di toccare nel profondo la sensibilità del pubblico con la forza intrinseca della vita, che qui più che mai è portata su un palco ma è come se non lo fosse. Con tutta l’intensità della domanda, che gli attori riescono a far recepire come rivolta a ciascuno.
E tu, sei capace di non voltarti indietro?
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.
- Chiara Palumbo
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