Re Lear è una montagna, è un labirinto, è una sfida. Talora è stato considerato il testo simbolo, per antonomasia, del teatro occidentale. Altrettanti lo hanno reputato, e lo reputano, ancora, troppo difficile per essere rappresentato, forse soprattutto capito.
Proprio per questo, è evidente la significatività della scelta di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, che firmano, come consuetudine, la regia con cui aprono la stagione del Teatro Elfo Puccini e tornano a Shakespeare per la nona volta, di cui un terzo per Il sogno di una notte di mezza estate, rendendo evidente l’amore (viscerale è forse un aggettivo trito, ma qui non si potrebbe usarne uno diverso) che li lega al Bardo.

Si rivela dunque una sfida altrettanto ardua leggere una figura così potentemente simbolica e ricca di sfaccettature e letture possibili. Harold Bloom ne parlò come dell’ «emblema del maschio bianco occidentale», e scusate se è poco.
Immergendosi nelle tre – sorprendentemente rapide – ore della versione che l’Elfo si regala per i suoi cinquant’anni è difficile però non farsi travolgere da una lettura, prima di ogni altra cosa, generazionale.
Lear siede spietato e disorientato su un mondo di rovine e macerie, dove il metallo, gli anfibi e le eco militari dialogano con teli che si fanno muri, spettri coronati spaventosi e grotteschi.
Ma il re di Elio De Capitani, via via più convincente di pari passo con la preminenza delle emozioni sul mestiere dell’attore nei panni dell’eroe tragico, è soltanto il punto focale di una rete di legami in cui l’odio è più potente del sangue. Simbolo di un potere ormai consunto dal tempo, il re è governato dal terrore di perderlo, e sa farvi fronte soltanto virandolo (o fingendo?) nei termini di una scelta di cederlo che gli conservi la libertà di determinarsi, esigendo un rispetto tutto d’ipocrisia.
È la generazione dei padri che si vogliono nobili, cui mai il mondo ha chiesto di venir meno alla disciplina, che diventa una terrificante parodia di rigore e fame cieca di venerazione quando lo spinge ad allontanare l’unica delle figlie, Cordelia, capace di sentimenti talmente autentici da non saper mentire anche quando le costa il ripudio e l’esilio.
La crudeltà del padre si dimostra ancora più assurda e fuori centro anche quando – per negazione – dimostra di aver motivo di diffidare, sbagliando però del tutto l’oggetto della sua rabbia.
Le sorelle Regan (Elena Russo Arman) e Connelly (Elena Ghiaurov), piene di malizia e doppiezza, abilissime nel gioco dell’ingannarsi anche a vicenda, sono la generazione dei rampanti che vendono arrivare insieme ai primi segni del tempo un potere troppo a lungo atteso e – sotto la patina forse posticcia di una salvaguardia morale – desiderano solo conservarlo per se stesse, qualsiasi prezzo possa si debba pagare.

In mezzo, una generazione irrisolta che gode del potere finchè può, come i mariti delle due nuove regine, spesso servile e melliflua come il servo Osvald di Nicola Stravalaci. O se ne ribella spesso troppo tardi e se lo fa, anche con autentica dedizione come il Kent di Umberto Terruso, lo fa spesso con le stesse forme violente di chi il potere lo agisce.
Così accade fra i figli del conte di Gloucester, in cui allo stesso modo il passaggio generazionale diventa scontro tra “un padre credulone e un figlio di ottusa generosità”, il figlio maggiore Edgar, incapace persino di concepire la cattiveria del mondo, nella cui carne si infilano gli artigli della fame senza pietà del proprio posto nel mondo del più giovane, Edmund, accecato e perduto dalla voglia di prendersi uno spazio che la generazione precedente gli ha tolto senza sforzo e per diritto dinastico.
A unirle, soltanto un gorgo di apparentemente irrimediabile disperazione.
L’unico modo di salvarsi da uno scontro generazionale in cui tutti escono sconfitti – per cinismo o per stanchezza – è abdicare alla ragione, e perdendo se stessi lasciarsi abitare da lampi di saggezza come fossero fuori di sé.
Come fa il matto, senza controllo per mestiere, o il re mentre nella notte più lunga e orrenda della storia del teatro perde il senno e scopre l’umanità, o infine il figlio tradito, Edgard, che rinuncia a se stesso e trasformandosi in una creatura liminale con la bestia mette sul piatto tutta l’umanità possibile, prendendosi cura del padre accecato per volere del figlio che ha tradito entrambi.
Nelle atmosfere cupe e nelle luci raffinate di Marco Ceglia, tra le dissonanze spesso disturbanti di Gianfranco Turco, il pubblico – ragazzi compresi – sta incollato alle sedie per un tempo di una lunghezza cui non siamo più abituati, a osservarsi nella guerra tra un mondo anziano che porta la colpa di essere invecchiato prima di diventare saggio, e una gioventù incattivita che si è convinta di dover «sottostare alla tirannia degli anziani solo perché noi lo abbiamo permesso» Bruni e Frongia scelgono di portare in scena uno Shakespeare lineare, senza invadenze registiche: la storia originale, in una lingua ancora piuttosto letteraria ma chiara, è lì a dimostrarsi più presente di quanto probabilmente ci piaccia ammettere.
Sulla scena, tra colonne portanti del teatro dell’Elfo e giovani di luminoso futuro, va in scena anche un evidente confronto, ancora una volta, generazionale, tra modi di intendere il teatro, si potrebbe dire tra scuole. Tra chi sceglie una interpretazione più tradizionalmente teatrale e chi, aiutato dal ruolo, esplora un mondo emotivo e potentemente evocativo, corporale come il Tom ferino e umanissimo di Mauro Bernardi, capace di riscattare forse l’umanità stessa e di riempire il palcoscenico.

In generale, il confronto lo vincono i ragazzi: un Simone Tudda mefistofelico e tesissimo, in cui anche gli eccessi apparenti sono perfettamente credibili.
Così come quelli del matto di Mauro Lamantia, che – nella sua canotta contemporanea che è forse l’unica scelta di cui non è chiara la ragione – gioca con la sua lucida follia con grande libertà.
Da segnalare anche la Cordelia di Viola Marietti, cui tocca il difficile compito di essere l’alternativa possibile. Di essere altro da ciò che le accade intorno, nella purezza di una giovane pronta a perdere tutto ma non la propria sincerità, e a riaccogliere l’umanità quando torna a riconoscerla negli occhi di un vecchio ormai arreso, fino all’estremo sacrificio.
Al pubblico scegliere da quale parte si trova, sapendo che l’umanità, nella tragedia come nella salvezza, non è quasi mai davvero coerente e che le generazioni, come gli esseri umani, sono tutto meno che il monolite di facile decifrazione alla cui narrazione spesso abdichiamo per comodità
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






