Giovanna ha 66 anni, folti capelli bianchi che non taglia da quarant’anni, e vive in una solitudine scelta per altre scelte.
È lei la protagonista di Avanti, parla, di Lidia Ravera, edito da Bompiani presentato al Capitol a Pordenonelegge, in un dialogo che è piuttosto una lectio magistralis sulla scrittura, sì, ma forse su un mondo, e un tempo.

Giovanna, una donna, dice la sua autrice, che si punisce, senza nessuna compiacenza con se stessa,  che non riesce a smettere di pagare per una colpa già pagata, la incarna pienamente. E l’esito è una vita da eremita, fatta di «giornate disossate, senza niente che le sostenga, e allora i metodi deve darseli artatamente». Si è costruita un proprio sistema di riti, di abitudini, che sono però un  succedaneo della realtà. Ma a lei non serve altro. «Non ha bisogno di essere vista per sapere di esistere».

Finchè non irrompe nella sua vita, nell’appartamento accanto, una famiglia di quelli che chiama beniamini degli dei. «Non si sentono sulle spalle le responsabilità del mondo e non sono preoccupati del destino. La seducono, perché sono il contrario della sua giovinezza». Maria, Michele, Malcolm e soprattutto la piccola Malvina, tre anni densi della «grazia dei principianti» Maria e Michele, invece, vivono come ne avessero 16, rappresentano bene i la generazione a cavallo tra i trenta e i quaranta. Cui non pare vero di poter concedersi qualche spazio in più, e aprono volentieri le porte di casa a Giovanna.

Si consuma così l’incontro deflagrante tra la vecchia solitaria – non si tolga mai a Ravera la libertà dell’utilizzo della parola vecchia – e i giovani vitalissimi. E nello scoppio si apre uno squarcio nella corazza di Giovanna, da cui entra anche quello che non vorrebbe, ovvero il padre di Maria, che conosce bene Giovanna e sa cos’ha fatto, ricorda quelli che si chiamavano anni di piombo, il tempo della lotta armata. E fa ricadere nel passato scansato coi decenni di rituali pacificanti.

Del resto, «la vecchiaia è un momento non di saggezza, ma di revisione dei conti. Cercando di sottrarsi all’onere del giudizio, cerchi di capire e basta».
Giovanna a capire viene costretta, dopo anni di recita di rimozione senza pubblico, viene riafferrata  dall’esistenza come se fosse giovane.

La Giovanna di Lidia Ravera ha un percorso molto specifico, che passa attraverso sigle che hanno segnato la nostra storia recente. Prima in Lotta Continua, poi sceglie l’attivismo politico, poi un incontro decisivo (l’amore spesso, in queste  cose, pesa) ed è entrata in Prima Linea.

Ravera tratteggia senza ipocrisie quel tempo in cui molti credevano si fosse a un passo dall’insurrezione e pensavano che andasse fomentata. Molti studenti sono rimasti dov’erano, ma una minoranza (non così poco numerosa, chiosa Ravera) è passata all’uso delle armi.

Non vuole raccontare più di così, l’autrice, perché, dice con una posa elegante da sapiente donna di spettacolo «I romanzi parlano da soli, è una tortura parlarne. E a me, che sono impudica e imprudente come tutti gli scrittori, parlarne mi sembra di fagli male».

Quello che può dire, però, è il perché scegliere quel tempo e quell’istante: «sono partita da lì perché io c’ero, e non mi piace chi se ne chiama fuori. Ho vissuto anche io conformismo e illusione, ho gridato slogan che non ripeterei. Ho condiviso un errore di valutazione. Ma anche il sentimento. Non erano, quelli, soltanto anni di piombo. Erano quelli – chiosa – in cui il paese oggi inerme si è mosso molto.

Quelli delle conquiste sociali, della libertà di essere made se vuoi e non se devi. In quegli anni questo paese si è secchiato. E allora non mi pento, di avere fatto tante Riunioni al posto di andare a ballare (che mi manca ora e non posso), perché c’era qualcosa di buono. Era grandiosamente idiota, ma non abbiamo mai pensato piccolo».

Le pagine del suo trentareesimo romanzo, allora, in cui Ravera torna a raccontare la vecchiaia, sono l’occasione di misurare il suo rapporto con la violenza, con l’illusione. E con la consapevolezza che «la giovinezza ha molti effetti collaterali, molto più interessanti del non avere le rughe».

