L’intelligenza del cuore è riportare in scena un testo che ha ormai quindici anni. Dare spazio nel teatro di prosa non solo alle storie dell’Opera, ma l’opera lirica vera e propria, cantata e suonata dal vivo a beneficio di un pubblico che i luoghi comuni vorrebbero dotato di una soglia di attenzione sempre più bassa.
Ci vuole coraggio, talento e perfetta padronanza del mestiere per affrontare una scommessa di questo genere. E sono in pochi a poterselo permettere. Lella Costa, però, è sicuramente tra questi.
Quando si sceglie di vedere La Traviata, l’intelligenza del cuore, ci si può serenamente abbandonare alla curiosità di ritrovarla alle prese coi monologhi che l’hanno resa famosa, dopo le felici esperienze al fianco di Paolo Calabresi e Marco Baliani e tanti giovani attori.
Quando entra in scena, nell’elaborato ed elegante abito firmato Marras – una delle novità della nuova versione – basta un istante perché i palchi del Teatro Ariosto di Reggio Emilia diventino quelli dell’opera di Parigi, dove La signora delle Camelie si mostrava in tutta la sua avvenenza e dove un giovanissimo Alexandre Dumas, Armando nel romanzo e Alfredo nell’opera di Verdi, si innamorò di lei.
Una storia che ha attraversato i secoli, ha conosciuto innumerevoli trasposizioni, eppure continua ad essere raccontata, perché «niente è mai finito nel mondo di amore e morte».
La dicotomia per eccellenza, che le raccoglie tutte e sintetizza ogni sentimento estremo. La passione di un ragazzo per una donna onorata alle feste e disprezzata in privato, la disperazione di una donna sempre circondata di presunti amici ma irrimediabilmente sola.
E l’amore di un uomo che a una donna abituata ad essere pagata offre la moneta più preziosa: «Ma tu, come stai?».
In una scena spogliata di tutti gli orpelli, in cui la dicotomia di cui si diceva si specchia nei bianchi e neri degli abiti, la vicenda della Traviata si dipana, si fa sviscerare, spiegare, raccontare facendo coesistere il fascino della storia e la forza di vicende umane senza tempo.
Due apparenti inconciliabili che non si limitano a giustapporsi ma si compenetrano con totale naturalezza. Così come lo fanno le parole sempre garbatamente ironiche firmate Costa e il libretto di Francesco Maria Piave e le note di Giuseppe Verdi.
A dar loro corpo due interpreti sicuri e di talento, il tenore Lee Chung Man e la soprano Scilla Cristiano, che oltre a fare sfoggio di ottime voci hanno il merito di rendere intelligibili a un pubblico non avvezzo le parole della lirica.
Sostenuti anche da un ottimo pianista, Davide Camarino, capace di adattarsi agevolmente alla parola, di essere parte fluida del suono della scena, non soltanto sostenere il racconto.
La regia scarna di Gabriele Vacis disegna solo con le luci un testo che ritrova l’obiettivo del teatro di offrire conoscenza, arricchire il bagaglio culturale, insegnare senza tuttavia far mai calare la propria intrinseca intensità narrativa.
Se «per l’opera servono voci eroiche», quella di Lella Costa dimostra di esserlo.
Venata di un eroismo che le è peculiare e dà prova di un’autenticità, di un darsi completamente che rende impossibile non commuoversi anche agli appassionati che conoscono i suoi spettacoli a memoria.
E che aiuta a rendere evidente quanto un testo nato nell’Ottocento dica di oggi.
In questa Traviata non ci sono solo le vicende di Violetta o Margherita Gautier, la sua fame d’un amore finalmente capace di tenerle la mano, l’ingenuità di Alfredo e il suo vivere «quasi in ciel»
In questa vicenda non si mostra solo la doppia morale della buona società secondo cui in privato le mantenute devono solo essere pagate ma in pubblico «di sprezzo degno se stesso rende chi pur nell’ira la donna offende».
Dietro a Margherita si affacciano Marilyn, Maria Callas, eroine fragili e immortali.
E le traviate di oggi, le disprezzate: le migliaia di Iris, di Fatima, di Svetlana che incontriamo ogni giorno sulle strade e a cui questo spettacolo dedica un gesto di dolcezza e insieme di difesa quasi rabbiosa ormai ripetuta svariate volte ma mai abbastanza per essere ascoltata.
Ci vuole competenza per non essere retorici, e Lella Costa ci riesce.
Forse proprio grazie a quell’intelligenza del cuore che permette di ritornare su questo testo non come ad una zona di conforto da poter ripetere, ma offrendogli una vitalità nuova e sempre fresca.
Questa Traviata non mostra i segni del tempo, ma è ancora un intenso omaggio a quello che «Ogni donna è, o almeno per un istante è stata: una bellissima bambina».
Un’ode all’anima e al coraggio delle Ragazze in cui le parole di Lella Costa insegnano da sempre ciascuna a riconoscersi.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.









