Per raccontare Tango Macondo, in scena al Teatro Carcano, bisogna partire da qualcosa che, con un titolo del genere, c’èntra molto poco.
“Come ancora oggi si usa dire in Gallura Chistu tocca ponillo in canzone, questo bisogna metterlo in canzone, dargli una musica un metro una rima, perché non scompaia dalla memoria collettiva”. Lo diceva uno che la Sardegna la conosceva bene, ed era allergico ad ogni retorica d’esotismo, come Fabrizio De Andrè. Come chi la Sardegna l’ha vissuta oltre che amata e fatta propria, ne conosceva il respiro. E sapeva che è fatto di storie. Che nella Sardegna su cui i turisti non hanno buttato la colata spessa del loro rumore, se si ascolta con attenzione si sente una voce.
La Voce, come la chiamava Salvatore Niffoi in un suo celeberrimo romanzo (di cui, col cantautore, ancora una volta si sprecano le attinenze).
È una voce, quella della Sardegna, soprattutto per come la racconta proprio Niffoi anche nel Venditore di metafore da cui nasce questo spettacolo, fatta di tutto quel che si può considerare musica: di suono, certo, di una trama di echi che sembrano sorgere dalla terra.
Di rime, se occorre, perchè aiuti a restare e ad essere custodito nel ricordo. Di voci alte per essere condivise, di quell’oralità in cui si custodiscono le risorse più preziose in parole su cui fondiamo la nostra identità collettiva. E delle leggende che nutrono – e di cui si nutre – ogni terra.
Quei racconti, tra il mito e il racconto di sé, che solo la voce tiene viva e consegna al tempo. Lo sa Matoforu e lo sa il suo amore, Anzelina la cantatrice, che con le parole risorgono da quei cataclismi che solo la realtà ha la crudeltà di concepire e solo la leggenda la grazia di raccontare.
E sono le parole, sono le sue radici, a consegnare loro un nuovo futuro, che si libera dai lacci limitanti del reale per immergersi in quella magia che è un’altra delle straordinarie prerogative di questa terra, abitata di janas – (in italiano suonerebbe più o meno “fate”, ma sono qualcosa di più) e giganti, in cui si cura e si uccide con la poesia e le nanas, e col suono.
Perché la vita, e tutto ciò che la popola, dall’amore alla nostalgia, sono fatti di racconto.
Sono queste le materie di cui si intesse la drammaturgia firmata da Giorgio Gallione, che da sempre ha abituato a esaltare con raffinatezza interpreti estrosi.
Lo fa in questo caso accostando frammenti preziosi, in un mosaico multiforme non semplice ma in cui – in fondo – più che da decifrare c’è da riempire lo sguardo del florilegio di suggestioni in cui tutto diventa ingrediente di una pozione capace di trasportare dentro un altro mondo, fatto di riti ancestrali, di figure che danzano come solo certi sogni – si chiamano DEOS, (coincidenza eloquente) e sono Luca Alberti, Alice Pan, Valentina Squarzoni, Francesca Zaccaria – come solo certi sogni e riempiono lo spazio di colori e figure d’archetipi.
Poste in canzone, si diceva, in una tela di fascinazioni popolari ed eleganti insieme che passano soprattutto attraverso la musica. Il sarto di un abito di questa foggia non potrebbe essere altro che uno come Paolo Fresu, che giganteggia insieme alla sua ormai mitologica tromba proprio perché sceglie di mettersi – anche fisicamente – a lato della scena.
Accanto a lui a dar corpo alla tradizione della sua terra, in cui naturalmente non manca neanche il canto a tenores, c’è Pierpaolo Vacca e il suo organetto, simbolo per eccellenza di quando la musica abita le strade. Ma c’è, anche, Daniele di Bonaventura con uno strumento che sorprende solo chi non abbia letto il titolo: il bandoneon.
L’incantamento ancestrale di cui vive la Sardegna potrebbe avere, infatti, un solo contraltare, un affratellamento naturale, il realismo magico sudamericano.
Così il ballu tundu diventa tango, e quando Matoforu e Anzelina lasciano l’unico posto che più che abitare rappresentano, Mamoiada, l’angolo di Barbagia che popola il suo carnevale di maschere grottesche e partono per cercare un continente nuovo non possono che approdare a Macondo, un villaggio, non a caso, fatto di specchi.
Cosa c’è di più simile a quella Sardegna dell’eco di Gabriel Garcia Marquez, in cui un Matoforu con la favella magnetica un sicuro Ugo Dighero e la precisione di Paolo Li Volsi?
Allo spettatore non resta che farsi trascinare in questo viaggio, senza farsi troppe domande, in luoghi similmente “ai confini tra il delirio e la geografia” mentre il ritmo della canzone in scena si trasforma nella malia del tango che rapisce e trascina al proprio passo e a quello della voce calda e incantatrice di Rossana Naddeo, che è Anzelina e insieme si prende, sulla scena, lo spazio che – nel disco omonimo, uscito in contemporanea con lo spettacolo – Paolo Fresu ha affidato a tre grandi della canzone italiana come Tosca, Elisa e Malika Ayane.
Ne emerge un pastiche che incanta e affascina, ricchissimo eppure mai eccessivo. E in spagnolo, come in sardo, il teatro si dimostra il luogo perfetto per dimostrare che quella che chiamiamo tradizione ha – sempre – molto da raccontare, e nuovi modi per raccontare di noi, con la libertà e la ricchezza di permetterci di farlo, semplicemente (ed è, paradossalmente, la cosa più difficile) sognando.
Perché ci permette di essere «impavidi e giocosi. Invulnerabili al tempo e al disastro».
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.








