Teatro sull’acqua. Guardare al passato per leggere il presente

immagine per Teatro sull'acquaDentro il passato stanno non soltanto le radici del presente, ma anche le parole per dirlo, comprenderlo e affrontarlo. Parte da questo assunto la nuova edizione del Teatro sull’Acqua, che nel tempo del distanziamento e delle mascherine riesce, con coraggio e ostinazione, a tornare a popolare le sponde del Lago Maggiore.

Si torna nelle piazze, a riempirsi gli occhi di bellezza e la mente di parole. Dopo averlo creduto per mesi impossibile, dopo aver vagheggiato l’aria e la prossimità che accarezzano le persone che hanno ancora voglia di trovarsi per parlare di teatro, libri, vita da vivere e (Non solo più) da raccontare? Quale luogo migliore del lungolago di Arona per «rendere possibile l’inaspettato»?

Eppure, se un tempo come quello dei mesi scorsi è stato vissuto (e continua a far parte del quotidiano, non già del ricordo) ha ancora senso parlare del mondo di prima? Di quello che prima è stato detto, pensato, narrato? Se lo chiede Andrea Marcolongo, ospite del primo incontro. Le risponde il suo stesso libro, Alla fonte delle parole (Mondadori) ma anche il programma della giornata, che al saggio di Marcolongo fa seguire Trio (Rizzoli) il più recente romanzo della direttrice artistica e padrona di casa, Dacia Maraini, che accanto a Marcolongo prende la parte di intervistatrice e sapiente pungolo.

Si può, ha senso, guardarsi indietro? La risposta di Marcolongo sta dentro 98 etimologie, sillabario del cuore, dell’istinto del gusto e della curiosità, compilato sull’onda della suggestione. Tutt’altro che un esercizio di stile. Da dove vengono le nostre parole, racconta da dove veniamo noi. E forse dove stiamo andando. Dentro un tempo di parole gonfie di certezze e pochi dubbi, secondo la grecista. Parole che però fanno da contraltare a un sentire che le parole le ha perse tutte, e – mai quanto oggi – tocca con mano la paura.

Ed ecco la risposta alla domanda. Guardare indietro dà le parole, anche per la paura, se è vero che «i Greci sono stati i primi a guardare nel buio e non averne paura. Ad affrontare l’indicibile e dargli un nome, renderlo dicibile». È affrontandola, la paura, che si costruisce il dopo. Come? Ancora una volta a rispondere è la cultura greca, capace di «dare un perimetro. Evitare la smarginatura. È da questo ordine che possono avere inizio le rivoluzioni».

Rivoluzioni necessarie in un tempo che non può più eludere l’urgenza di ripensarsi, nella direzione di un’igiene (in tempi di sanificazione) che passa innanzitutto dalla lingua. Una rivoluzione che ha il sapore della rinascita. Per compierla, però, è importante scegliere le fondamenta, scegliere tra le parole e le idee quelle più brillanti e feconde. Ripartire «da qualcosa di nobile, non da qualche rimasuglio». Dal restituire, anche, un senso nobile e non virulento alle parole, risignificarle tornando alla loro stessa radice. ù

Confine, ad esempio (e quindi confinamento). Un lemma che ha avuto molti tempi ed interpretazioni, che ha a che fare con l’essere accanto, con l’incontrarsi persino. Finire insieme. Non con il limite, il muro e l’urlo al diverso e al pericolo, al male che invade. Così la parola è confine e porta, e le porte servono a far entrare.

Nel gusto della parola Marcolongo restituisce un elenco di etimologie che non ha il sapore del collezionismo. Al contrario, è la celebrazione della lingua viva, anche quando è morta da decine di secoli. Perché anche il greco, come tutte le lingue, è nato e vissuto per essere usato, sporcato, maneggiato. Per scendere dal piedistallo della lingua perfetta e tornare nella strada delle parole per dirci, degli orizzonti di valori che ci somigliano. O che non ci somigliano più. Perché se la cultura Italiana, punge Maraini, è misogina, forse è proprio perché affonda in quella cultura greca di cui la misoginia è costitutiva.

