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Che suono ha la poesia?

di Chiara Palumbo

Il verso, a Pordenonelegge, ha da sempre uno spazio privilegiato, ma in questa edizione, in un dittico di voci capitali della poesia internazionale italiana ed europea, si apre a una questione sovente poco considerata anche da chi la poesia la fruisce, soprattutto in pubblico. La sua musicalità intrinseca, e la sua potenzialità di sostenersi da sè, nel puro dirsi.

Patrizia Valduga e Carol Ann Duffy fanno – essenzialmente – questo. E per due ore, tutto quanto deve essere detto sta, quasi esclusivamente li.
Insieme, di fatto, a un altro interrogativo: quanto la poesia possa, o debba, essere un gesto civile.

Lo e senz’altro l’ultima raccolta di Patrizia Valduga, uscita per Einaudi, Lacrima Rerum, che intepone brevi – spesso salaci – liriche private all’esigenza della poeta di mettere il proorio corpo poetico sul campo della ferita aperta di questi giorni, l’inferno di Gaza e la mostruosità dei signori della guerra.

Una raccolta che si è rivelata “Una scossa per la poesia, che ha visto nella poesia civile una reale possibilità di relazionarsi con il mondo”. e che con questa motivazione le e valsa la vittoria dell’ultimo Premio Saba, nella convinzione dei giurati che la letteratura sia fatta per offrire strumenti interpretativi alla realtà”.

Una vittoria, cui consegue il dovere – ironizza la poeta, di presenziare per statuto alla rassegna friulana – accolta con un piacere venato di gustosissimo sarcasmo, – Sono vecchie decrepita. lamenta – tra l’impossibilità di declamare versi da seduta e la sorpresa, il “senso di colpa” di aver visto Einaudi fare uscire questi versi con una rapidità inusitata per la casa editrice della Bianca, in ossequio al desiderio e alla fretta che spingeva l’autrice, “nella illusione che servisse a qualcosa“.

Ma mentre confessa con una serietá da sfinge che nasconde una risata che forse ci si vuol solo trovare “Se non avessi una decina di persone da leggere ogni giorno mi sarei già suicidata” Nel” tempo del disprezzo per la verità e i viventi, Patrizia Valduga declama i suoi versi con l’intensità di una profetessa, la sincerita rotta nella voce  di una madre antica, mentre compone i suoi versi giustamente furiosi e senza speranza in un oratorio in morte dell’innocenza, In piedi, con l’abito nero e il pizzo tra i capelli, da forma a un canto di strazio e di rabbia, un atto d’accusa alle colpe di tutti

“È la vita il capitale vero, che fa di noi un prigioniero.. Vita di noi, la massa dei nessuno. Non si salva nessuno, dei nessuno”
Piangi Patrizia, piangila l’ingiustizia, ogni ingiustizia”. “Ci fanno il rito a segno. E qui, qualche dissenso e un po’ di sdegno”.

E tuttavia, dopo tutto questo, non volendo, in nessun caso, dice “usare uno sterminio per farsi pubblicita, sceglie di fare proprio il desiderio che a lei aveva rivolto e dedicato l’amatissimo Giovanni Raboni, nelle sue Canzonette mortali, contenute nel Libro della mente e scritte per lei in una notte romana ospiti di Toti Scialoja trovandosi per la prima volta in stanze separate. “esserti per quanto mi sei cara, leggero”, senza che questo confligga con la forza dei primi versi, se é vero che, come scrive, l’amore per la vita degli altri rende l’uomo più grande della propria vita”.

Dentro questa leggerezza c’e lo spazio per qualche divagazione privata, legata ad esempio alla presenza di Giovanni Zanzotto “Ho letto Andrea  Zanzotto e ho capito che si potevano ancora scrivere sonetti. Il primo l’ho scritto per sedurre un professore, tutti gli altri per andar via da Belluno. Ho sedotto il professore, ma scrivere il sonetto mi ha dato enormemente più piacere” Ma c’e, soprattutto, il desiderio di trasformarsi in “Un jukebox poetico dal palco”.

