Teatro sull’acqua #3. La scortecata: Emma Dante torna ai corpi

È un ritorno, quello di Emma Dante, che con la sua La scortecata avvia – come una delle punte di diamante – alla conclusione de Il Teatro sull’Acqua 2018. dopo il debutto lo scorso anno al Festival dei Due Mondi di Spoleto e in attesa di approdare al palcoscenico – tra gli altri – del Piccolo Teatro, la regista e drammaturga siciliana torna dal palcoscenico del teatro di Arona a soffermarsi sui corpi.

Sono, in questo caso, quelli di Carolina e Rusinella, due vecchie, vecchissime, sorelle rinchiuse in una solitudine cupa e involontariamente claustrale, di reciproca dipendenza che a tratti si strappa in malcelata insofferenza. Sono loro le protagoniste della celebre favola macabra La vecchia scortecata, tratta dal Cunto de li cunti di Cesare Basile, una raccolta di novelle seicentesca cui il Racconto dei racconti di Matteo Garrone ha recentemente concesso una rinverdita fama.

La reinterpretazione della Dante mantiene le linee essenziali della storia, e recupera la musicalità affascinante e e ancestrale del napoletano seicentesco, che pure qui riesce a mantenersi comprensibile pressochè per tutta la durata della pièce.

E così è limpido intendere della stanca monotonia delle due sorelle interrotta dalla incredibile rottura della quotidianità data dall’innamoramento del re, del tutto soggiogato dalla voce di una delle due sorelle, al punto da volerne chiedere la mano.

Così deve iniziare il mutamento – che passa per la consunzione, autoinflitta – dei corpi, a partire da un dito, da offrire allo sguardo del re per nascondergli il resto, motivo di orrore e vergogna, da nascondere nel buio, quando il nobile esige l’appagamento delle proprie passioni. Un inganno che non può durare a lungo, e che viene infatti presto svelato, e causa la cacciata della concupita.

La regia di Emma Dante, più che del testo (anch’esso accreditato a lei), mette in evidenza un teatro dei corpi: quelli di  Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola: sono loro a dare vita alle movenze angoloso e spezzate delle due vecchie: non solo una scelta di coerenza col teatro seicentesco, interdetto alle donne, ma anche la resa limpida del grottesco, del “mostruoso” perché irricevibile rispetto alle attese.

In un turbinare quasi casuale di passaggi di ruolo sono i due attori a incarnare tutti i personaggi, definiti da un gesto o da un piccolo orpello scenico, nella scenografia minimale curata anch’essa dalla regista: due sedie e una porta sono quasi tutto ciò che aiuta le luci di calde di Cristian Zucaro, che disegnano le le figure, in una plasticità sempre più evidente e cardine, spogliata dai pochi stracci sbrindellati.

I corpi sperimentano tutte le loro possibilità, dal triviale al poetico, trasmettendo una composita commistione di sentimenti contrastanti tra la repulsione e la fascinazione, nel dipanarsi del racconto.

Ed è ancora intorno al corpo che tutto ruota, quando una fata sembra offrire alla amata Rusinella la possibilità di una nuova giovinezza, che la pone davanti alla scelta, tra il desiderio e la vita. Nella lenta e flessuosa danza di quello che sembrava finalmente possibile si svela la finzione scenica: tutto è stato favola, una favola a cui Rusanella non crede più.

E allora non resta che affrontare a viso aperto, quel corpo che lega. Fino alla scelta estrema, quella del titolo. L’ultima possibilità, che lascia diverse possibilità di lettura: significa immolare la propria vita al sogno, sapendo che dal corpo non si può sfugire se non negandolo, o illudersi e scommettere sulla ancorchè minima possibilità di qualcosa di diverso, che da sotto la pelle vecchia ne sgorghi una nuova, benchè rientri nel dominio dell’impossibile?

La risposta è demandata a chi osserva, a cui resta però la certezza di una mano e di una lama che si abbassa, prima del buio, ad esaudire un desiderio, facendo specchio alla mano che aveva lasciato quella del re, per tornare alla vita reale dell’amata odiata (amato odiato) altro sé.

Emma Dante crea una pièce ricca e piena di sfaccettature, visivamente affascinante e capace di colpire proprio perché sa suscitare una varietà di reazioni. Merito, oltre che della Dante, di due interpreti di ottimo livello, che di questa complessità sanno mettere al servizio ogni parte di sé, liberando l’insieme dalla polvere del tempo ed elevandolo alla potenza espressiva che il teatro può esprimere quando si riavvicina al suo nucleo.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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