Le parole alte e roboanti dell’Apocalisse che aprono il più recente lavoro come avevano aperto il primo, e poi gli spettacoli che iniziano sempre a luci accese, in mezzo alla gente, guardando il palcoscenico dal lato della platea.
È un teatro che vuole sempre connettere mondi: la scienza e la poesia, la terra e lo spirito. Lucilla Giagnoni è sempre coerente con sé stessa, e gliene rende merito l’amore di un teatro sempre pieno, come il Giuditta Pasta di Saronno, che nel tempo ne ha seguito tutta la parabola autorale.

Quale figura migliore per farsi dono alla città, nelle serate a porte aperte che aprono la stagione Radici. Davanti a una platea che la segue con la naturalezza che solo il gran teatro di narrazione consente, con Sinfonia Fantastica Giagnoni può tornare alle proprie, aprendo il proprio libro della vita, umana e professionale.
Se il teatro, nel suo essere incontro di vite, è una biblioteca, le pagine di Lucilla sono ormai solide e fitte abbastanza da consentirle, senza sensi di colpa, di auto-antologizzarsi, partendo dalla prima volta su un palco, con una diva arguta e feroce come Paola Borboni, che si faceva pagare in anticipo una potenziale morte spettacolare in scena.
Da lì, prosegue lo sfoglio di pagine proprie e altrui, che sulla pagina si trasformano in voce, da McEwan a Luigi Pirandello. Per arrivare a Carlo Maria Martini, che facendo propria la sapienza orientale divide la vita in quattro età: dell’apprendimento, dell’insegnamento, della foresta e della mendicanza, facendo coincidere questi quattro archetipi orientali con quelli fisici del mondo: acqua, fuoco, terra, aria.
Con la scioltezza di una Sherazade che ha imparato a vent’anni il potere ammaliante (e per questo salvifico) del racconto, l’attrice ne dipana i quattro capitoli con la libertà di intrecciare fili che si intrecciano per suggestioni e associazioni, tenendone insieme di molto diversi, che pure si parlano.
Lo fanno tra loro i romanzi, gli elementi e le età, e lo fanno quattro voci – spesso poco o per nulla conosciute ai più, che dimostrano quanto le maggiori conquiste più recenti della scienza si debbano a menti e mani di donne che hanno saputo tenere insieme un impeccabile ordine scientifico con la capacità di declinare qualcosa che vi è solo apparentemente lontano come la bellezza, quando non la meraviglia.
Non solo non si negano, ma si parlano a vicenda scienza e letteratura, dove figure iconiche come Jane Goodall trasmettono il proprio sapere – in questo caso etologico – attraverso una scrittura romanzesca in forma di lettere al nipote. Ma prima di giungere al nome forse più noto bisogna passare per quella Rachel Carson, Robin Wall Kimmerer e Monica Gagliano. Se alla prima si deve, con Primavera silenziosa, la nascita dell’ambientalismo moderno e la battaglia contro il DDT, attraverso un testo che rivela al mondo gli oceani con pagine di grande raffinatezza stilistica, la seconda ha fatto proprio il sapere indigeno di una parte delle sue ascendenze e persino il mito, ne La meravigliosa trama del tutto.
A quello delle figure che in Occidente chiamiamo sciamani, si avvicina il lavoro della etologa italo-australiana, Gagliano, che attraverso la sperimentazione regolata di quella che oggi è chiamata bioacustica ha potuto dimostrare sul piano empirico le molte voci delle piante. Figure che si incarnano nell’attrice e nelle loro parole procedendo nella doppia metafora del libro e della natura, della pianta nella sua sapiente singolarità.
Sostenute dalle musiche rarefatte di Paolo Pizzimenti, con le luci e le proiezioni guizzanti di Massimo Violato, le due metafore in realtà sono una, se si pensa che a chiamarsi libro è anche l’anima interna della corteccia, quella dentro cui si legge la vita delle piante, che procede a ritmi e lungo arcate temporali enormemente più lunghe delle nostre, dentro cui le piante stesse potrebbero vederci come specie anziché come persone, e comprenderci molto meglio di quanto l’umano potrebbe essere in grado di leggere se stesso.
Questo spettacolo, forse meno organico dei suoi precedenti, ma ricchissimo, è – ed in effetti è la premessa su cui il testo si muove – è la sintesi operata da chi è giunto nell’età della foresta, in cui si desidera di trasmettere il proprio sapere, prima di giungere all’età della mendicanza, in cui liberarsi dei pesi.
Giagnoni trova la via, ed è radicalmente la sua – di tenere insieme i linguaggi e le urgenze porti al pubblico e al mondo negli ultimi venticinque anni. E in questa summa del suo lavoro, dà prova di sapere essere commuovente e lieve, saggia e mistica, attenta al presente e sciolta dalla dittatura dei testi a breve scadenza.
Senza la spocchia della venerata maestra, ha compiuto forse il suo spettacolo manifesto, rivendicando la libertà di essere precisamente sé stessa.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.