Che si concretizza in una suggestiva lettura dei tre Giovanni: con Raboni, Giovanni Pascoli, e Giovanni Prati – “il nostro più grande poeta romantico”. per chiudere con La passeggiata di Gabriele D’Annunzio, cui – sorride – “ho rubato una tonnellata di versi”.

C’e spazio anche per qualche affilato strale verso la poesia senza rigore formale, giacché spiega, citando sempre Raboni “la poesia senza la forma non esiste, sono intenzioni “. Oggi la forma, concordano i giurati del premio Saba, Roberto Galaverni e Antonio Riccardi è stata polverizzata per incapacità, “per ignoranza della tradizione”, chiosa Valduga.

C’e tempo anche per un divertito disprezzo di Gozzano e di Leopardi – “non e una ragazza di mezze misure” scherzano gli uomini sul palco. Secondo lei, infatti Leopardi scrive in prosa. Ciò non toglie che lo ami nelle prose. Ma gli enjambement dell’Infinito ti fanno venire il singhiozzo. Se non lo leggi come fosse prosa, ma andando a capo dove lui va a capo, è una schifezza”.

I grandi poeti hanno invece, sostiene, una sonorità interna, che viene prima di scrivere.

Lo si tocca con mano qualche minuto piu tardi, quando sullo stesso palco sale Carol Ann Duffy, prima poeta laureata del regno unito e presentata da Isabella Leardini con affettuosa devozione per aver, tra le altre cose, dato voce al “rimosso della storia delle donne con leggerezza, incanto e  capacità perturbante, una voce “lieve e mai consolatoria”; un “artiglio fatato”.

Nella poesia della poeta scozzese, Leardini trova, acutamente, “Profondità e una piccola quota di oscurità. Un doppiofondo che, come le fiabe, guarda la morte e la affronta con spregiudicata libertà e fantasia”. L’occasione e la presentazione dell’Invenzione della Pioggia (Vallecchi poesia) una raccolta di versi solo apparentemente destinata i piu giovani ma che in realta ne mette in luce la straordinaria raffinatezza compositiva e la capacita di fare sintesi di livelli di lettura che rende queste poesie incantatorie ad ogni eta.

Duffy si concede solo una breve ammissione: “Ho scritto per i bambini quando sono diventata madre, a quasi 40 anni, e sono entrata nella mia stessa infanzia. Scrivo per lei, mia figlia”. Ho la stessa devozione, come allo stesso mare, ma se per gli adulti nuoto, per i bambini mi muovo più a stento”.

Quello che segue, poi, e soltanto la lettura, da questa raccolta e da una precedente, Natura, che fa eco a Valduga nella misura in cui da spazio a un’altra forma di poesia civile, quella in difesa di un ambiente sempre piu ferito. In poesie come Atlante intreccia ad esempio quella che ha chiamato poesia ecologica al mito.

Immaginando il dio greco come custode degli elementi “Le sue orecchie le ultime a udire le loro lingue”, mentre in Fiume “l’acqua traduce se stessa”, Sotto La coperta dell’oceano non saremo trovati” e “Per le onde che ci portano altre terre. Io credo nella sabbia”. La natura si fa due volte metafora d’amore, come forme dell’assenza ma anche della scoperta “pensavi che l’amore fosse umano. Finché non ti sei persa nella foresta”.

La sua poesia restituisce alle donne, dopo tempo immemore, la libertà di declinare l’amore al femminile, con lo sferzo e l’ironia di una donna sulla luna. Da un lato “come pensate che fosse arrivato un uomo quassù”, e d’altra parte un richiamo: “cosa avete fatto al mondo?”

Se “Le parole delle poesie sono chi eri”, quelle di Duffy, annota Leardini, sanno tenere insieme incanto e disperazione”, sorriso e morte. E allora, per la poesia, soprattutto quando si incarna nel suono della voce di una donna, di una poeta di tale caratura, non resta che concedersi di sentire una tale risonanza con la loro musica e perché no, la loro oscurità, lasciandosi rapire dalla voce che fa della poesia il suo suono.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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