Nel proprio corpo a corpo con il tempo, per chi da sempre lo affronta con la penna, poi, c’è spazio per entrare nei meandri di senso della scrittura. E di interrogarne la scelta, ancora rinnovata dopo un amore così lungo. «c’è sempre una motivazione personale urgente nelle cose che scrivi, per capire la tua posizione nel mondo passato presente e futuro. Quando accade i lettori se ne accorgono e puoi continuare a giocare. Altrimenti ti annoi e annoi».
Ma per continuare a farlo perché non perda di senso, è urgente identificare il cosa. Avanti, parla «è un romanzo, non è edificante e non si arrabbia con mamma e papà, è costruito con la trama»

Una trama in cui anche Giovanna sceglie di scrivere, come lente per guardarsi indietro: perché aiuta a recuperare l’equilibrio che continuamente perdi. Ma il motivo per cui la protagonista  scrive è l’assenza del silenzio. Vuole recuperare il suo silenzio mai vissuto, non certo nei tempi – annota Ravera, puntuale, di un leaderismo politico che ripeteva dinamiche di sudditanza e narcisismo, «prima che arrivasse il femminismo a far saltare il banco».

Ma anche in ambito politico Giovanna trova il suo doppio: è il tredicenne Malcolm, il figlio maggiore della coppia: uno degli ecocombattenti che oggi, quei meccanismi non li ripete più. Perchè, dice Ravera, «la politica oggi sono piccoli gesti di responsabilità individuale». Di gesti apparentemente minimi.

Eppure, si dice Giovanna, se la politica è questo, se è così, è bello, proprio perché se sei uno in un milione non ti notano, ma piccoli gesti fanno un mondo. Lo stesso che la ex militante, poco a poco, ricomincia ad abitare. Accanto a una famiglia cui non importa chi è. Al contrario dei suoi coetanei, che invece sono reduci e restano convinti di avere ragione.

Una relazione, quella col passato e il tempo, soprattutto il proprio, che per Ravera ha il carattere della promessa a chi legge. «cerco di non scrivere libri inutili. Voglio scrivere libri che facciano ridere, piangere o pensare, magari tutti e tre, ma lascino qualcosa. Vivo di scrittura: ho il dovere di restituire qualcosa. E invece spesso leggo romanzi inerti e meschini, mi chiedo se chi li scrive non ne senta  responsabilità».

Scrivere, dice, è una questione personale tra te e chi ti legge. Come in un’alcova, si è sempre in due. Uno a uno. Le parole scelte da chi scrive e le immagini che recepisce chi legge in base al suo cammino. Così ogni libro è diverso, ogni copia è una storia d’amore con uno, e un solo, lettore.

Partendo da questa consapevolezza, accanto alla sua «prosa inattaccabile» quella che emerge a Pordenone è una Lidia Ravera meravigliosamente sapiente nel maneggiare i meccanismi della parola anche quando è parola pubblica, è lascito o piuttosto esempio da impartire, o piuttosto una traccia, da seguire ciascuno con il proprio passo.

Come succede ad esempio a chi scrive, in quello che la scrittrice identifica come uno dei motivi che la fanno continuare a scrivere: «da metà romanzo in poi, come in vecchiaia, non devi più scegliere niente. È la  forza della storia e dei suoi personaggi che ti sposta dove non avresti voluto andare. Cadere dal trono di qualcuno che tu hai inventato e costruito è meraviglioso, basterebbe questo per dare un senso alla scrittura».

E del resto «il vero lavoro della scrittura è scegliere, tra tutto il dicibile, cosa è interessante e cosa no». E così facendo, dare un senso anche all’esistere.
Così, per Ravera, diversamente da molti coetanei, anche i social sono uno strumento prezioso. Perché passando da quel canale, scrivere non è più cosa per pochi. Sono la scrittura di massa, e Così anche la cosa più banale, come una pizza, è diversa da quella su cui non scrivi. La scrittura diventa durevole, per cui è una responsabilità.

«Se scrivi – chiosa –  la giornata fiorisce, non importa cosa hai fatto, l’hai raccontato, e facendolo le hai dato senso. Già dicendolo ti stai salvando la vita. averne. E poi scrivere ti insegna a non ripete. Identificare i momenti e renderli diversi. Costituisce una memoria che non puoi alienare».

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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