Più Libri Più Liberi 2019 #9. Chibundo Onuzo, o del diventare adulti

Chibundo Onuzo ha un record notevole: a 17 anni è stata la più giovane pubblicata da Faber & Faber. Quasi dieci anni dopo, è Fandango che si occupa di portare in Italia il suo La figlia del re ragno. Un romanzo vitale e fresco solo apparentemente teen, nel suo prendere le mosse dal legame tra la figlia di un potente nigeriano e il figlio di un ambulante.

Solo a voler essere semplicistici, commenta Barbara Kenny chiamata a raccontarlo a Più libri più liberi, si potrebbe parlare di un “rosa che poi diventa nero”. Al di sotto o piuttosto in mezzo al quale la città di Lagos – che Onuzo ha lasciato quattordicenne per studiare in Inghilterra – prende spazio nella narrazione, sembra avere vita propria.

Nelle pagine della giovanissima autrice, due lustri fa c’era già l’ambizione di raccontare, non senza onestà, le pieghe più terribili della realtà. Così, ad esempio, attraverso il personaggio di Pressure riesce a raccontare il traffico di donne. Dieci anni dopo, però, l’occasione romana è soprattutto quella adatta per guardarsi indietro. Se nel romanzo “Pressure riesce a mantenere un cuore aperto alla vita.

Oggi non so se lo avrei scritto uguale”. Oggi come allora Onuzo sa che L’Italia è il mercato principale per le donne rapite e trafficate in Nigeria” ma forse ha perso lungo il percorso anche un pezzo della propria innocenza. Quella che invece hanno i suoi protagonisti, Adichie e l’Ambulante, “adolescenti di 17 e 18 anni, che cercano di capire la propria soggettività.

Per loro come per tutti alla loro età gli adulti sono estranei, e forse come tante, pur nel loro essere antitetiche “le due madri si assomigliano come perse in un passato idealizzato che perdono il presente dei loro figli

La Onuzo oggi è cresciuta, è una donna che ha perso parte della sua poesia, costretta a venire a patti con l’età adulta. Si riconosce vittima del “patriarcato sociale”. Le sono incomprensibili i teeneager. “Sono già troppo vecchia per scrivere un libro per teneager”, sorride.

I suoi protagonisti, invece, eternati nell’adolescenza, ne possiedono la forza dei sentimenti, che pure è lontano dall’inconsapevolezza. Sono entrambi mossi da una potente aspirazione a ciò che è giusto, ma se per Adiche “il senso di giustizia passa dall’aspirazione dell’amore, per quello che chiama ‘il mio ambulante’ passa invece dall’impossibilità dell’amore”.

Era questo, del resto, a interessare la Onuzo diciassettenne: la dicotomia della relazione, il procedere dei due ragazzi per bianchi e neri. Guardandosi indietro, si scopre ancora cambiata: “oggi non credo più a quello che ho fatto dire ai personaggi, al motivo per cui la relazione non funziona. Ero sempre arrabbiata con tutto, oggi no. Ho più sfumature e meno fuoco. Oggi so che La vendetta è personale, la giustizia è sociale, lui cerca vendetta”. Così, anche la storia d’amore che guarda ai più giovani non può finire come si vorrebbe. Tra le pagine, chiosa Kenny, “c’è troppo rancore per dare un happy ending a questo libro”, c’è la vita reale.

C’è una rabbia che, racconta Onuzo guardando la sua terra da lontano, “è parte dell’essere nigeriano, che non può confrontarsi col potere e quindi si sfoga altrove. Io do la possibilità di confrontarsi nel libro col potere, ma questo non succede mai”. Il libro si impadronisce del clichè per rimodularlo, per gridare con la voce dei ragazzi che “se c’è ingiustizia non può essere amore, in un mondo che vende le ingiustizie come palliativo”.

L’Onuzo adulta ha imparato come si sopravvive, diventata donna, ha imparato il cinismo e le radici profonde che con la crescita insegnano l’ammorbidimento degli spigoli e la condiscendenza, e quanto questa rischi di venarsi di mediocrità “crescendo impari l’importanza del compromesso. L’ambulante è povero da poco, per questo non trova un compromesso. Certe situazioni ti forzano a fare compromessi. Non tutti fanno compromessi. In Nigeria c’è molto in gioco, ed è comprensibile che molti lo facciano, ma altri no”.

Ed è per questo, commenta acutamente Kenny, che i romanzi per ragazzi servono soprattutto agli adulti: “Gli adolescenti ci servono anche per raccontare la parte migliore di noi”. Quella che la scrittrice adulta ha imparato a guardare da lontano, con la consapevolezza dell’autrice.

Interrogata su cosa cambierebbe oggi dà una risposta che è il paradigma di un passaggio ormai compiuto: “lo scontro finale funziona dal punto di vista drammatico ma cambierei la fine: ci si può pacificare, come fai a vivere se non lasci andare il dolore? Il perdono non è solo per gli altri ma anche per sé. Renderei la protagonista più dura e determinata, un po’ meno sentimentale”. Una donna in cui tanti tra gli adulti, forse tutti, possono specchiarsi, di cui arriva oggi invece a noi un “libro politico, in cui la parte sentimentale si connette bene, con una Lagos da scoprire tra paesaggi luoghi e situazioni”.

Onuzo e il suo romanzo sono il terrore e il riscatto di ogni Peter Pan, l’angoscia di diventare adulti potendo conservare quel pezzo di sé che si è lasciato andare, attaccando l’ombraai piedi col sapone di una nuova traduzione, che restitusce la “preziosità di conoscere poco il mondo e la vita, cioè quel che permette un approccio pieno di certezze.

Quel che c’era prima del nuovo romanzo, Benvenuti a Lagos, in cui trova spazio uno sguardo più ampio. Sette personaggi e non due. Dove tutti scappano da qualcosa convergendo a Lagos. Eppure, nonostante i cambiamenti, anche in Onuzo è rimasto qualcosa di chi era, insieme all’amore per il suo racconto la consaoevolezza che Il libro è quel che è perché lo ho scritto a 18 anni.

E in questo passaggio anche simbolico da bianco a nero, con il nuovo romanzo, il primo di ambientazione anglosassone, la sua presa di parola sul rapporto tra letteratura europea e quella afrodiscenente. “C’è sempre stato un dialogo, dura da secoli, ma è stato cancellato deliberatamente o semplificato. Da secoli si cancellano i personaggi birazziali dalla storia. Eppure si può decolonizzare la letteratura, espandendo il canone senza rimuovere nessuno”.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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