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inQuiete. Festival di scrittrici #5. Your whole life is a rehearsal. Un’altra Antigone. Rivoluzionaria con i Motus e Judith Malina.

di Chiara Palumbo

«Coloro che fanno arte sono tutti enzimi culturali» del corpo in movimento che vuole essere InQuiete Festival, spiega Viola Lo Moro di Tuba. Motivo per cui, fin dalla prima serata del festival delle scrittrici non c’è spazio soltanto per la parola scritta.
La serata del venerdì si chiude invece sulla capacità di superare il tempo, la finitudine delle esperienze umane e delle esistenze. La compagnia teatrale Motus offre al pubblico del Pigneto la possibilità unica di ritrovare una donna che ha cambiato il corso del teatro contemporaneo, e non soltanto.
In Your whole life is a rehearsal Enrico Casagrande e Daniela Nicolò hanno infatti deciso di rimettere insieme le riprese ad uso interno di un progetto nel quale la compagnia approfondisce il modo in cui la figura di Antigone può ancora parlare all’oggi, e lo fa confrontandosi con una controparte di eccezione: Judith Malina.

Quella del Living Theatre è infatti, spiegano i registi, un’esperienza che è sempre stata vicina al lavoro dei Motus, fin da quando la celebre compagnia nomade si trovava a Roma. Il normale percorso evolutivo che ha allontanato le ricerche delle compagnie non ha spezzato il filo che le legava, e che ha poi saputo riannodarsi con l’ingresso nei Motus di Silvia Calderoni.

È fra queste due donne che tutto accade, nel nome di una donna, Antigone. Quando i Motus scelgono di interrogarsi su «un’Antigone che guardasse al presente e al futuro», tornano a chi di della figlia di Edipo e dell’oggi aveva già parlato nel passato: al Living, appunto. Alla Judith Malina che era stata Antigone in un frangente storico dirimente come il 1968.
Il documento filmato – più che documentario – che emerge dal viaggio dei Motus a New York, è qualcosa di intenso, raro e prezioso per chi ama il teatro. Infatti raramente è possibile gettare lo sguardo all’interno di una sala prove con lo sguardo di chi sta concretamente costruendo un «dialogo teatrale» nel momento intimo in cui questo si crea, non imbellettato dagli artifici tecnici di cui si avrebbe cura se si stesse lavorando per mostrare il lavoro al pubblico.
Chi osserva queste riprese ha invece davanti agli occhi l’incontro potente di due donne che si spogliano di ogni sovrastruttura per andare alla ricerca di una giovane viva anche oggi, dice Malina, in «chi continua a resistere agli abusi del potere anche quando è pericoloso». In «un corto circuito di storie, compagnie, attrici, immagini e suoni» Judith Malina ritrova la propria vitalità a dispetto di un corpo già offeso e prende Silvia per mano, non solo per rievocare la sua Antigone e ciò che l’ha mossa, ma anche per aprire nuove domande e nuove emozioni.
Che emergono vistose, potenti, senza filtri, nel puzzle che Casagrande e Niccolò costruiscono e che scivola fra le prove e la messa in scena di questo incontro, al Teatro Valle Occupato, in cui Judith e Silvia, insieme, chiamano il pubblico a interrogarsi, e l’Antigone a farsi metafora e polisemia di possibilità da scoprire: così nasce The plot is a revolution.

Osservare Silvia Calderoni e Judith Malina insieme non è solo un saggio di grande tecnica attoriale, di un corpo scarno che esplode in emozioni primigenie «trafiggendo l’armatura» in cui Antonin Artaud considerava imprigionati tutti. Non è neanche soltanto osservare l’immobilità forzata degli interpreti, prigionieri come lo siamo tutti, di carcerieri che giocano con la loro impazienza. Non è soltanto il confronto tra due modi di vivere Antigone: «una docile e gioiosa» dice Judith Malina, e una «fiera, più di corpo che di testa» come quella della Calderoni, unite dall’intento di creare nel pubblico un’empatia che gli consenta di riconoscersi anche nel dolore e nella paura. Quello che soprattutto Malina sta cercando, e vuole provocare, è la possibilità di «vedere qualcosa per cui le persone possano essere spinte a correre fuori e iniziare una bella rivoluzione anarchica», non violenta. È rivoluzione, la parola chiave.
Anche di Antigone. Una parola dimenticata, che Antigone ancor oggi sa rendere vitale e feconda. Per questo si continua a rappresentarla: perché mette il pubblico di fronte alla possibilità di un agire rivoluzionario e chiedersi: «Cosa facciamo, oggi, di rivoluzionario?».
Non un giudizio, ma un’apertura, che in Judith Malina si concretizza nelle parole che non ci si aspetta, e nel sorriso col quale, a chi le chiede quale sia la parola che la emoziona di più risponde: «adesso. Perché è la sola realtà che abbiamo. Il passato è una menzogna, il futuro una speranza. Esiste solo adesso».

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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