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Brava Giulia. Anna Toscano e l’umanità che illumina i silenzi

di Chiara Palumbo

Giulia è modellata dal senso del dovere e dal silenzio, dall’imperativo autoimposto di non disturbare e di non occupare spazio, esattamente come ogni storia e modellata dallo sguardo con cui lo si osserva, e moltiplicarli sullo stesso oggetto ne illumina soltanto frammenti, incapace di esaurirlo.
La Brava Giulia di Anna Toscano, nel suo primo romanzo, edito Nottetempo, è composta di quello dei suoi genitori e – soprattutto – di quello della sua autrice, che li contiene e li compone, sfidando quello dello spettatore a conservarli sempre parziali, trovando un intero solo nel suo, nell’elegante e partecipe misura di cui era fatta, come la prosa, la sua poesia che ne ha attraversato tutta la sua vita, fatta a sua volta della stessa materia, che chi l’ha incontrata può riconoscere insieme a tutte le sue urgenze, i temi e i rimandi che ne hanno innervato la scrittura, e una scrittura in cui anche il mostruoso è raccontato con tenerezza, con l’empatia che le appartiene.

immagine dell copertina di Brava Giulia di Anna Toscano (Nottetempo)
Brava Giulia di Anna Toscano (Nottetempo)

All’inizio, lo si osserva dall’esterno e ha i contorni nebulosi della malattia senza nome di una madre e del gelo che avvolge una bambina e poi ragazza, che – coltivata sotto la campana del suo ambiente asettico non ha sviluppato le parole di una lingua d’amore o di legame, con cui interloquire con un esterno – la scuola, il mondo – che per questo fa fatica a capirla.
Fino a che non arriva Nica, la compagna di pallavolo che, con una naturalezza a lei sconosciuta, le apre uno sguardo sulle case in cui diversamente dalla sua, le cose accadono; le insegna una presenza possibile.

Anche quando Giulia parte per il Regno Unito, un po’ per dovere – lasciando che sia il padre a imporre la sua Londra, anzichè Roma, e un po’ per desiderio di inseguire – a dispetto della famiglia, tutta di medici, del padre – se stessa e il suo amore per l’arte, scoperto prima in una visita al Prado da bambina e poi grazie alla devozione di un professore che per la prima volta la fa sentire vista.

Una Londra, tuttavia, dalla quale non vede l’ora di tornare, nelle pagine con cui il romanzo si apre, in una Venezia che appare con la naturale discrezione di chi la vive ogni giorno come casa anziché un ninnolo per turisti, e che non poteva non essere la cornice naturale di un racconto di Anna Toscano, attraverso i cui passi in molti hanno imparato a misurare la citta (anche grazie alla guida firmata con l’inseparabile Gianni Montieri) e da cui era – ed e – impossibile pensarla disgiunta.

È nell’attimo di sospensione di quel ritorno, prima nell’assenza che la madre riempie con una lunga lettera segreta, e poi con il lungo messaggio vocale che il padre affida più a lei che a se stesso, che a Giulia viene chiesto di capire l’incomprensibile.

Eppure – nelle pagine raffinatamente poetiche ma mai enfatiche di Toscano, la sua è – forse inevitabilmente, date le premesse  – l’unica voce mancante, come manca al mondo quella della sua autrice a offrire una decodifica tutta lasciata tutta al lettore. Il quale si immerge seguendo prima gli occhi dell’una e poi in quella dell’altro, in una vita di  cui Giulia è il centro ma mai protagonista, perché ciascuno dei genitori traduce a suo specchio quel che la figlia vive.

E squaderna, lei assente, anni di patologizzazione travestita da cura, controllo chiamato amore. Nel racconto della madre – erede di un impero fatto di stoffe, colori, ma anche di una strisciante depressione, Ogni minuscolo dettaglio è un frammento di racconto, con la grazia propria della stessa Toscano, cui forse si potrebbero attribuire le parole che attribuisce alla madre, sull’aver lasciato in eredità alla figlia “la capacità di vedere”.

Le sfumature dei colori, le grammature delle stoffe, ma anche il sottile orrore del panico con cui, stando alla madre, il marito riempie gli spazi di intimità altrui, “teso su ogni anomalia”.

Con l’empatia che le appartiene, Toscano sa descrivereuna sorta di sottomissione chimica, fatta di momenti in con cui la madre di Giulia è guidata con un gesto tanto minimo quanto violento, ma anche la radice dell’angoscia che governa un uomo che sa misurare il mondo soltanto con la scienza, dentro cui si nasconde una ossessione di classe, (lui fatto dal lavoro, lei erede di genio e fortuna), l’educazione che fa di ogni momento di vita una perdita di tempo e l’esigenza disperante di un controllo (cosa mangiare, indossare, vivere) che forse lo spinge a sforzarsi fino all’ultimo istante utile ad adattare persino i ricordi, nella convinzione che, perdendolo, la frantumazione sarebbe irrimediabile.

Si direbbe che sia proprio il ricorrere quasi ossessivo della parola pazzia – per la madre, e il nonno prima di lei, e prima anche un amato zio, ad ammalare la madre di Giulia a svuotarla dall’interno fino a un estremo atto di volontà per conquistare il quale la donna e costretta a sacrificare il suo corpo e il suo futuro, augurandosi – tra le righe – che alla figlia non succeda lo stesso, che lei appartenga invece, come desidera, al “mondo dei colori e della vita”.

Ma la penna di Toscano, pur nell’urgenza che ne ha accompagnato tutto il lavoro, di ridare voce alle donne ridotte al silenzio, non è netta e impietosa come potrebbe esserlo questa lettura.

Lascia piuttosto sospesa la domanda – lei che per tutta la vita ha attraversato i temi della famiglia, della salute mentale – su chi sia, se esiste, il vero pazzo. Con la stessa “tenerezza azzurra” con cui accosta a Giulia figure di donne che mutuano il nome dalla sua amata Goliarda Sapienza, di cui resta una delle più sapienti esegete.

Il romanzo di Anna Toscano, straordinario nella sua studiatissima frammentarietà, commovente anche nel suo rifiuto di semplificare, ci lascia come un discorso interrotto, nella consapevolezza che può mai davvero rimettere insieme i pezzi in un disegno compiuto, anche con chi manca, ma che ugualmente – come se avesse avuto un contrattempo, come Gianni Monteri ha più volte sorriso, nei tanti appuntamenti dedicati ad Anna, in questi mesi, la sua voce sedimenta, e nella sua forma più indelebile: la pagina, il dialogo prosegue.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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