“Le cose che abbiamo in comune sono 4850…” incomincia con il sorriso e un verso di Daniele Silvestri l’incontro tra Lella Costa, padrona di casa e Giovanna Botteri, in rapido transito da Parigi, per i Follow the Monday del Teatro Carcano, che da un paio d’anni, con l’avvento della nuova direzione artistica, ha riempito il giorno tradizionalmente di pausa per le sale teatrali di appuntamenti coi protagonisti della cultura (e non solo) che forse, su un palco, non ci si aspetterebbe di vedere.
Appuntamenti spesso sold out con largo anticipo, e un’accoglienza da rockstar, come accade a Botteri, storica corrispondente Rai ormai assurta a icona e che, con la classe che la contraddistingue, Lella Costa prende per mano e accompagna a prendersi una ribalta tanto fisica quanto metaforica.

L’ascolto reciproco con cui si pone, del resto, è quello di chi davvero di vissuti da condividere ne ha migliaia, e spesso hanno i tratti di amici che sono stati molto amati. Come Gino Strada, che le ha presentate e che si commuoveva quando incontrava la corrispondente, in un teatro di guerra, tenere stretto lo straccio di pace inventato e voluto da Teresa Sarti.
C’è spazio per tutto, nelle due ore di conversazione interrotte, come sempre tra amiche soltanto perché si deve.
C’è spazio per Sanremo, per il pop e per la scoperta di una Giovanna Botteri inedita, che ama Clint Eastwood e farebbe un talent show (non tutti, solo quelli in cui può ricominciare a viaggiare) e soprattutto è un’appassionata di calcio, che nelle dinamiche del rettangolo di gioco vede quelle del mondo di oggi e di quello che potrebbe essere. Si comincia da lì, dice, ad abolire la guerra. Dall’opportunità di incontro e di appartenenza condivisa che smette di diventare uno spazio di conflitto.
Tra le cose che hanno in comune, due pezzi da novanta del proprio settore che hanno sempre avuto l’eleganza e la saggezza di spendersi solo per quello in cui credono, c’è proprio la pace come militanza, come gesto attivo che oggi si perde dentro le piazze sempre più vuote di chi non ci crede più. Ci si accorge subito di avere davanti agli occhi due figlie degli anni Settanta, che devono fare uno sforzo per uscire dal tempo in cui si credeva che tutto fosse ancora possibile, ammesso poi che il problema sia uscirne e non, invece, poterci tornare, almeno in questo.
Ci credono, ancora, a una possibilità diversa, e a una platea attenta e ammirata consegnano ancora un po’ di speranza. Con la lucidità, tuttavia, di chi sa in quali sogni è cresciuta ma conosce perfettamente il presente, e la chiarezza di pensiero di chi non si riempie la bocca di una pace vuota.
Le parole di Botteri hanno la forza di chi, in tre decenni, ha costruito la sua idea di pace da dentro la guerra, e conosce bene il confine tra sogno e progetto, e non è (più) disposta a veder sfumare le facce dell’orrore. Come quelle dei mandanti di chi ha ucciso Ilaria Alpi, “compagna di banco” al TG3 degli inizi, e Miran Hrovatin, triestino come lei, partito per la Somalia su suo consiglio dopo gli anni insieme in Bosnia per allontanarsi da un freddo che entra nelle ossa.
È una giornalista solida come le sue convinzioni, Giovanna Botteri, che come il primo giorno onora ancora il mandato e la postura sul mondo affidatole da Sandro Curzi, “vai e racconta quello che vedi”. E parla con una dedizione e una fiducia mestiere che vale di lezione a qualasiasi aspirante collega. Ma a cui la carriera alle spalle ha lasciato in eredità meno voglia che mai di tenersi per sé i pensieri e le opinioni, e pazienza se i pensieri sono di più del tempo a disposizione, e si sente che vorrebbe farci stare tutto.
Non si sottrae alle prese di posizione come all’ironia e snida – senza girarsi intorno, tutte le ambiguità su cui punterebbe il dito chi guarda come fumo negli occhi a una pace praticata, anche oggi, dall’Ucraina a Gaza “assumiamola, la nostra ipocrisia, pronta a tutto solo finchè non è costretta a pagare un prezzo”.
Gli ideali non possono non tenersi insieme al pragmatismo, per chi ha misurato la guerra nelle ferite che lascia, nelle città distrutte e nei corpi trovati dentro agli stessi sacchetti del supermercato in cui aveva fatto la spesa, nella sua città. Fino al giorno prima. Questa è, sostiene, la responsabilità di un giornalismo che oggi lo ha dimenticato, questo hanno saputo fare le giornaliste.
Raccontare le storie partendo dalle vite. Un prodotto, sano – e a pensarci, è sorprendente – del soffitto di cristallo che si è dovuto rompere: “noi non conoscevamo la guerra dei generali e delle cartine. Conoscevamo la guerra delle madri, di chi non la fa”.
Due donne che dello sguardo di genere hanno fatto una lente essenziale per capire e raccontare il mondo, non vogliono (e perché dovrebbero, del resto) risparmiarsi una staffilata di amara ironia a un presente che di donne si riempie la bocca e solo apparentemente qualche scranno in più, visto che “Quando arrivano dove vogliono arrivare, alla fine non contano nulla e sono diventate come gli uomini!”, ancelle inconsapevoli del patriarcato che altre combattono.
Non c’è, però, retorica né mistica del femminile, nel rivendicare una narrazione nuova a misura delle donne. È possibile, spesso è già un dato di fatto, esattamente come, oggi, non si potrebbe raccontare nessuna guerra dimenticando i profughi”. E allora si può rispondere con ironia anche al sessismo di oggi, a chi chiede come conciliare lavoro e famiglia a tutte ma non ai colleghi, padri che (come Hrovatin) farebbero qualsiasi cosa per rispondere alla stessa domanda.
Con la lucidità, tuttavia, di chi ha già visto molto e, adesso che si appresta a cominciare una nuova carriera, ritrova le risposte costruite nel tempo, la voglia di raccontare come non si fa più, stando là dove le cose accadono e non dentro un hotel, e la speranza lucida delle donne isrealiane e palestinesi insieme, che raccolgono aiuti per Gaza, mentre piangono le amiche perse.
Perché la consuetudine della guerra, lo si vede nei suoi occhi con una sintesi illuminante, insegna da un lato la complessità, ma anche qualcosa di molto semplice. Se il nemico esiste non sta sui confini. Sta dalla stessa parte di chi va a uccidere prima chi stava lottando per un altro mondo possibile, chi praticava dialogo e pace quotidiana, fuori di retorica, in Ucraina come in Isreale.
Nel Risiko degli eserciti contrapposti ce n’è uno solo, davvero, e non sta mai da una parte sola: chi vuole la guerra e chi agisce la pace. E abbiamo bisogno più che mai delle parole per raccontarla davvero, con l’empatia di una donna e il viso segnato di chi ha sempre voluto vederlo, senza mai girarsi dall’altra parte.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.







Una risposta
Bellissima la narrazione della figura di Giovanna Botteri