Ogni festival ha i suoi grandi momenti. Quegli incontri che calamitano l’attenzione, nella certezza che certi portatori di pensiero sapranno valere da soli il – più o meno ipotetico – prezzo del biglietto. Nel caso di Pordenonelegge uno di questi era senz’altro l’incontro con Kazuo Ishiguro e il suo Klara e il sole (Einaudi).

Marco Balzano, che lo introduce, ne parla come di «un libro complesso ed emotivamente intenso, che trascende i generi letterari. Un lavoro, articolato e magistralmente orchestrato», che esplora un futuro non troppo lontano.  Klara è una macchina dalle sembianze umane, costruita allo scopo di combattere la solitudine degli adolescenti, diventati incapaci di relazionarsi.

Ishiguro sperimenta un robot come voce narrante, sollevando interrogativi etici e filosofici oltre che letterari per un futuro di cui siamo sempre sulla soglia.

Ed è inevitabile – per Balzano – non legare questo tipo di narrazione alla contingenza, e domandarsi se un futuro simile era pensabile così vicino a noi.
Seppure il libro era stato finito prima della pandemia, è inevitabile – riconosce l’autore – avvertire «degli echi tra il mondo raccontato e quello in cui mi sono trovato a vivere».

C’è senz’altro la speranza di vivere il seguito della tragedia come un’opportunità. Ma, d’altro canto, dice l’autore anglo-giapponese, questi anni l’hanno spinto a riflettere sul ruolo dell’arte e della letteratura. «Mi sono sentito spronato perché ne ho capito l’importanza, ma mi sono anche chiesto quanto conta la nostra voce rispetto a politici e scienziati, perché ho l’impressione che sia stata emarginata».

A Balzano che ipotizza una potenziale contrapposizione con la voce anarchica dei social, risponde: «non sento un’opposizione ai media, noi che narriamo facciamo tutti parte della stessa squadra, credo sia una nostra prerogativa umana scambiare pensieri ed emozioni, e mi rendo conto quanto sia importante usare tutti i canali per scambiarci storie.

E tuttavia, malgrado la forza e l’importanza della narrazione, le teorie del complotto così abbondanti in questo periodo tratteggiano un momento in cui si mettono insieme due idee di verità: la prima è quella scientifica, basata sui dati. La seconda è soggettiva: quello che io ritengo o sento diventa una verità, e questo lo rende vero».
Una fotografia della realtà che fa porre al narratore un interrogativo acuto: «da che arte sto. Perché noi non siamo storici, facciamo appello alle emozioni. Come se catturando i lettori li condizionassimo. Forse anche noi contribuiamo a fare appello alla pancia?».

Un romanzo in cui appaltiamo ai dispositivi le emozioni umane, però, impossibile non domandarsi se, come specie, siamo in balia della tecnologia e se, nel futuro da immaginare anche dopo la pandemia, non c’è un ritorno al pretecnologico.

Anche in questo, la posizione di Ishiguro non è semplicistica. «Non credo sia possibile tornare indietro. Adesso sappiamo però come funziona, e siamo collettivamente meno innocenti. Non possiamo spegnere tutto, possiamo però essere consapevoli di come funzioni la tecnologia e il modello di business di chi lo fa, ed essere quindi molto critici sui metodi. Dobbiamo trovare un modo più onesto di comunicare».

Insolito, a pensarci ora, ma anche la genesi di questo romanzo è curiosa. Era stato pensato come un brevissimo libro illustrato, da leggere ai bimbi prima di dormire. A far pensare al suo autore che potesse funzionare era l’intenzione con cui consegniamo storie ai più piccoli. «Da una parte vogliamo proteggerli, mostrar loro il mondo ma senza fargli vedere quanto orribile possa essere. Ma c’è sempre un dettaglio che fa capire quanto sia tremendo».

Dissuaso dalla figlia Naomi Ishiguro ne ha fatto un testo in cui non vede la fantascienza, perché «non vedo una grandissima differenza tra il nostro mondo e quello. È una versione diversa, ma non inverosimile. Non è fantascienza, è uno specchio che dà un’immagine distorta ma pur sempre un’immagine del tempo che viviamo».

E della fantascienza non ha nemmeno l’intenzione. Non si voleva, infatti mettere in guardia dai pericoli della tecnologia, ma considerare le ripercussioni dei progressi sugli esseri umani, vedere il nostro mondo attraverso l’intelligenza artificiale e attraverso questo porsi le domande di senso. E, insieme, fotografare una solitudine.

Quella degli esseri umani come specie. «Cerchiamo di dimenticarla in nazioni e società, ma la sentiamo subito nel momento del dolore o della nascita. Siamo soli perché siamo umani». Così si alimenta il cortocircuito, chiosa Balzano, «tra la creaturalità di Klara, tra la dimensione umana e quella meccanica. Klara prega, difende l’amore della piccola Josie più di quanto lo farà lei stessa, che crescendo cambierà».  Lo difenderà oltre lei.

E allora, si domanda Balzano. dobbiamo tendere a questo o è spaventoso? «Non mi preoccupo di quello che i robot possono diventare. Volevo che Klara riflettesse la natura umana. È come una bambina, che deve imparare tutto». Anche che ci possa essere qualcosa di molto forte, un sole, a cui appigliarsi.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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