Mettersi al servizio. Come tutti i festival letterari, Pordenonelegge è una efficace cartina al tornasole di chi, tra gli autori, è in grado di disporsi in questo modo anche quando si trovi ad accompagnare il discorso di un altro. Lo fa, offrendo così una non così consueta lezione di stile, Concita de Gregorio, accompagnando Fabio Genovesi a raccontare il suo Le mie magnifiche maestre (Mondadori) autore di «linguaggio esatto, cura e ricerca» scrive  «un libro che pare sognato», composto in apparenza di ricordi e discorsi che sono invece letteratura.

immagine per PordenoneLegge 2025, Fabio Genovesi
PordenoneLegge 2025, Fabio Genovesi e Concita de Gregorio

Il cuore del lavoro di Genovesi è una presa di coscienza matura del valore e dell’importanza delle donne che nella storia familiare di ognuno restano fuori dalle fotografie.
Figure che compongono un pantheon di donne di cui non è importante la verosimiglianza, ma attraverso le quali prende forma un passaggio di consegne di saperi, «perché è la linea delle madri che ci definisce, più di quella dei padri in cui ci riconosciamo».

Nella leggerezza e nel calore di due scrittori che si confrontano senza amarezze e senza egoismi, il fascino di scivolare nella vita personale con la stessa intimità lieve con cui ci si accosta a romanzo che somiglia a un atto psicomagico. Spiega infatti l’autore che si è scritto come da solo, sulla soglia dei suoi cinquant’anni, un traguardo raggiunto senza crederci davvero, come accade quando vi si giunge senza aver fatto nulla di quel che ci si aspettava che facessi.

Nel momento, spiega, in cui «sai che il treno è andato altrove e ti chiedi dove sei». E a offrire una risposta giungono, in sogno, una per notte, le donne della famiglia, anche quelle cui all’italiano manca una parola più di amico, che è troppo poco, per dare un nome. La genealogia, anche per chi è figlio unico, di parenti creati da sé.

Se «gli uomini di casa mia erano fatti per innamorare un bambino come me» marinai, con storie d’avventure e di miti della forza, sono però le generalogie femminili ad aver dato forma a un ragazzo cresciuto in mezzo a donne nel negozio di parrucchiere della zia, a parlare di amori delusi, amori dolorosi. Sono loro ad aver dato lezioni che sono semi, esempi. Invece di darle a schiaffi o con le battute.

Come quelli che offre, morendo una nonna che aveva promesso senza parole di non farlo mai, consegnando all’amato nipote che «se per me era impossibile che tu morissi ed è successo, ora niente sarà più impossibile».

Sono le donne  sapienti che nella loro Forte dei Marmi, vendevano il pesce comprato ai milanesi come appena pescato e con sagacia salvavano la famiglie. Non donne nobili, non insolite. Donne comuni, che hanno portato avanti il mondo, cui Genovesi dà voce «perché sono quelle di tutti».

Se vivere in una comunità di maschi pretende una postura chiosa De Gregorio, essere cresciuti da una comunità di donne, tuttavia, spinge ad una rottura nel momento in cui, affrontando il mondo, ci si accorge che difficilmente vi si assomiglia.

E si finisce forse, come ha fatto Genovesi, a ritornare in un mondo accogliente e conosciuto, come il suo, dove d’inverno sei solo, e Zalensky «è un tizio in infradito con la casa delle vacanze», dove il contrastare a il caos estivo è e il silenzio invernale in cui lo scrittore lavora dentro una cabina vuota del lido.
E da lì può evocare donne che «ai sogni e alla morte non hanno creduto ma. Anzi ci credono più degli altri, perché tutto è sempre vero, e sempre vivo, ti viene a sorprendere, mentre la vita si spalanca in un mare sconfinato». E di scoprire l’inutile e importante «spreco di bellezza che è il solo modo di dare l’amore».

Come le cicale su cui si apre, poeticamente, il volume che si nutrono in silenzio di linfa della vita e che riempiono di suono i prati del festival risuonando con la raffinatezza con cui ci si aspetta che faccia un libro, come questo che l’autore spiega scritto a voce alta «e se non suonano son morti». Come le cicale da cui imparare, al contrario dell’apparente buon esempio della cupa testa bassa della formica, una dichiarazione di intenti: «Se è estate, e stai bene, e sai cantare, canta» e che, con la voce che non è difficile immaginare dall’inflessione toscana, dell’autore, tramanda con l’esempio che la vita non è seria.

Perché tutti, come lui, siamo figli della vodka alla pesca che nostra madre scopri il giorno in cui ci concepì, ovvero di un accidente senza il quale non saremmo. Che fa, della nostra vita, qualcosa di più lieve di come la si racconta, anche se è l’ultima cosa che abbiamo. E che forse, con Genovesi, ci spinge a sognare una «società non operativa», da cui si origina un orrore che oggi abitiamo. E a cui siamo chiamati a reagire, con un manifesto che Genovesi sintetizza luminosamente: «Impegnati purchè ti piaccia: la vita è un’estate, poi finisce».

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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