«A quanti puzzle che consideriamo completi manca un pezzo?». L’interrogativo che si pone Lara Gallo, livornese, protagonista di DoNnA, andato in scena alla Casa Museo Spazio Tadini di Milano, vale a metonimia e sintesi di una manifestazione, forse persino di un’idea.
Quella su cui si regge il Milano Off Fringe Festival.
Il puzzle del teatro milanese è senz’altro ricco e florido, eppure c’è – e lo si vede in questi giorni – una tessera mancante. Quello che Testori apostrofava (sprezzante, va detto) “l’off e il controff” e che la direzione della manifestazione giunta alla sua quinta edizione – Renato Lombardo e Francesca Vitale – ha dedicato, invece all’underground. Al sommerso, all’invisibile.

Perché sotto i grandi teatri cittadini – accanto, insieme – corre, come la metropolitana scelta a simbolo, una fitta rete di racconti altri, di voci che costruiscono un nuovo spazio, di figure che cercano ancora un racconto. E di luoghi da scoprire o a cui cambiare volto per metterli al servizio di un fare scena vivo, vitale e multiforme, anche laddove si crede di aver già detto molto.
Allo spettatore il compito e il piacere di perdersi nei cortili della città, negli spazi riconvertiti, non di rado in periferia, per lasciarsi affascinare. Occorre rinunciare subito a qualsivoglia pretesa di completezza, eppure – ancora una volta – si può forse procedere per simboli e suggestioni capaci di valere come voce collettiva. Nello stesso luogo, nella stessa città, trovano spazio la prosa, la comicità, il teatro fisico e la clownerie.
Dentro una casa d’artista, come sembra più abituale, ma – perché no – dentro a una fabbrica riadattata come la Fabbrica di Lampadine, dove fuori dalla sala che ospita il palcoscenico c’è spazio per biliardo (con e senza diminutivo) e tavolo da pin pong. Oltre la porta, però, ci si immerge nella musica, così come avviene nello spazio raccolto di un Microteatro, scuola di musical in cui, nella sala accanto, va in scena un “esperimento sociale per adulti”.
Rimangono esclusi dalla sola impossibilità di essere ubiqui gli appuntamenti “off dell’off”, tra presentazioni di libri ed eventi d’altra forma, così come il “Village” del nuovo Mercato Centrale che, dopo quella di Roma, da qualche anno abita anche la stazione centrale meneghina. Una molteplicità difficile persino da raccontare, che sta lì a dimostrare quanto di questo teatro ce ne fosse ancora bisogno.
C’è bisogno che il teatro torni a provare ad essere l’occasione pubblica condivisa ed “eccentrica” che proprio a Milano si era sperimentata ai tempi del teatro nei quartieri, con il Piccolo Teatro di allora e che in questa edizione si presta come centro simbolico.

Quanto è più interessante, tuttavia, trovarsi nel cuore di una delle tante città invisibili (nell’anniversario di Calvino) di cui è composta la metropoli, dove le botteghe etniche si affacciano sui palazzi di periferie, e nel mezzo – laddove il teatro delle signore eleganti non è mai arrivato – fa capolino la voce di Billie Holliday, o Rosalind Franklin, la cui tigna di paurosamente intelligente ha scovato il segreto della vita mentre Paolo Borsellino e Giovanni Falcone giocavano a pallone.
In un frenetico paio di settimane trovano infatti spazio artisti giovani (ma non solo, va dato merito al tentativo di fuga dal capestro tipicamente teatrale degli under-qualcosa) dotati di una propria – solida – voce, vale ad esempio la già citata Lara Gallo, che manipola sapientemente il teatro di narrazione giocando con il comico solo qualche ora prima di dedicarsi al teatro fisico in Zeb.
Nella scelta parzialissima che si può fare, volendo restare nella prosa, si possono però trarre delle linee di congiunzione. La voglia di confrontarsi con le urgenze del presente, ad esempio: gli spettacoli che si intitolano In mezzo al mare sono due, così come quelli dedicati alla ludopatia. E, soprattutto, la voglia di dar voce – e rendere omaggio – a chi è stato condannato al silenzio. Si è detto di Franklin, l’autrice della Photograph 51, la doppia elica del DNA, scippata – letteralmente – della scoperta che ha cambiato il mondo e cancellata dalla storia da uomini in cui l’arroganza soverchia il sapere scientifico.
Ma vale lo stesso per Eleonora Fagan, consegnata al mondo come Billie Holliday. Colei che ha fatto la storia della musica “che nasce da un crimine”, dal sacrificio di venti milioni di esseri umani condannati ad essere schiavi, o – nel caso della metà di loro – essere gettati in mare come eccesso di “carico residuale”. Ostacolata per aver eternato lo strazio e la rivolta per gli “strani frutti” dei neri linciati, costretta a entrare dalle porte di servizio e a diffidare di qualsiasi uomo le stia troppo vicino, perché lei sa, come funziona.
Solo la musica, solo il Blues, e le mani incantatrici di Remo Brandoni sulle corde di una chitarra che si fa piano e tamburo possono (ebbe a dire De Andrè) riscriverle la vita e addolcirle la morte, mentre consegna la sua storia a una nipote che è lei stessa, la bambina cui non è stato concesso di esistere in un tempo non fatto per lei, e insieme siamo noi tutti, incarnazioni di un futuro possibile disposto (ma lo siamo davvero) disposto a lasciar volare un angelo dalle ali (rigorosamente) nere.

Il teatro non può riscrivere la realtà, ma forse puà fare molte cose parenti stretti dei miracoli (o forse “trucchi di radianza”, li chiama Plath) e forse riscrivere i finali giocando con le metafore.
A dare una mano c’è ancora una volta la musica, e le parole di De Gregori su “coraggio altruismo e fantasia” per raccontare due “campioni” come Falcone e Borsellino coi volti di Gianni Rivera e Paolo Rossi. Per dare spazio – altro felice punto in comune tra le proposte del festival – il meno visto, tra carte che non arrivano e bambine che scontano sul proprio corpo l’angoscia della prigionia all’Asinara.
Come si raccontano, oggi, i simboli, a una generazione che non condivide più gli stessi riferimenti culturali? la compagnia On Art di Reggio Emilia sceglie, saggiamente. un linguaggio ancora comune, il pallone, e affascina una platea (anche) di giovanissimi.
Perché dentro all’Off c’è spazio per tutti. È la risposta, anche qui, a nome collettivo, a interrogativi sempre più pressante: come superare le barriere? Anagrafiche, sociali, di contesto. L’off ha trovato la sua risposta nella molteplicità e nell’assenza di timori reverenziali: di sperimentarsi, di prendere posizione.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.







Una risposta
bel report, che si capisce meglio leggendo il CV di Palumbo. Grazie!