Tutto è già accaduto, si tratta di imparare, prenderne le misure. E agire di conseguenza. Su questo filo si muove Massimo Giannini, direttore de La Stampa, quando Maraini passa da intervistatrice a intervistata. Così il suo ritorno al romanzo storico, trent’anni dopo La lunga vita di Marianna Ucria, diventa la lente per guardare il contemporaneo. E del resto, la peste di Messina degli anni Quaranta del Settecento e questi tempi di pandemia hanno in comune reazioni e sensazioni.

Così lo scambio epistolare tra Agata e Annuzza, innamorate dello stesso uomo, fatto di frasi brevi e ficcanti che fanno eco alla comunicazione dei social, è una mappa per muoversi tra quello che ci accade intorno. La ricerca di un colpevole, la caccia all’untore, la colpa del diverso. Il virus si infiltra in un corpo già infettato d’odio, eppure si può sperare in una guarigione se, si augura l’ottimismo di Maraini, più che un paese spaccato tra razzisti e no, tra infetti e infettabili, c’è «una minoranza chiassosa, che ora si sente legittimata a dire cose che prima non avrebbe detto, occupando uno spazio lasciato dal vuoto della politica, che ha sostituito l’attacco al confronto delle idee, perché mancano valori comuni».

E nell’assenza di risposte, ancora una volta, si fa largo la paura, il nemico troppo piccolo per essere battutto e il fantasma della morte. Anche a trecento anni dalla peste, la natura resta più forte della tecnologia. Perché ancora non può vincere la morte, perché non ci può insegnare ancora ad affrontarla. «Il rapporto con la morte appartiene alla cultura – commenta Maraini, perché – La morte è quello che noi ci raccontiamo sulla morte. Un popolo che ha un cattivo rapporto con la morte ha un cattivo rapporto con la memoria e con la storia»

È nella cultura, come nel teatro No giapponese, che i morti possono essere presenze benigne che danno consigli per vivere meglio, in un dialogo poetico ma creativo

Sono proprio i tempi del Coronovirus ad averci inchiodato all’assenza (o all’impossibilità, per decreto tanto quanto per attitudine) di una ritualità. A un esercizio di impotenza. Cos’altro, se non questo, sono i tempi che abbiamo vissuto e stiamo vivendo?
E allora, come reagire? Quali tecniche di sopravvivenza?

La riscoperta della vicinanza, affettiva e personale. Come avviene in teatro, dove l’incontro tra persone le influenza entrambe. E ancora, riavvertire la forza del tessuto connettivo della collettività tenuto insieme dalle piccole cose.
La lezione di Agata e Annuzza, però, riguarda anche ciò che si impara. Le due donne usano la loro rivalità sentimentale per approfondire, farsi amiche, distinguere l’amore dal possesso, per costruire una propria ideologia. E le ideologie, chiosa Maraini, «idee condivise legate a un progetto per il futuro», servono. E quale può essere l’ideologia dei giovani oggi, o domani, nei tempi dopo il coronavirus?

Rispettare gli spazi, reciproci, e quelli della natura, ad esempio. Di fronte a una crisi (che significa cambiamento) con ancora più urgenza i giovani si avvieranno a costruire nuove utopie, nuove tensioni. Che secondo Maraini si ritrovano in «un nuovo modo di interpretare il mondo. «L’idea che il progresso sia l’industrializzazione è già fallita» ad esempio. Ma anche il contrasto – lo dice chiaro, Maraini, a ogni forma di fascismo.

Nell’uso abbondante del termine, la declinazione della scrittrice è limpida. Il suo ottimismo verso i giovani non è acritico. Muove dalla consapevolezza della pervasività, ancora e proprio adesso, di un rigurgito fascista: «C’è sempre stato chi crede nella forza, ma ora si sente legittimato. Il presupposto culturale è vivissimo, basato sul superomismo basato sulla forza.

Dietro c’è sempre una cultura. Fascista è un modo di pensare il mondo, manca una cultura resiliente forte, dall’altra parte». Ed è ai giovani, di oggi e di ieri, che spetta costruirla, ripartendo da una scuola profondamente maltrattata a cui la pandemia ha dato solo l’ultimo colpo. Farne di nuovo un luogo che crei cittadini. Sapendo che non c’è più tempo per aspettare.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

Commenta

clicca qui per inviare un commento