Da cosa faremmo abitare l’ultima notte l’umanità? probabilmente dalle storie che le hanno permesso di riconoscersi tale.
Almeno dal 1969 l’Orlando Furioso è, anche sulla scena, il luogo dell’immaginazione. E allora, lontano da ogni supposta lesa maestà, è bene che ciascuno vi porti il suo sguardo e la sua chiave.
Il fatto è che Davide Livermore, nella versione in prima nazionale in scena al Teatro Ivo Chiesa del Teatro Stabile di Genova, le sceglie tutte.

Probabilmente è inevitabile evocare il lavoro ronconiano con cui, se bisogna trovarlo, esiste un punto di contatto nella intenzione epica con cui tutti i personaggi prendono parola, in una serie spesso giustapposta di monologhi che girano alla prima persona anche i passaggi narrativi.
Scelta drammaturgica (firmata a quattro: Linda Gennari, Davide Livermore, Fulvio Pepe, Carlo Sciaccaluga) che consente a tutte le convincenti interpreti, Anna Della Rosa, Linda Gennari, Annamaria Ghirardelli, Mariangela Granelli, Laura Marinoni, di sfidarsi e ben gestire a loro volta una girandola di personaggi e offrire una enfasi spesso magnetica al testo originale, rendendolo chiaro tramite i loro strumenti scenici anche dove la lingua di Ariosto si discosta molto da quella di chi ascolta.
La fedeltà al testo è radicale, al netto dei tagli dovuti per ragioni di durata e di selezione di singoli quadri dell’opera, ed è un gesto di stima nei confronti di chi è in platea non aver operato una semplificazione banalizzante di una delle grandi epopee della nostra storia.
E può anche essere letta nello stesso verso l’enormità di citazioni e rimandi – che modellano il testo più che esserne ispirazione – di cui Livermore dissemina il suo lavoro.
Per un regista abituato quanto lo è il direttore artistico genovese a frequentare la lirica, si direbbe che la modalità di lavoro sia proprio la regia d’opera, dove non potendo cambiare il testo, si agisce sulla forma.
E dunque, se si può fare un Nabucco mettendo sulla scena Fidel Castro, Livermore può scegliere di fare mettere in scena un’opera in prosa senza un attimo di requie, dove il menestrello di corte e la musica dal vivo di Ensemble La Chimera: Sabina Colonna-Preti, Maria De Martini, Francesco Zoccali stanno insieme con una versione di Mad World arrangiata, come tutte le musiche, da Marco Benz Gentile, scelta per precisi echi, tradotta e adattata sulla fine del mondo dove i personaggi si muovono come su un carillon.
Può decidere di non toccare il testo ariostesco ma far guidare lo spettatore da un pilota-dio, lo stesso Fulvio Pepe, a cui l’umanità è venuta decisamente male che osserva le stelle ma senza piccoli principi in arrivo, tutt’al più una piccola – bionda, naturalmente – muta con cui aspettare la fine dell’uomo come si aspetta Godot.
Ma anche – da dentro l’azione scenica, da una Gelsomina in bombetta nera e sciarpa che denuncia immediatamente il debito di questo lavoro con l’universo onirico e sospeso di Fellini, con l’ambizione forse, tra il Viaggio sulla luna e Mastorna, di completarne l’incompiuto.
Eppure già così, in questo doppio binario tra inesorabiltà della fine e sogno non saremmo che all’inizio di quello che si può ritrovare dentro, e dei piani da cui questo lavoro potrebbe essere letto e interpretato.
Piani diversi che la regia tiene insieme facendo muovere le figure ariostesche sulla carcassa mastodontica di un aereo, sfavillante delle luci della scena, che diventa prato specchio e campo di battaglia.
Dio oltre Dio, grande burattinaio il regista fa muovere insieme il filo di chi fa parla di bambini sotto le bombe e quello delle musiche danzanti di una giostra medievale.
C’è quello di genere, dato che tutti i personaggi che stanno dentro la scena parlano al maschile ma vestono al femminile, negli sfarzosi costumi di Gianluca Falaschi, a volerci leggere un’idea di femminile come motore delle epiche collettive. E sarebbero già almeno tre spettacoli possibili nelle stesse due ore e mezza, per un regista meno ambizioso.
Livermore non si accontenta. E si tiene in bilico tra gioco teatrale ed overdose, sintetizzando secoli di narrazione nel tempo di una replica.
Dal giullare medievale e i suoi abbozzi osceni alle battaglie coi pennacchi colorati e le spade di legno che recuperano la tradizione del teatro dei pupi, per finire con il senno di Orlando in una nuvola di fumo, dopo un viaggio che potrebbe rifarsi alle atmosfere cinematografiche di Kubrick o essere un film Marvel.
E del resto, tutta questa abbondanza evocativa può essere letta a sua volta come un omaggio alla fonte, visto che già Ariosto si muoveva rifacendo i topoi classici dell’amore cortese in quello di Angelica e Medoro e persino quello classico di Eurialo e Niso nel legame tra Medoro e Cloridano.
Di certo, da questa versione, viene fuori lavoro monumentale e polifonico, colossale (o kolossal) ed eccessivo, che non si fa mancare neanche i quadri dipinti di Francesco Calcagnini, da cui essere travolti e poi decidere, solo dopo – spesso molto dopo – cosa trattenere quando se ne riemerge.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.










