Famiglie sbriciolate. La consapevolezza che non tutti hanno la forza e gli strumenti per combattere, gli altri e la propria inadeguatezza. La condanna di un eterno presente. Alle cose che bisogna fare al posto di chi non può. Un processo di identificazione inevitabile. Questo, è, spesso, trovarsi genitori di un figlio in cui la gravità, anziché ancorarti alla realtà, misura l’enormità della quotidianità che non puoi vivere. Ada D’Adamo, madre di Daria, danzatrice, coreografa, scrittrice, lo sapeva. Lo ha scritto.

A Corrado Augias, prima, e poi in un libro, quel Come d’aria (Elliot) che dalla sua morte, ad aprile, al settembre in cui arriva al Festivaletteratura di Mantova, ha vinto tutto quel che poteva vincere. Incluso un Premio Strega impensabile, secondo molti, se non riconducendolo alla tragicità della sua storia.
Eppure, rivendica Francesco Piccolo, scrittore, sceneggiatore ma soprattutto amico, quello del festival è un appuntamento per tirare le fila, come si fa con gli amici, ma con la voglia di dividere quello che è successo ad Ada e il libro. Che è nato, certo, come esigenza personale. Ma, spiega, nei suoi ultimi giorni «noi amici eravamo lì, e io ho visto in casa sua i segni di una donna che si percepiva come una persona che scrive».
L’esplosione d’amore che il libro ha generato è, quindi, un frutto di scrittura.
Ada D’Adamo è (della scrittrice non si può che parlare al presente) un’esordiente consapevole, perché la scrittura è stata parte fondamentale della sua vita.
Ada, viva, invece, è stata una ragazza che lasciava Ortona e una vita già apparecchiata per lei. Da queste due identità, la sintesi di un libro sorto tanto da un’esperienza quanto della consapevolezza di avere una storia da scrivere.
Sembra, chiosa Piccolo «il libro scritto da una scrittrice che conosce benissimo la sua protagonista» ma quelle due persone sono una. È un libro che non aveva le ambizioni dei successi ottenuti. Se li è presi il libro.
Eppure, la sovrapposizione colposa tra la scrittura e la biografia era anche degli amici. Lo confessa Piccolo, che a lungo ha rimandato la lettura: «non avevo capito niente perché avevo il pregiudizio del dolore.
Avevo paura di leggere un libro il cui dolore “mi ricattava”, perché non davo dignità letteraria a una persona che aveva scritto una storia sua. Ho fatto vincere una resistenza al dolore, alla sofferenza cosciente. Perché credevo che potesse raccontarlo in letteratura Paul Auster e non Ada D’Adamo?
Perché non riconoscevo una sua ferocia in lei. Io conoscevo il suo opposto, una persona che non stava in scena, che si divertiva degli altri. Adesso, la minuscola porzione di amici è insignificante rispetto ai tanti che l’hanno amata e riconoscono la storia. È scomparsa l’esperienza che io ho conosciuto, ed è rimasto il libro. E che la storia sia vera è incidentale».
Oggi che la voce di Ada D’Adamo è stata costretta al silenzio, gli amici si sentono testimoni dell’importanza di parole scritte in cui viene prima la letteratura. E sanno che quel dolore non è ricattatorio, dà sollievo. Fa pensare alla vita in modo estremamente positivo.
Le parole di D’Adamo, lette dalla voce piena d’aria e calore di Federica Fracassi, recuperano tutta la loro capacità di scavare in luoghi anche terrificanti, che si arrampicano a una sintesi monumentale anche nel suo peso: amo mia figlia ma se potessi scegliere non l’avrei voluta.
Chiarisce Piccolo: «Questo è essere scrittori, esseri umani di grande qualità e spietatezza verso se stessi e verso la vita, ma anche di grande tenerezza, nel ribaltamento di quello che gli esseri umani pensano. Nella capacità di avere pietà per coloro che non sanno e spietatezza per chi si ama, per la vita che la costringe ad amare oltre ogni cosa, con la consapevolezza di un dolore triplicato dalla malattia».
Leggendo D’Adamo, indiscutibilmente ci si sente fortunati, ma è così che il libro fa vincere la vita. Nella spietatezza di mettere di fronte il lettore a una realtà in cui il dolore costruisce le giornate e fa vedere il mondo in un modo diverso. «E facendolo se ne può fare letteratura». Andare oltre l’esperienza ci vuole questo. E riconoscere che fatto che quello che scrive sia esistito non ha valore quanto la storia raccontata.
Nei mesi in cui la voce di Ada nelle parole scritte ha sopravanzato il suo corpo fisico, lei ha di nuovo il suo posto nel ricordo, e la letteratura ha dato spazio alla scrittrice, letta a prescindere da lei.
Nelle parole di chi, come Gaia Clotilde Chernetich, con lei ha lavorato, però, Ada ha sempre scritto, con le parole e con il corpo. Anche Come d’aria ha un approccio tersicoreo. È scritto come una danza, resta in corpo sempre e fa scoprire un rapporto col corpo e il suo dolore. «Lei, elegantissima, incarnava la danza come espressione di un dolore continuo, e questo le ha dato l’urgenza di metterlo su carta».
La sua biografia c’entra ancora, nella misura in cui, nel suo lavoro, si è spesa per far rispettare i diritti delle persone con disabilità, andando però oltre il rapporto con sua figlia. Una posizione politica fortissima, che nel suo lavoro ha usato spesso. Anche grazie al suo lavotro, l’Italia è oggi un paese all’avanguardia nella possibilità di espressione e legittimazione, e visibilità corretta, per le persone con disabilità, soprattutto nella danza.
Un ruolo attivo, il suo (lo possono raccontare artisti come Chiara Bersani e il coreografo Sciarrroni che ha saputo arrivare in profondità, con grazia, contribuire a costruire uno spazio in cui la danza desse cittadinanza ai corpi non conformi.
La danza per il libro è uno strumento. la sintesi illuminante della distanza tra la vita esplosa e quella implosa o che se ne va. Al centro della storia di Ada c’è, infatti, sempre il corpo, in relazione.
« Un corpo che sperimenta i limiti del tuo. Prima li sentivo, ora li ho incorporati. Finirò col disciogliermi in te. Sono Ada, sarò D Aria». È il suo corpo suo viene meno e si afferra alla sua consapevolezza, e quello della figlia. Un corpo che tradisce. «Un corpo archivio. Abitato dai fantasmi dei linguaggi incorporati, del sapere corporeo accumulato».
«Le parole di D’Adamo per gli altri sono sempre informate della sua pratica fisica», e della ricerca della bellezza. Scrive: «ho dato la vita per la bellezza e ho capito che il grande problema di Daria era la sua bellezza. Se non lo fosse stata l’avremmo capito prima, come sarebbe nata».
Ed oggi che la bellezza di D’Adamo ha preso la forma di letteratura, «ha la stessa funzione di noi che siamo stati in casa sua dopo che se n’è andata. A combattere la solitudine, rimandare l’assenza. E se ci si riesce, si è allontanata dal momento più feroce, più annientante. Si cerca di raccontare cosa è stata quella vita, senza nascondere il dolore eprovando a raccontare le persone che soffrono un po’ più avanti. Così le sue parole»
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.
- Chiara Palumbo
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