Prometto di perderti. Dj Fabo: l’amore sempre, comunque e nonostante tutto

Nella prefazione a Prometto di Perderti, Roberto Saviano scrive: «pensavo di trovarmi davanti a un libro politico, ho trovato una storia d’amore». E in fondo quella editata da Baldini+Castoldi potrebbe essere la storia d’amore tra due giovani normali, un ragazzo con un carattere difficile e una giovane combattiva. Solo che lei, campionessa di pugilato e criminologa, decisa e flessuosa si chiama Valeria Imbrogno e lui Fabiano Antoniani, per gli amici, ma oggi anche per l’Italia intera, DJ Fabo.

E la loro è la storia d’amore che sta dietro, accanto e dentro  alla libertà di lasciare una vita non sentita più tale. Una storia, commenta con grazia Stella Pende, che ha il compito di moderare questo intenso ultimo evento della seconda giornata di Tempo di Libri «che ci sfiora tutti ma non è di tutti». Ma che pure la giovane donna ha voluto raccontare, in onore di una promessa fatta al suo compagno, il quale desiderava che la sua vicenda fosse pubblica, per assumere su di sé e dare voce a tante sorti vicine alla sua.

Per raccontare, però, servivano mani di penna e non di guantoni, e quelle a cui questo libro è affidato non sono casuali. Lo ha costruito e controfirmato infatti Simona Voglino Levy, giornalista e (nel caso di specie la parentela è significativa)  moglie di Marco Cappato. L’uomo cioè che si è assunto l’onere di aiutare i due giovani innamorati a rispettare la volontà di Fabo, finendo per questo alla sbarra di  un tribunale.

La Voglino Levy, dal canto suo, per proteggere tutte le parti coinvolte da un suo accesso di emotività, non ha voluto conoscere Antoniani. Quando però il progetto del libro ha spinto la Imbrogno a cercare un aiuto, si è pensato che due donne che avevano vissuto diversamente la stessa vicenda con molto coinvolgimento potessero offrire il punto di vista giusto.

Così «ci siamo incintrate e ci siamo confessate l’inconfessabile»  Riversato su carta dall’una mentre l’altra era partita per Haiti con Medici Senza Frontiere, attraverso un lungo e sentito scambio epistolare.

Ne è emersa la vicenda di un amore che è «imperfezione,  purezza, incontro, burrasca», è “sempre e comunque nonostante tutto”. Il tributo di una donna che oggi si guarda indietro e sa di avere fatto ciò che doveva fare. «Non so se tutto era giusto, ma ho cercato di esprimere tutto quello che potevo dare a lui in forza, volontà, ostinazione, perseveranza, anche violentemente». E che oggi guarda col sorriso a un amore  riscoperto dopo l’incidente, quando il litigio si era mutato in confronto. Ma anche quando, una volta che Fabo si è scoperto cieco, la sua compagna si è «messa nei suoi occhi», facendosi, commenta la Pende, il suo «ventriloquo d’amore», e trovando la forza di portarlo in India per cercare di guarirlo con le staminali.

Anche dopo l’incidente infatti, questa resta una «storia di vita, di corsa dentro alla malattia» ma anche della forza disumana che è necessaria a una consorte per dire alla madre della persona che ami che, dopo quell’ultimo tentativo fallito non c’è più niente da proporre, da lasciar sperare a un ragazzo che a quel punto non ha più desiderio di vita.

Per un giovane uomo che «viveva nel poter vedere le emozioni che suscitava agli altri e per questo io ho pensato che i miei occhi fossero abbastanza per mostrargli le emozioni che lui ancora creava anche se non riusciva più a viverle», fino a che ha saputo dargli una prospettiva. Dopo di ciò, l’amore chiedeva il rispetto.
Incontrare questo racconto è toccare alcune delle emozioni più profonde dell’essere umano, ammirare la forza di chi agisce, come anche Cappato, velandola propria personale sofferenza in ragione della granitica convinzione della bontà della propria battaglia, dell’umanità e della coerenza morale che spingono ad aiutare una persona – una delle molte. Che quotidianamente chiede aiuto per districarsi in un ginepraio di procedure, leggi e costi. Nelle pagine della memoria di Valeria si incontra un’attitudine che spiega, le appartiene. «Molta pietas e nessuna pietà», ma la stessa forza che ha dovuto mostrare all’uomo che amava per essergli accanto, solida, fino alla fine, ed essere la persona che  c’era bisogno che fosse. Così anche l’apparente indelicatezza dell’approccio della Pende finisce col rivelarsi un tributo al coraggio di chi segue la regola del pugilato: «se ne prendono meno dalla vita andandoci contro da vicino».

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

Commenta

clicca qui per inviare un commento