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Mattia Pascal, l’attore

di Chiara Palumbo

Attore, nella lingua in cui è nato, il greco, si dice hypokrites, “colui che sa ingannare”. In L’uomo, la bestia, la virtù, Luigi Pirandello lo mette in bocca al personaggio di Paolino, precisandolo in “ipocrita buono, o ipocrita per dovere”.
Ma se nella commedia del 1919 lo teorizza, quindici anni prima, in forma di romanzo, lo aveva già messo in scena.
Portando sul palco del Teatro Oscar di Milano Il fu Mattia Pascal, Giorgio Marchesi non fa che esplicitarlo: il bibliotecario di Miragno e le sue articolate vicende pensate per tenere incollati alle pagine i lettori a puntate della rivista Nuova Antologia, trovano quindi le movenze dinoccolate di uno showman da cafè chantant, fasciato in uno smoking bianco che sembra fare eco a quelli di alcuni divi del cinema novecentesco, consegnati alla storia per la loro rivendicata libertà. (suggerimento per una breve ricerca in rete: smoking bianco – Helmut Berger).

immagine per Il fu Mattia Pascal
Il fu Mattia Pascal, ph. Tiziano Ionta

Davanti una platea di ragazzi stupiti, verosimilmente spinti a un teatro che frequentano di rado dalla speranza di vedere sul palco una versione più attraente del romanzo che generazioni di studenti sono state forzate a spuntare nelle liste delle letture obbligate per le vacanze estive, ne hanno scoperto, invece, il ritmo sincopato e la freschezza – di elegante leggerezza, di un concerto Jazz, grazie al contrabbasso di Raffaele Toninelli, che da anni, con La Musica da Ripostiglio, si fa profeta in giro per l’Italia di quanto si possa divertirsi giocando con la musica colta, a patto di maneggiarla con la sua stessa maestria.

Di questa “operazione leggerezza”, di cui forse sulle prime, divertimento e apertura ai giovani a parte, si fatica a cogliere l’obiettivo, concentrati sull’«ebrezza estrosa» del protagonista che l’interprete si fa risaltare, si svelano le pieghe quando se ne isola il nucleo tematico.

Tra le molte letture con le quali il romanzo è stato raccontato, tra il decadentismo novecentesco, il senso di claustrofobia delle convenzioni e delle istituzioni sociali, la noia come misura del momento storico, Marchesi lo sintetizza come l’apologo dell’attore.

La favola morale dell’uomo tre volte morto e rinato nelle parole, come può avvenire soltanto su un palcoscenico, libero e al contempo costretto a entrare e a uscire da sé e da nuovi panni quando il contesto glielo chiede, fino alla fine della sua vita, costernato e sottilmente disperato quando la sparizione non è più una scelta ma il faro dell’interesse che si spegne sopra la sua testa.

In questa lettura, l’intenzione del protagonista è vivere due vite differenti, «essere due uomini diversi, nella moltiplicazione che la scena consente.

Mattia Pascal, dato per morto per errore, sceglie i panni di Adriano Meis, che nell’interpretazione di Marchesi sono ipercontemporanei e fluorescenti, perfetti per nascondersi in piena vista, perdendo un’identità riconoscibile nelle strade di Roma, tentacolare e perfetta per chi vuole sparire restando sotto gli occhi di tutti.

Per farlo, però, deve sperimentare nel tempo la pratica del drammaturgo: inventare al suo personaggio un passato, rubando frammenti d’identità dalla realtà per sublimarli in una sintesi narrativa.

Così, nel gioco, può vivere sulla sua pelle gli anni che Meis non ha avuto, mentre i toni dello show scivolano dal jazz fin quasi al rap, fino all’andatura swing al cui passo si muove tutto lo spettacolo, attraverso cui si riesce a identificare una verità profonda «nel miglior modo possibile, mentendo, inventando». Almeno fino a che non ci si rende conto di star camminando sul filo di un baratro in cui l’immagine al negativo, l’ombra, si mangia il corpo anziché proiettarlo.

L’uomo che perda i confini dentro l’interprete rischierebbe di trasformarsi in un’ombra di vita, nata e morta un numero variabile di volte dentro una macabra memoria.

E deve, allora, tornare indietro, portando a spasso i cadaveri – o i fantocci – dei ruoli interpretati, di cui non basta un biglietto lasciato su un ponte, né una lapide col proprio nome sopra il corpo di uno sconosciuto, per liberarsi. Perché se bastasse, si scoprirebbe la componente più terrificante della sovrapposizione tra arte e vita: «Morire è come non essere mai esistito».

Sapendolo, invece, ci si può divertire, e scoprire la forza di storie che credevamo di conoscere troppo bene, e invece sono diventati qualcosa di ambivalente: un passato che cammina ancora – pacificato e ironico – in mezzo ai concittadini: il fu Mattia Pascal.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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